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Il viaggio. A lungo raccontato come conquista, come una linea retta tracciata sulla mappa da chi era previsto che potesse muoversi, occupare spazio, nominare il mondo. La letteratura del viaggio (quasi sempre maschile) ha costruito l’immagine dell’esploratore: colui che attraversa territori sconosciuti e ne ritorna trasformato, spesso confermato nel proprio diritto a guardare, descrivere, possedere.
Le guerre, il genocidio palestinese e i nazionalismi che tornano a occupare la scena, traggono senso anche da quell’esploratore e restringono ancora di più il campo delle possibilità immaginabili. Mentre destre ed estreme destre hanno conquistato governi e consenso, l’orizzonte collettivo ne è uscito accartocciato nello Stato-nazione raccontato come ultimo rifugio, spazio da difendere più che da interrogare. Il linguaggio istituzionale si riempie di parole come sicurezza, controllo, appartenenza, sostituzione etnica.
Questo ripiegamento non lascia margini che a una prospettiva di scarsità: di risorse, di accoglienza, di futuri (Cata Yaryes). Ciò che arriva da fuori appare come una minaccia e la mobilità viene letta sempre più come un problema da governare anziché un bisogno e un desiderio del tutto umani. I confini pensati come dispositivi materiali, diventano anche orizzonti mentali che delimitano ciò che è possibile desiderare e immaginare.
Le-3 femministe-3 hanno da sempre tradito questa impostazione. Pur radicandosi in contesti specifici, non si sono mai lasciate-3 contenere completamente entro i confini degli stati nazionali. Probabilmente anche perché non sono mai state-3 previste-3. Le genealogie femministe sono fatte di traduzioni, circolazioni, contaminazioni e viaggi di pratiche e idee. Sono cresciute attraverso reti che hanno scavalcato lingue e frontiere, nella convinzione che l’esperienza situata non sia un limite alla costruzione di alleanze, ma la condizione che le rende possibili. Molte delle tappe che hanno migliorato le nostre vite sono nate da questo movimento continuo di ascolto, scambio e reinterpretazione: pratiche che si spostano da un luogo all’altro, si trasformano, si adattano, producono nuove forme di azione politica. La dimensione transnazionale non rappresenta per i femminismi e transfemminismi un’estensione, ma linfa vitale. Non l’aspirazione a un universalismo astratto, ma la capacità di mettere in relazione differenze, di tradurre esperienze senza cancellarle, di costruire connessioni tra condizioni storiche e geografiche differenti. In un presente che ripropone il confine come soluzione e la chiusura come promessa di protezione, questa storia appare particolarmente preziosa, e così rimettiamo al centro con questo numero il viaggio, le bussole femministe e gli sguardi disorientati da cui traiamo forza.
Parliamo di viaggio non come celebrazione del movimento, privilegio tutt’altro che universalmente distribuito, ma come occasione per interrogare le geografie del presente e la loro apparente inevitabilità (Pioli). Il viaggio come pratica di solidarietà politica e umanitaria. Per chiedersi cosa accade quando si attraversano luoghi, lingue, storie diverse dalle proprie. E se, proprio mentre il mondo sembra chiudersi, esistano ancora soglie da attraversare e spazi da immaginare insieme, oltre la logica della scarsità e della paura (Di Martino/Pala).
Viaggiare da femminista incrina l’idea stessa di uno sguardo neutro, universale, innocente. Ogni movimento è incarnato, il corpo che attraversa un confine non è mai astratto. È un corpo letto, classificato, desiderato o respinto. Un corpo che porta con sé lingua, provenienza, classe, colore della pelle, documenti più o meno semplici da esibire, paure, privilegi. Chi può partire? Chi può attraversare? Sono domande che non si lasciano alle spalle (Spina). E soprattutto: cosa significa guardare un luogo sapendo che anche noi siamo guardate-3, lette-3, collocate-3?
“Anche il viaggio è una pratica situata”, e forse una prospettiva femminista sul viaggio inizia proprio qui: dal riconoscere che anche il movimento è attraversato da rapporti di potere, e che ogni sguardo sul mondo nasce da una posizione precisa, mai neutrale (Fiorletta).
Abbiamo passato al setaccio un certo sguardo femminista, chiedendoci se potesse interrogare diversamente l’esperienza del viaggio e i luoghi che si attraversano. Non per rivendicare una particolare virtù dello spostarsi, ma per provare a osservare ciò che accade quando il movimento incontra la propria memoria, il corpo, il privilegio, la mancanza, la malinconia, il desiderio di appartenere (momentaneamente) altrove.
Le traiettorie che abbiamo descritto in queste pagine somigliano più a delle grinze, che il corpo produce col tempo, conserva, ricorda, rivela se sollecitato e scava, scava, scava.
Molti dei testi raccolti in questo numero sembrano ruotare attorno a una domanda comune, anche quando non viene formulata apertamente: cosa sarebbe stato di noi se fossimo nate-3 altrove? Se altri luoghi avessero plasmato diversamente i nostri desideri, la nostra idea di libertà, le nostre pratiche di liberazione, il nostro modo di abitare il tempo e le relazioni? A volte basta attraversare una città per intuire che ciò che consideriamo naturale è soltanto familiare.
Eppure, questi attraversamenti non producono necessariamente chiarezza. Anzi, spesso incrinano le narrazioni lineari con cui pensavamo di raccontarci. Disorientano. I luoghi che emergono in queste pagine raramente appaiono come semplici sfondi: sono intrecci di potere e possibilità, reti di relazioni, memorie, malinconie, spazi attraversati da traiettorie migranti, precarietà, desiderio, pratiche di resistenza, riposo. Mentre scriviamo viene a mancare prematuramente Marjane Satrapi, artista e autrice iraniana, che da tempo e anche tra queste pagine ci aiuta a oltrepassare il confine iraniano (Mezzanini). Una notizia che ci coglie impreparate e ci segna come fosse morta un’amica. Esistono geografie ufficiali e altre sotterranee, che si costruiscono attraverso gli incontri, le alleanze, le sopravvivenze condivise. Mappe di città che si sovrappongono, geografie immaginarie che legano territori lontani.
In diversi contributi emerge anche il tentativo di sottrarre il viaggio alla retorica della conquista o della performance individuale. Viaggiare con mezzi poveri, affidarsi all’autostop, attraversare luoghi senza mediazioni protettive significa talvolta esporsi alla vulnerabilità e all’imprevisto, accettare una forma di dipendenza reciproca dagli altri corpi incontrati lungo la strada (Caporaso). Altrove il viaggio appare invece come condizione desiderante permanente, come impossibilità di identificare una casa definitiva: “il privilegio e la sicurezza di poter sentire che nessun posto mi è sufficientemente casa da rimettere lo zaino in cantina” (De Micheli). Una possibilità che, proprio perché tale, rivela le condizioni materiali che la rendono praticabile.
Il privilegio attraversa infatti molte delle riflessioni raccolte qui. “Le storie non sono un destino, la geografia sì”. Dietro l’idea romantica dello spostamento esistono economie invisibili fatte di lavoro agricolo, cura, violenza, estrazione. “Le mani che ti sfamano” (Muraglie) continuano a sostenere la libertà di movimento di altri corpi.
Forse è anche per questo che nei testi del numero il viaggio raramente coincide con una fuga leggera. Piuttosto, sembra avvicinarsi a una pratica di disorientamento. A uno spostamento che mette in crisi il rapporto tra origine e appartenenza. Quando si attraversa il mondo abbastanza a lungo “smetti di sapere quando stai andando e quando stai tornando”. E allora la casa smette di coincidere con un punto fisso: diventa una soglia, una geografia mobile fatta riconoscimenti reciproci. “Casa non è dove si nasce, né dove ci si ferma, ma dove si è riconosciuti nella propria vibrazione” (Chiricosta).
Anche la genealogia, in queste pagine, smette di essere qualcosa di lineare o esclusivamente biologico. L’altrove entra dentro le relazioni intime, ridefinisce l’idea stessa di somiglianza, domanda chi vuoi essere. Esiste la possibilità di essere legate a luoghi che non abbiamo mai abitato direttamente, di ereditare movimenti, assenze, dispersioni (Ortolano). Di fare della diaspora non soltanto una frattura, ma anche una forma di immaginazione politica e affettiva (Ionita).
Il viaggio può aprire scarti. Può costringerci a riconoscere che il mondo avrebbe potuto organizzarci diversamente. Che le vite non sono inevitabili. Che cambiare sguardo significa anche accettare di perdere qualcosa: l’illusione della centralità, la comodità dell’appartenenza, la fantasia di un’identità compatta. Fermare tutto questo, ma solo per un attimo, attraverso una foto, e poi ripartire (Colombi).
Il punto di partenza, allora, non è il continente ma il corpo. Il “luogo corpo, membrana, confine” (Domimarzu), rizoma (Effe). Forse è proprio qui che il viaggio, attraversato da uno sguardo femminista, smette di coincidere con lo spostamento e diventa un modo di interrogare il presente.
Per questo, restiamo in viaggio, restiamo disorientate-3.
(rp)

