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Questo numero chiude i cinquant’anni di DWF. Cinquant’anni di pensiero, conflitto, trasformazioni. E allora ci siamo chieste: come far coincidere qualcosa che sia all’altezza di questa storia e insieme radicato nelle nostre vite?
La risposta è arrivata quasi da sé. Parliamo di amore.
Tema vasto, inflazionato. Eppure, ineludibile. Parlare d’amore, per noi, significa parlare della trama quotidiana delle nostre esistenze: relazioni tra compagne-3, amori sessuali, amori sentimentali, amicizie, legami di cura umani e non umani. Significa parlare di ciò che ci nutre e ci ferisce, di ciò che ci struttura e ci mette in crisi, di ciò che ci trattiene ma in modo liberatorio. Significa parlare di ciò che c’è di più personale e intimo, e che si tinge di politico nel senso di orizzonte trasformativo che non vive solo altrove ma all’interno delle nostre pratiche quotidiane. Non potevamo quindi parlarne senza un confronto con una redazione allargata, in compagnia di altre-3 compagne-3.
Non siamo abituate a mettere davvero al centro l’amore nelle nostre riflessioni, se non per smontarne la retorica. Abbiamo abbattuto così l’Amore romantico, o almeno abbiamo creduto di farlo, smascherato la fusionalità come trappola, l’“amore per sempre” come destino scritto sul corpo delle donne, l’adesione al progetto di coppia come luogo privilegiato ed esclusivo per collocare l’amore. L’autocoscienza ha mostrato che, in quella fusione, a dissolversi era quasi sempre una sola.
Con grande generosità abbiamo provato a rendere politica le nostre esperienze più intime, prima ancora che personali.
Liquidare l’Amore romantico ha aperto mondi: il desiderio tra donne, l’esplorazione dei corpi, la possibilità di nominarsi fuori dall’eteronormatività. Un caleidoscopio di pratiche ed esperienze.
Eppure, siamo sicure che quell’Amore sia davvero finito, o ha cambiato configurazione?
Sussurrarsi parole dolci all’orecchio e poi ridere, sguardi complici, non riuscire a smettere di sfiorarsi, abbracci casuali e dichiarazioni spassionate di tenerezza. Al di là dei molteplici racconti che troverete, le smancerie, possiamo dire in fondo che sia quello che resta dell’Amore dopo averlo scucito strato dopo strato delle sue rigidità, dei percorsi obbligati.
Ma anche i rituali stucchevoli dell’espressione dell’affetto, quegli annessi e connessi dell’Amore romantico che spingono ad esclamare: basta con queste smancerie!
Sull’ambivalenza delle smancerie si gioca l’intero numero, provando a setacciare cosa rimane e che cosa lasciamo andare quando mettiamo in discussione profonda l’Amore.
C’è chi, parlando da una prospettiva aspec, ci ricorda che l’Amore romantico non è solo un sentimento ma un sistema di aspettative, gerarchie, obblighi (Rete Lettera A). Un dispositivo che stabilisce quale amore conta di più, quale deve essere ricambiato, quale merita sacrificio e sofferenza. Un sistema ancora vivo, che struttura welfare, cittadinanza, riconoscimento sociale. La centralità della coppia – spesso bianca, occidentale, riproduttiva – non è affatto un relitto del passato: è uno dei cardini su cui si ristrutturano oggi nazionalismi e politiche familiste.
Forse allora la domanda non è se l’Amore romantico sia morto, ma quali elementi siano stati scalfiti e quali, invece, rinforzati. E come nominarlo, oggi, senza rimanere prigioniere delle sue categorie.
Decostruire la coppia e la famiglia come destino ha prodotto libertà, ma anche vuoto.
Un vuoto che non è solo sociale, ma intimo. Se non c’è la coppia come automatismo, come default, a chi chiedo aiuto? Con chi condivido la malattia, l’invecchiamento, le vacanze? Con chi vivo la paura, oltre alla rabbia?
In una fase storica in cui l’individualismo è potente e il “noi” sembra sospetto – perché può diventare identitario, escludente – rischiamo di restare sospese-3 tra il rifiuto delle gabbie e la solitudine. La libertà ha un prezzo, e a volte lo paghiamo come senso di mancanza o di fallimento rispetto a norme che continuano a operare.
C’è un conflitto costante tra amore e libertà, tra desiderio di autonomia e desiderio di mettere in comune. Non è una scelta tra due opzioni nette, ma un’elaborazione continua. E intanto le strutture economiche e sociali non si smantellano con la sola buona volontà. Le nuove forme di relazione che sperimentiamo si scontrano spesso con un mondo ancora costruito a misura di coppia. La precarietà lavorativa e abitativa pesa allora ancora di più su chi si discosta dai modelli che continuano a funzionare come residuo di welfare – primo fra tutti la famiglia – mentre le forme relazionali alternative non hanno ancora acquisito piena solidità e riconoscimento.
L’età conta. Amare a vent’anni, a cinquanta, a settanta non è lo stesso. C’è chi racconta un amore che ha vissuto, sedimentato, che sa cosa vuole e soprattutto cosa non vuole più. C’è chi sente la fatica dell’innamoramento, la pigrizia delle difese, la consapevolezza che una storia è un lavoro. E insieme il desiderio di amare – più che di essere amata – che si sposta, si allarga, trova altre geografie.
C’è chi, alla soglia dei cinquant’anni, misura la propria riflessione con la solitudine e con l’immaginazione del futuro: come costruirlo fuori dalla coppia? In quali forme? Con quali alleanze?
E c’è chi, più giovane, parla di crisi che si aprono quando inizi ad amare da femminista: l’horror vacui di una porta che si spalanca su qualcosa che non ha ancora narrazione. Né l’Amore ottocentesco, né la sua controfigura performativa e codificata. Terreni inesplorati.
Forse “trans” – come attraversamento – è una parola chiave, amori che attraversano confini, identità, modelli. Amori transfemministi, che non si limitano a includere soggettività diverse ma mettono in discussione la struttura stessa del sistema-amore (E.I.S.V.).
Non si tratta solo di teorie, molte di noi stanno già sperimentando (De Bellis, Leiss). Reti amicali che diventano strutture di sostegno quotidiano. Convivenze non di coppia. Legami con animali non umani che sono relazioni di cura reali, centrali nelle nostre vite (Capesciotti, Di Nella, Rosati).
L’amore assume una pluralità di forme, riusciamo a rintracciarlo in molte dimensioni di vita, che normalmente non sono riconosciute come tali (Motterle). Eppure, dismessa la sua normatività, alimenta e nutre la nostra passione, il desiderio dell’incontro, l’energia per pensare e progettare insieme. L’amore continua ad avvicinarci al piacere, all’esplorazione delle sue possibilità e al senso di espansione che deriva da questa specifica esperienza del corpo.
Dentro la complessità con cui inventiamo e diamo nuove forme all’amore, diventa diverso anche il lutto. In che modo attraversare il dolore della perdita, inventare forme di separazione, che non rappresentino uno strappo incurante e doloroso, e fare anche i conti con il fallimento quando quei tentativi cadono nel vuoto o nella ripetizione del lutto che l’Amore romantico consegna?
Nel segno dell’amore e della perdita, che ci è difficile raccontare, ci accompagna Pat Carra con la sua ironia sempre puntuale, e la volontà di celebrare le vite di compagne profondamente amate. Nel numero sono disseminati gli haiku di Edda Billi. Edda ci ha lasciato il 10 gennaio 2026 all’età di 92 anni. Grande e amata figura di donna in lotta ha elaborato analisi, tracciato percorsi, amato tanto e agito pratiche che coniugassero politicamente lesbicità e femminismo, nel suo Collettivo Pompeo Magno e in tutti i luoghi politici delle donne che ha abitato. Lucida, intransigente, visionaria nel corso della sua lunga vita non si è mai arresa. A lei piaceva molto essere definita una poeta imprigionata in un corpo politico.
Che si tratti di celebrare compagne amate o di raccontare cos’è amore, mancano modelli. Mancano parole condivise: non un gesto soltanto verbale ma anche di riconoscimento e di costruzione. Ogni tentativo sembra un bricolage fragile, esposto alla stanchezza e alla paura di fissare troppo.
In più, la cornice dentro cui si muovono questi esperimenti rimane profondamente condizionata e spesso incardinata nell’Amore romantico e nelle sue distorsioni. L’attacco al consenso di ciascuna-? stravolto in dissenso ne è la prova. La cultura dello stupro plasma l’immaginario delle relazioni, dall’arte alla vita personale (Mariotti), e la violenza di genere rimane ostinatamente legata all’idea di Amore. Ne parlano le compagne-3 di Be Free ricordando un altro affetto di tutte-3, Oria Gargano, compagna femminista che ci ha lasciato a ottobre 2025, e che ha lungamente pensato e scritto sul nesso tra Amore e violenza. Fondatrice della Cooperativa Be Free, impegnata nel contrasto alla violenza maschile contro le donne, Oria ha combattuto nella sua vita cucendo faticosamente reti, inventando pratiche e scuotendo le istituzioni con la forza del suo carattere e della sua ostinazione.
Proprio su questo nesso è necessario agire per liberare tanto l’immaginario quanto la vita, come più recentemente le esperienze di educazione all’affettività e alle differenze (Nur e Serafini), e da decenni i centri antiviolenza, provano a fare. Questa trama intricata non investe solo le vite individuali, ma anche quelle collettive, dove nuovi percorsi di gestione della violenza sono in corso di sperimentazione e ancora più riflessioni sono necessarie (Micalizzi, Esposito, Stagni).
In una cultura narcisista, anche l’amore rischia di diventarlo: centrato sull’io, povero di plurale. I social amplificano questa torsione. E allora la questione del “noi” torna con forza: non come identità chiusa, ma come spazio di responsabilità reciproca.
La ricerca dell’amore continua, nonostante tutto. Se l’Amore romantico è ancora un dispositivo gerarchico, possiamo immaginarne uno che diventi un amore tra gli altri? Un sentimento libero dall’obbligo di reciprocità codificata, dalla sofferenza, dalla centralità esclusiva? Possiamo offrire immaginari più ampi alle figlie-3, parole diverse per dire e agire l’amore? (Bonu Rosenkranz e Nicoletti) Come farlo, nei luoghi educativi, nelle pratiche politiche, nelle nostre vite?
Dalle pagine di questo numero non esce una definizione unica. Non un modello alternativo da sostituire al precedente. Piuttosto un campo di tensioni: tra libertà e legame, tra desiderio e responsabilità, tra decostruzione e bisogno di ricostruire (Castelli, Di Martino, Paoletti).
Amare sembra essere un gesto politico, rivoluzionario e insieme vulnerabile (Fiume, Nicole-Berva). Un attraversamento che mette in crisi le strutture date e ne prefigura altre, senza fissarle. Un laboratorio in cui si giocano sopravvivenza e buona vita.
Lo raccontano le illustrazioni attraverso l’ironia dell’amore tra persone anziane (Pat Carra), la domanda intorno a cosa sia l’amore vero (Diario di brodo), le genealogie che ci costruiscono (Bissong), la sovversione della cultura dello stupro nell’arte (Mariotti) e la magia della condivisione (nest).
Chiudere i cinquant’anni di DWF con queste domande aperte è un rilancio.
Se l’Amore è ancora uno dei dispositivi centrali dell’ordine eteropatriarcale e capitalista, allora trasformarlo – nelle parole, nelle pratiche, nelle reti – è parte centrale della nostra lotta.
(gbr, rp)

