FUORI DI NOI. Le parole del femminismo, DWF (101) 2014, 1

Editoriale

Le parole descrivono il mondo, lo costruiscono e a volte lo disgregano. Le parole possono essere potenti. Per noi le parole del femminismo lo sono: hanno destabilizzato quel mondo, “l’ordine naturale delle cose”, che è stato scosso nelle fondamenta, e ne hanno disegnato uno differente, “fatto di una materia finissima”[1], a partire da un soggetto – le donne –, con il desiderio di abitarlo con agio, con la pretesa che parlasse a tutti, con l’intelligenza di non darlo mai per definito ma sempre in costruzione. In questo numero abbiamo preso alcune di queste parole e le abbiamo messe alla prova dell’oggi.

Con il Numero Cento di DWF abbiamo ripercorso la storia della nostra rivista e decenni di femminismo. Lo abbiamo fatto proprio a partire dalle parole divenute graficamente, e non solo, radici e tronco di un grande albero. Tra queste ne abbiamo scelte alcune – significative e problematiche – che abbiamo voluto indagare di nuovo nel presente, per ridefinirne il senso oggi, per capire se e come sono arrivate fuori di noi. La sfida è stata provare a fare un salto in avanti: non solo rintracciare queste parole nel mondo, ma cercare di comprendere come il mondo ci restituisce quel senso preciso, con le stesse o con altre parole.

Sappiamo bene quanto è profonda la trappola dei generalismi, parlare del mondo può voler dire spesso nulla se non si pensano i soggetti incarnati che lo abitano. È per questo che abbiamo scelto singoli e singole che potessero riconsegnarci un vissuto ancorato alla realtà, all’esperienza: abbiamo voluto coinvolgere generazioni più giovani di noi, dai/lle bambini/e fino ai/lle giovani universitari/e.

Abbiamo scelto la scuola e l’università come luoghi privilegiati per questo incontro aperto tra parole e corpi. La scuola innanzitutto è il luogo in cui i/le più giovani trascorrono il loro tempo, in relazione: tra loro, in uno scambio alla pari; con le/gli insegnanti, adulte/i, figure autorevoli, di guida, di mediazione. Poi perché la scuola non è solo luogo di formazione, ma è anche spazio in cui si crea un immaginario nuovo e, soprattutto nel caso dell’università, luogo di produzione culturale. A questo si aggiunge, per parte nostra, il desiderio di entrare in punta di piedi, senza fare irruzione in equilibri già consolidati, e le nostre relazioni, con le donne che hanno effettivamente compiuto questa indagine e che in questo numero compaiono come autrici, ce lo consentono.

Abbiamo scelto questi gruppi di parole:

– Femminista

– Autodeterminazione/scelta/autonomia

– Politica/passione/responsabilità/cambiamento/esperienza/progetti/desiderio/comunità/gruppo/pratica

– Sessualità/corpo/desiderio/esperienza/violenza/aborto

– Cura

– Generazioni/trasmissione/futuro/relazioni/conflitto

– Potere/vissuto/narrazione/esperienza/partire da sé/posizionamento/senso

Le abbiamo affidate a delle donne che lavorano o hanno esperienze all’interno della scuola o dell’università e abbiamo lasciato a loro la scelta: prendere una parola, un gruppo di parole o incrociarne diverse, per restituirci, attraverso gli occhi e la voce dei/lle più giovani, il senso di quello che decenni di femminismo hanno raccontato. Con le loro parole.

Le parole hanno viaggiato da noi alle nostre mediatrici, fino ai/lle giovani. Poi sono ritornate a noi, scritte, riempite di corpi, di vissuti. Vecchie, nuove o rinnovate hanno in qualche modo cambiato il nostro linguaggio. È questo moto perpetuo il senso più profondo che vorremmo restituire in questo numero. Dirsi «femminista» non è più uguale a dirsi femminista (Paoletti-Castelli). Le parole del femminismo sono ancora vive se possono viaggiare e lasciarsi contaminare, cambiare i propri confini, essere permeabili al mondo (Fiorletta).

Ne risulta che prendersi il tempo per sintonizzarsi, il tempo della discussione e della lettura dei testi, lo spazio per un’elaborazione e discussione, è necessario per andare più a fondo della superficie, del senso comune, degli stereotipi, che pure persistono riformulati in un linguaggio politicamente corretto: “uomo o donna non c’è differenza” (Mariani). È nella discussione in presenza, dove tutti e tutte sono in gioco, senza essere costretti a reagire in tempi rapidi e a input continui, che si apre la scena a una libera circolazione delle parole, che si mettono alla prova d’intelligenza  e di esperienza.

Le parole discusse hanno a che fare con la vita, sono nodi da fare e disfare.

Nella prima infanzia questo sembra tradursi nell’inizio della conquista dello spazio, nella richiesta di un posto nel mondo, nella legittimità di posizionarsi: “Maestra, ma l’artista può essere una femmina?” (Caporaso). Immaginarsi nel modo più ampio possibile, permettersi un’identità che non è ancora una, contrastare senza sforzi i contorni che la società impone è una possibilità che si dà oggi solo ai più piccoli. A volte.

Il femminismo offre gli strumenti per aprire uno sguardo sul mondo, che smonti un destino già scritto, un dover essere maschile/femminile che diventa una nuova, eppure tanto antica, fissazione normativa riversata sull’infanzia (Caporaso). Per questo fa paura (Pasquino), perché è educare alla libertà.

In un’Italia che parla sempre più di donne, mettendo nello stesso mucchio la questione della violenza, del femminicidio, e quelle del fattore d, quote rosa ecc., qual è il linguaggio che è passato rispetto all’elaborazione femminista? Se analizziamo il linguaggio dei mass media vediamo che una trasformazione è in corso, ma che il sessismo e il paternalismo continuano a rigenerarsi nella trasformazione, mantenendo la rappresentazione di una donna che se non è invisibile, è sovraesposta (Pone).

Piuttosto che scegliere la via della rimozione di quelle parole, care al femminismo, che a volte ci risultano respingenti, scegliamo di rimetterle in discussione, perché il linguaggio di per sé non basta se non teniamo conto dell’altra/o, se non ci poniamo in ascolto, se non ci distanziamo dall’opaco dell’ambiente culturale, se ci sottraiamo ad un lavoro di traduzione (Paoletti).

Così ci assumiamo la responsabilità di dire che la parola “femminista”, spesso soggetta a fraintendimenti, incasellata in stereotipi e raffigurazioni che ci stanno strette, per la sua ricchezza e apertura a molteplici possibilità, può essere smontata e ricostruita (Castelli-Paoletti). E proprio in questa relazione di ascolto e traduzione, ci assumiamo i ritorni scomodi di questa indagine con cui fare i conti: “gli eccessi del femminismo hanno depotenziato il femminismo” (Castelli-Paoletti); oppure “il movimento femminista tende ad avvicinare un certo tipo di persone, con definito profilo politico ed intellettuale, non si ramifica in tutti gli ambienti della società” (Fiorletta). Sono i ragazzi e le ragazze a dircelo, e noi possiamo scegliere di percorrere una via autistica di negazione o provare a rimettere in gioco il femminismo, anche quello degli eccessi, ma in dialogo con loro.

E infine anche in una vita, quella della femminista francese Thérèse Clerc, emerge l’esigenza di adattare le parole conquistate alla materialità dei corpi di donne più anziane che hanno scelto un’autonomia il più possibile aderente al loro presente (Capuani).

Togliere l’abito comodo del linguaggio, disfarlo e ricucirlo sui propri corpi è un lavoro che le giovani generazioni di femministe hanno fatto e fanno ogni volta, di nuovo, alla prova di una traduzione che forse arriverà a essere comunicabile, comprensibile e condivisibile con il mondo. Questa la sfida.

(tdm e vlm)

 


[1] LUISA MURARO, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano, 2009, Prefazione.

 

Indice

MATERIA

FEMMINISTA. Quella parolaccia con la F
This paper gives an account of two meetings with some high school students in the suburbs of Rome on the “F word”. What does “feminist” mean for us, as feminists, and what does this word recall to teenagers? Feminist who, feminist…what? Why to be feminist today? These are some questions that guided discussions around the “F word”. A void blackboard to be filled with ideas, reflections and even stereotypes; an unexpected whirlwind of suggestions, deconstructing what has already been said, what has already been done; a richness coming from material experiences and relationships. This paper is more than a genealogical and deconstructive operation. It is the story of our attempt of going out from the given feminist point of view, to check out the common imagination around the “F word”. It is an occasion to rethink the feminist position from the inside, through a dialogue starting from different life experiences.
TRACCIA UN CERCHIO E SCRIVI 'FEMMINISMO'
A group of undergraduate female students has worked on the term “feminism”. What does this term mean for each participant? what meaning does it assume in the contest of the group that has been gathered for this specific work? what does it signify after the experience of the workshop? Feminist well-known practice of “starting from oneself” to reach the others (and to come back to yourself) has been adopted. The juxtaposition between “feminism” and “masculinism” emerged in this context as a pivotal point. During long discussions, the conceptualization of these two terms has changed at an individual level, and the impossibility of considering them as “symmetrical” has been recognized. The elaboration, as a group, of a re-newed meaning of the word “feminism” has connected it to concepts such as “rights” and “self-determination”. And then to the final question: do we still need Feminism?
GENERAZIONE DIFFERENZA ZERO?
What do teenagers understand of the Italian feminism lexicon? This is the challenge for a reflection that led me to a dialogue with some high school students. I combined feminism and linguistic, young generations and myself in order to investigate how italian schools and teachers transmit the basic concepts of feminism to teenagers. Starting by a text (Una ragazza speciale by Elvira Banotti), I tried to trace down the reactions of boys and girls without imposing the ‘feminist alphabet’ on them. The intention was to let them understand the drivers (desire, emotion, relation) of the most famous slogans that have characterized the feminist political struggles in the 70’s. The experiment is still open and it is impossible to draw a simple conclusion. But one thing is clear: equality is a strong value among young students, without sexual differences.
IL CORPO DENTRO. Le parole per dire la differenza in una classe delle elementari
PRODURRE IL CAMBIAMENTO. Le nuove generazioni femministe, la scuola e l’educazione alle differenze
From 2013 the Association S.CO.S.S.E. – Soluzioni Comunicative Studi Servizi Editoriali – organizes courses for teachers in primary and pre-primary school on non-sexist and anti-discriminatory education, financed by the city council of Rome. The program involves more than 200 teachers and is connected with several similar experiences in other Italian and European cities. Gender stereotypes and biases, which are still very present in the Italian society, are formed basically in early childhood, inside the family, in the relationships with other children and in school. Stereotypes on sexual identities derives from patriarchal culture: non-sexist and anti-discriminatory education contributes to help society achieve social changes. Despite the public support and the positive ratings of involved teachers, the program has been rubbished by some fundamentalist roman catholic organizations in order to defend the traditional, and supposed ‘natural’, male and female roles. The Association S.C.O.S.S.E. is actively reacting together with the public support of feminist, antiracists, homo and transexual and secular organizations.

POLIEDRA

“Già in quanto animale l’essere umano ha un linguaggio”. RIFLESSIONI SUL SESSISMO
L’USO DEL GENERE NELLA LINGUA ITALIANA. “Siamo a cavalla”?
In the 80s, feminists started to reflect on the sexist use of language. In 1987 Alma Sabatini carried out a research to identify sexist forms in press language, suggesting alternative forms using all the means offered by the italian current grammar. The work aroused deep skepticism among journalists and linguists. 25 years after, this article present again such analysis, adopting the same methodology and working on the same newspapers and magazines. The results are striking: while changes occurred in some aspects of the grammar, the tone, the style and the hidden messages of the news are still affected by sexual stereotypes and by an obsolete vision of society and genders roles, with just a few exceptions.
Quarta età ribelle: le battaglie di Thérése Clerc

SELECTA

Recensioni di Chiaromonte, Tomassini/Masi; Modica/Castelli; Shoen/Somma