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Elide Pantoli (2023), CENERENTOLE MODERNE. Guida femminista all’amore per zitelle, (non) mamme e partner ribelli, Le plurali

In Cenerentole moderne Elide Pantoli interroga e rielabora uno degli archetipi più persistenti nell’immaginario occidentale – quello della donna che trova realizzazione e felicità attraverso lo sguardo e il riconoscimento maschile. Il volume ripercorre criticamente gli stereotipi e i dispositivi culturali che ancora regolano e modellano l’immaginario femminile contemporaneo: la stigmatizzazione delle donne single, la maternità come orizzonte obbligato, la centralità normativa della coppia e l’amore romantico come forma privilegiata di realizzazione. La parte conclusiva del volume si concentra sulla ricerca di immaginari e forme relazionali alternative, al di fuori di questi modelli normativi.

Pantoli chiarisce subito come l’uso di formule eteronormative, binarie e coppiocentriche non sia una riproduzione inconsapevole di codici patriarcali, ma una scelta volta a problematizzare proprio l’orizzonte normativo in cui quegli stereotipi agiscono.

L’autrice inquadra la costruzione, a opera del patriarcato, di quelle femminilità quasi “mostruose” – incarnate da figure quali la zitella, la donna sola e non desiderabile – in relazione al capitalismo patriarcale e al suo funzionamento. Se infatti i ruoli di moglie e madre sono alla base del lavoro riproduttivo – domestico e di cura – non retribuito e invisibilizzato, allora chi rifiuta questi modelli viene rappresentata come deviante e da relegare a una condizione di marginalità. Tuttavia, al di fuori delle lenti patriarcali che le hanno prodotte e che continuano a volerla triste, sola e invidiosa, la zitella deve essere riletta come una figura ribelle e scomoda, che attraverso il rifiuto dei ruoli normativi incarna una possibile forma di resistenza all’ordine patriarcale.

Questa lettura si può estendere anche alla dimensione della maternità, oggetto del secondo capitolo, dove il meccanismo di normazione si riproduce in forme analoghe. Costrutti come l’“istinto materno”, la presunta volontà innata di essere madri e dare così senso alla propria esistenza, o l’idea che chi non fa figli prima o poi se ne pentirà, che una vita senza figli è incompleta e priva di senso sono, ancora una volta, dispositivi di controllo dei corpi femminilizzati funzionali al mantenimento dell’ordine economico e sociale. La pressione alla procreazione si accompagna alla marginalizzazione di chi non aderisce a tale modello, rappresentata come egoista, concentrata solo sul proprio benessere e quindi incapace di assumere il ruolo di cura che la norma sociale attribuisce alla maternità.

La stessa logica che produce la norma e marginalizza chi la mette in discussione si ritrova nella sezione dedicata alle narrazioni dell’amore romantico e alla centralità normativa della coppia.

Ciò che l’autrice definisce “Vero Amore” è un modello relazionale centrato su una sola persona, eletta a fulcro della propria esistenza, indispensabile per la felicità e per dare senso alla vita. Pensato come esclusivo, totalizzante e definitivo, la sua autenticità viene spesso misurata attraverso gelosia, possesso e controllo. All’interno di questo immaginario si colloca anche lo stereotipo della “metà della mela”, della “dolce metà”, che narra la coppia come completamento necessario dell’individuo: un’idea che sposta l’accento dalla libertà di scelta al bisogno, rendendo la relazione romantica una risposta obbligata a una presunta mancanza originaria.

Ma in che modo questa idea di amore è funzionale al sistema sociale ed economico? L’autrice colloca tali aspettative all’interno della “scala mobile relazionale”, l’insieme delle aspettative sociali che organizzano in modo implicito le relazioni affettive e il cui esito privilegiato è la famiglia nucleare, fondata sul matrimonio e sulla procreazione. In questo quadro, l’amore viene spesso associato alla disponibilità al sacrificio, laddove l’ideale del sacrificio “per amore” è strettamente legato a un modello familiare che continua a fare affidamento sul lavoro di cura gratuito.

Il libro procede a interrogare alcuni miti come l’equivalenza tra amore e relazione romantica, che porta a considerare la coppia come unico spazio possibile di senso e antidoto all’isolamento sociale. Al contrario, il testo suggerisce come tale isolamento non venga risolto dalla coppia, ma possa anzi essere rafforzato dalle dinamiche di esclusività che definiscono il “Vero Amore” come rapporto totalizzante, in cui l’altra persona occupa una posizione gerarchicamente superiore rispetto a ogni altro legame.

All’interno di questa riflessione, l’autrice porta le esperienze delle non monogamie etiche e dell’anarchia relazionale come tentativi di ripensare l’organizzazione degli affetti al di fuori della gerarchia relazionale dominante, mettendo in discussione l’idea che esista un unico modello legittimo di amore.

Nell’ultima parte del volume, appurata l’impossibilità di affidare alla famiglia nucleare il compito di soddisfare tutti i bisogni relazionali, emotivi, psicologici e sessuali, l’autrice apre una riflessione sulle possibili alternative all’egemonia della coppia. L’amore, infatti, non viene concepito come una risorsa limitata né come qualcosa che possa esaurirsi all’interno di un unico legame, ma come una dimensione diffusa, da estendere e articolare in forme plurali.

Viene così introdotto il concetto di “famiglia scelta”, quell’insieme di persone con cui si condividono amore profondo, fiducia, stima ed esperienze di vita, progetti esistenziali comuni: una rete affettiva che permette di sentirsi “a casa” e mai solə. Viene problematizzato l’uso stesso della formula “siamo solo amici” – che ne presuppone implicitamente una gerarchia rispetto alla relazione romantica, considerata come unica forma di legame “serio”. L’idea di un rapporto serio tende infatti a riservarsi esclusivamente alla sfera amorosa, contribuendo a perpetuare una gerarchia di valore tra amore romantico e altre forme di relazione.

Il testo propone un ripensamento delle relazioni affettive come reti, in cui l’amicizia e i legami non romantici assumono un ruolo centrale. Affidarsi a queste forme relazionali significa resistere a un sistema che tende a isolare lə soggettə all’interno della coppia, costruendo invece una “famiglia scelta” capace di fornire supporto e cura collettiva.

Questa piccola guida è un invito ad andare oltre quei modelli di felicità imposti dal sistema patriarcale ripartendo da noi, dai nostri desideri. Perché il nostro modo di amare e di relazionarci riguarda il personale ma anche il politico, e muoversi al di là di quei confini rigidamente delineati dal capitalismo patriarcale significa rendere pensabili forme di vita altre. Ne emerge un testo che lavora direttamente sull’immaginario, mostrando come molte delle narrazioni che consideriamo naturali siano in realtà prodotto della socializzazione e funzionino come dispositivi che orientano desideri, aspettative e possibilità. È un invito a interrogare ciò che diamo per scontato e a immaginare forme di vita e di relazione diverse da quelle che ci vengono presentate come uniche e inevitabili.

La liberazione, allora, non coincide con l’adesione a modelli alternativi già dati, ma con un lavoro sul desiderio che prende forma a partire dalle esperienze situate di ciascunə: l’immaginazione diventa così pratica necessaria per liberarsi dai modelli dominanti e rendere pensabili altre modalità di esistenza.