PLANETARIA. Femminismi internazionali/PLANETARIA. International feminisms, DWF (129-130) 2021, 1-2

Editoriale

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Il 25 novembre 2019, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, decine di donne si sono schierate di fronte alla Corte suprema di Santiago del Cile. Benda nera sugli occhi, il suono ritmico di un tamburo, e un canto di guerra che accompagna una serie di gesti ripetuti all’unisono. “El patriarcado es un juez/ que nos juzga por nacer/ y nuestro castigo/ es la violencia que no ves”. Con queste parole si apre la performance del collettivo teatrale femminista #LasTesis, che denuncia gli oltre 42 abusi sessuali al giorno – uno ogni due ore – in Cile, dei quali il 92% rimane impunito. Alle rivolte contro le diseguaglianze sociali e la brutalità delle forze dell’ordine e statali si unisce la protesta femminista. 

“Y la culpa no era mía/ ni dónde estaba/ ni cómo vestía/ El violador eras tú”: in breve tempo la performance supera i confini del Cile e si moltiplica in decine di Paesi e città. Complici le nuove tecnologie e una rinnovata attenzione transnazionale, il suono ritmico del tamburo risuona globalmente portando i movimenti femministi al centro dello spazio pubblico e dell’attenzione mediatica. 

La performance appena citata, “Un violador en tu camino”, è l’esempio di un processo diventato sempre più prorompente negli ultimi anni. 

Planetaria: con questo nome abbiamo cercato di mettere in parola il processo. Come un movimento, di segno femminista, che in ogni parte del globo ha visto attivarsi reti, pratiche, alleanze, lotte. Ma Planetaria anche come l’impastatrice nella quale una serie di ingredienti diversi vengono messi insieme, rimescolati, producendo una commistione che è più delle singole parti. Ci piaceva immaginare così questo numero: come uno sguardo transnazionale sui movimenti femministi, ma anche come una mappatura dei loro corsi e ricorsi, delle reti che li uniscono, e di cosa a livello di immaginario e di pratiche la commistione dei movimenti globali produce. 

Da Sud 

Come scrivono Gago, Malo e Cavallero (2020) il primo elemento di novità è il luogo da cui la nuova fase femminista si è scatenata: il Sud. Ni Una Menos nasce in Argentina nel giugno 2015, a seguito dell’uccisione, da parte del compagno, di Chiara Paez, una ragazza di 14 anni incinta di 8 settimane, poi sotterrata nel giardino di casa con la complicità dei genitori di lui. Le mobilitazioni che seguono mettono al centro due elementi: la violenza maschile e di genere come fatto politico e la connivenza sociale, politica, economica che sostiene e riproduce la violenza. Intendiamo il Sud non solo come un luogo geografico ma come una matrice di pensiero e uno spazio di pratiche che sfidano i presupposti coloniali su cui parte del femminismo occidentale si è costruito. In questo senso la rinnovata vitalità dal Sud è immediatamente de-coloniale, impone una sfida alla naturalità del genere, e plasma il femminismo come luogo di intersezioni fra genere, sessualità, razzializzazione, classe, età e così via (Márgara Millán; Claudia Korol; Cecilia Moreno Arredondo e Andrea Salazar Navia; Andreza Jorge e Silvia Stefani). 

La violenza di genere come prisma attraverso cui leggere le vite delle donne e delle persone LGBTQIA+ diventa il tratto che unisce movimenti, contesti e grammatiche politiche differenti. A partire dal 2015 gli slogan “Ni una menos” e  “Vivas nos queremos” risuonano in diversi Paesi dell’America Latina e poi in Europa (Aurélie Dianara; Ophelia Nicole-Berva e Anne Lavanchy; Pauline Cullen). Nel 2016 le lotte delle donne polacche denunciano gli attacchi al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2021 le donne turche scendono in piazza contro l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale contro la violenza maschile sulle donne. 

Due tratti caratteristici accomunano i movimenti globali. Da un lato l’essere movimenti massivi, a livello quantitativo. Dall’altro la radicalità. Se la storia recente ha visto una parte del femminismo entrare progressivamente nelle istituzioni e negli organi governativi, le mobilitazioni femministe degli ultimi anni mostrano posizioni fortemente anti-capitaliste, che inquadrano la lotta alla violenza di genere, alle speculazioni ambientali, al suprematismo bianco in un’ottica di contestazione al sistema politico-economico. Questo non significa necessariamente una contrapposizione al femminismo “di Stato” (come viene comunemente indicata quella parte di femminismo incorporato nelle istituzioni) ma un posizionamento politico radicale nel tipo di lettura politica e di pratiche. Inoltre, la lettura della differenza di genere fondata anche su un elemento biologico sembra definitivamente contestata dal posizionamento transfemminista, inteso come l’allargamento del campo della soggettività femminista a tutti quei corpi e esperienze che si riconoscono della contestazione del “regime” di genere. Se le riflessioni della teoria queer circolano da diversi anni, solo ora sembrano aver trovato una traduzione in forma di pratiche. Non alludiamo con questo alla fine dell’egemonia di un certo femminismo, quanto la complicità globale intorno a nuovi posizionamenti finora considerati quasi avanguardisti. 

Quando parliamo di nuova vitalità dei movimenti femministi facciamo riferimento a forme molecolari che vanno dai collettivi di quartiere ai movimenti femministi di massa (come la marea verde che ha portato nel dicembre 2020 all’approvazione della legge per il diritto di aborto in Argentina), dalle associazioni ai gruppi di mutualismo nelle zone rurali, dalle occupazioni alle assemblee cittadine. Questa composizione molecolare sembra fare sintesi di due approcci, solitamente in contrapposizione: quello riformista e quello rivoluzionario. Mai come ora sembra chiara la capacità di interagire con il piano legislativo e istituzionale, essendo piani che determinano la vita delle donne e delle persone LGBTQIA+, senza perdere uno sguardo rivoluzionario di trasformazione dell’esistente. 

Alleanze transnazionali 

Questi elementi non sono stati solo punti comuni casualmente distribuiti fra Paesi, ma sono il risultato di una pratica attiva di alleanze. I pañuelos (fazzoletti triangolari) di vari colori portati al collo o al braccio, gli slogan tradotti e ri-tradotti, l’utilizzo della pratica dello sciopero come strumento di sottrazione alla violenza patriarcale e neoliberale: su numerosi elementi di immaginario, oggetti e pratiche si è costruita una rete che nomina il movimento come fenomeno planetario (Teresa Maisano). La connessione transnazionale non è nuova nel femminismo. Fin dal periodo delle suffragiste, e poi con la pratica dell’autocoscienza, le teorie e le pratiche “viaggiano” fra Paesi. Le donne si incontrano in riunioni internazionali e campeggi, come quando nel 1972 in Normandia l’incontro con “Politique et Psychanalyse” apre nei gruppi femministi milanesi la riflessione sulla psicanalisi e la relazione fra donne. Il fenomeno della diffusione consente il contatto tra singole e gruppi, trasporta le pratiche a diverse latitudini, incrementa i legami. Oggi, la capacità di allearsi a livello transnazionale è parte della potenza dei movimenti femministi. Ne costruisce il terreno comune e l’immaginario, rilancia mobilitazioni oltrepassando i confini, moltiplica la capacità di prendere voce ed essere ascoltate. 

Senza dubbio ci riconosciamo in quella lettura della temporalità femminista che rifiuta la divisione in ondate. Da un lato per i presupposti eurocentrici che la determinano e dall’altro perché segnare sulla linea del tempo punti di inizio e di fine significherebbe rendere ulteriormente invisibile la continuità che caratterizza i movimenti femministi, anche là dove meno visibili. Ci sembra che all’idea di rinnovata vitalità globale del movimento corrisponda una rinnovata capacità di riconoscere i movimenti. Ci sono sempre stati, ma ora abbiamo strumenti nuovi per vederli, a diverse latitudini. A questo contribuiscono le nuove tecnologie e la diffusione massiva dei social network, che permettono alle notizie di circolare ben oltre le frontiere nazionali. Soprattutto in paesi governati da regimi autoritari, dove i social media diventano uno degli strumenti più importanti perché la voce dei movimenti femministi possa circolare oltre la repressione e la censura (Anonima Postumanista). Se per diverso tempo i femminismi occidentali hanno manifestato una certa cecità, ora è impossibile non riconoscere le voci femministe che si alzano da Paesi come l’India (Catharina Hansel), il Ghana (Natasha Deborah Aidoo), l’Arabia Saudita (Huda Mohsin). Questo elemento di novità non riguarda le resistenze delle donne e delle persone LGBTQIA+, che sempre sono esistite e hanno agito sui territori, ma riguarda lo spostamento di un baricentro dello sguardo “bianco”, per troppo tempo inconsapevole. 

La marea femminista 

Più volte ricorre in questo numero il riferimento alla “marea”. Un riferimento all’acqua, elemento fluido dal quale più onde nascono e ritornano. La marea però richiama un immaginario più ampio: quando arriva cambia i contorni nelle coste, modifica i confini, include tutto ciò che incontra per trasformarlo. 

È troppo presto per individuare le ragioni che hanno favorito la rinnovata vitalità dei movimenti. Serve una prospettiva storica, ancora impossibile. Eppure è possibile abbozzare un tentativo. Il primo elemento, già citato, riguarda il complesso di strumenti e tecnologie che favoriscono le connessioni globali. Ma a un livello più profondo, è possibile fare riferimento agli effetti della crisi del 2008. Le politiche di austerità, l’economia del debito e la finanziarizzazione solo elementi che, dal macro al micro, hanno avuto un impatto decisivo sulle vite delle persone e ancora di più sulle vite delle donne. A questo si è unita una reazione conservatrice e neofondamentalista, che ha visto non solo lo spazio pubblico ma anche le sedi istituzionali progressivamente presidiate da governi populisti, di estrema destra o cosiddetti “anti-gender”. Ne vediamo gli effetti in Paesi come l’Ungheria (Dora Hegedus) e la Polonia (Magda Grabowska). Di fronte alla sottrazione degli spazi di vita e di azione, al ripiegamento nel lavoro di cura e di riproduzione sociale, al consolidarsi delle frontiere nazionali, i movimenti femministi hanno riattivato la capacità di intervenire a partire dalle vite incarnate, per concretizzare una risposta complessiva. 

In Italia a questa vitalità dei movimenti ha fatto specchio una certa vitalità editoriale: in maniera esponenziale rispetto al passato circolano testi, traduzioni, riflessioni dai movimenti globali. Il femminismo non è più un fenomeno di nicchia, relegato alle collane di settore, ma è ridiventato una questione centrale per i luoghi dove si produce conoscenza e pensiero. 

Fare storia 

In questa direzione va la scelta di DWF di dedicare il numero ai femminismi planetari. Per quale ragione, in un momento in cui si moltiplicano le narrazioni delle mobilitazioni globali sui social (certo molto meno in televisione), fermare su carta queste narrazioni? 

Crediamo nella necessità costante, oltre la cronaca, di fare storia. Il ruolo delle riviste e dell’editoria indipendente femminista è ancora quello di setacciare la realtà contemporanea raccogliendo quei granelli che possano sopravvivere al tempo ed essere ricordati. Che possano fare storia. Laddove per le donne elaborare una narrazione su se stesse ha significato sfidare l’invisibilità e il silenzio della storia maschile, così anche oggi precipitare una serie di avvenimenti, riflessioni e relazioni su carta significa una scelta politica di resistenza all’oblio. 

Ricordare vuol dire anche trasmettere: da un contesto all’altro, da una generazione all’altra. DWF trova posto nelle biblioteche, e speriamo nelle menti e nelle molte mani che lo sfoglieranno. 

Per farlo, come consuetudine nella pratica politica di DWF, abbiamo attivato le nostre reti di relazioni. Abbiamo coinvolto amiche, compagne, ricercatrici che vivono in prima persona il contesto, chiedendo loro di raccontarlo. Ciò che emerge sono scritti situati: vivono attraverso le parole e lo sguardo di chi scrive. Sono informati dalla pratica del partire da sé: nel riferire di un Paese e delle mobilitazioni femministe, raccontano dell’autrice. Inoltre, fanno lo sforzo di riportarlo al contesto italiano – e dunque di “tradurlo” – provando a immaginare ciò che meriti di essere condiviso, ciò che possiamo comprendere. In questo crediamo risieda la ricchezza di questi contributi, che non rappresentano l’enumerazione di date e fatti, ma l’intreccio fra intimità, affetti e politica che ognuna ha deciso di restituire su carta. 

Come nel numero EUROPA. Ragioni e sentimenti/EUROPE. Senses and Sensibilities, DWF (110-111) 2016, 2-3 abbiamo scelto di inserire gli abstract in inglese per ogni contributo. Sul sito www.dwf.it  invece, – là dove presente – abbiamo inserito la doppia versione italiano/lingua originale. Ci sembrava giusto restituire direttamente i suoni e gli universi linguistici scelti, per mantenere traccia della lingua di origine. 

Siamo grate di questo prisma di sguardi. Nella sua parzialità, nell’emozione che traspare, nelle domande che apre sta la potenza di questa nuova fase. Una fase femminista planetaria.

 

RIPORTIAMO IN OPEN SOURCE I CONTRIBUTI ORIGINALI QUANDO PERVENUTI IN UNA LINGUA DIVERSA DALL’ITALIANO. NELLA VERSIONE CARTACEA E DIGITALE DEL NUMERO SI TROVANO INVECE TRADOTTI E ACCOMPAGNATI DA UN ABSTRACT IN INGLESE.

 

ENGLISH VERSION

On 25 November 2019, World Day for the Elimination of Violence against Women, dozens of women lined up in front of the Supreme Court in Santiago, Chile. Black blindfolds over their eyes, the rhythmic sound of a drum, and a war song accompanying a series of repeated gestures  “El patriarcado es un juez/ que nos juzga por nacer/ y nuestro castigo/ es la violencia que no ves” . These are the opening words of the performance by the feminist theatre collective #LasTesis, which denounces the more than 42 sexual abuses a day – one every two hours – in Chile, 92% of which go unpunished. Revolts against social inequalities and the brutality of the police are joined by feminist protests. 

“Y la culpa no era mía/ ni dónde estaba/ ni cómo vestía/ El violador eras tú” (The fault was not mine/ nor where I was/ nor how I dressed/ The violator was you): in a short time, the performance crossed the borders of Chile and multiplied in dozens of countries and cities. Thanks to new technologies and renewed transnational attention, the rhythmic sound of the drum resonates globally, bringing feminist movements to the centre of public space and media attention. The performance just mentioned, ‘Un violador en tu camino’, is an example of a process that has become increasingly bursting. 

Planetary: with this name we have tried to put this process into words. Like a feminist movement that has seen networks, practices, complicity and struggles spring up all over the world. But Planetaria is also like the kneading machine in which a series of different ingredients are put together, stirred, producing a mixture that is more than the individual parts. This is how we liked to imagine this issue: as a transnational gaze  at feminist movements, but also as a mapping of their courses and recourses, of the networks that unite them, and of what produces   the mixing of global movements. 

As Gago, Malo and Cavallero (2020) write, the first element of novelty is the place from which the new feminist phase is unleashed: the South. Ni Una Menos was born in Argentina in June 2015, following the killing by her partner of Chiara Paez, a 14-year-old girl who was eight weeks pregnant and then buried in the garden of her home with the complicity of his parents. The mobilisations that follow focus on two elements: male and gender-based violence as a political fact and the social, political and economic complicity that supports and reproduces violence. We understand the South not only as a geographical place but as a matrix of thought and a space of practices that challenge the colonial assumptions on which part of Western feminism has been built. In this sense, the renewed vitality from the South is immediately de-colonial, imposing a challenge to the naturalness of gender, and shaping feminism as a site of intersections between gender, sexuality, racialisation, class, age and so on (Márgara Millán; Claudia Korol; Cecilia Moreno Arredondo and Andrea Salazar Navia; Andreza Jorge and Silvia Stefani). 

Gender-based violence, a prism through which to read the lives of women and LGBTQIA+ people, becomes the feature that unites different movements, contexts and political grammars. Starting in 2015, the slogans “Ni una menos” and “Vivas nos queremos” resonate in several Latin American countries and then in Europe (Aurélie Dianara; Ophelia Nicole-Berva and Anne Lavanchy; Pauline Cullen). In 2016, Polish women’s struggles denounce attacks on the right to voluntary termination of pregnancy. In 2021, Turkish women take to the streets against Turkey’s exit from the Istanbul Convention, the international treaty against male violence against women.

Two characteristics are common to global movements. On the one hand, they are massive movements, quantitatively speaking. On the other, radicality. If recent history has seen a part of feminism progressively enter the institutions and governmental bodies, the feminist practices of recent years show strongly anti-capitalist positions, which frame the fight against gender violence, environmental speculation, white supremacism in order to contestat the political-economic system. This does not necessarily mean an opposition to ‘state’ feminism (that part of feminism embedded in institutions) but a radical political positioning. Moreover, the gender difference based on a biological element seems definitively contested by the transfeminism, understood as the enlargement of the field of feminist subjectivity to all those bodies and experiences that recognise themselves as contesting the gender “regime”. If the reflections of queer theory have been circulating for several years, only now do they seem to have found their own practices. This means the raise of a global complicity around new positions that until now were considered almost avant-garde.

The new vitality of feminist movements is a puzzle of molecular political forms that range from neighbourhood collectives to mass actions (such as the ‘green tide’ that led to the approval of the abortion law in Argentina in December 2020), from associations to mutualist groups in rural areas, from occupations to city assemblies. This molecular composition seems to be a synthesis of two approaches, usually in opposition: the reformist and the revolutionary. Never before has the capacity to interact with the legislative and institutional level, as these are the levels that determine the lives of women and LGBTQIA+ people, become clear without losing a revolutionary view of the transformation of lives. These elements were not just common practices randomly distributed among countries, but the result of an active political choice of alliances. The pañuelos (triangular handkerchiefs) of various colours worn around the neck or on the arm, the slogans translated and retranslated, the use of the strike as an instrument of subtraction from patriarchal and neo-liberal violence: a network was built that names the movement as a planetary phenomenon (Teresa Maisano). 

The transnational connection, which mixes the elements like a kneading machine, is not new in feminism. Since the period of the suffragettes, and then with the practice of self-consciousness, theories and practices ‘travel’ between countries. Women met in international meetings and camps, as when in 1972 in Normandy the feminist meeting “Politique et Psychanalyse” opened in the Milanese feminist groups the reflection on psychoanalysis and the relationship between women. This new phenomenon allows contact between individuals and groups, transports practices to different latitudes and increases links. Today, the ability to ally at a transnational level is part of the power of feminist movements. It builds a common ground, it relaunches mobilisations across borders, it multiplies the capacity to be heard and to have a voice.

We undoubtedly disagree with the interpretation of contemporary feminism as a ‘series of waves’. On the one hand, because of the Eurocentric assumptions that determine it, and on the other hand, because marking points of ‘beginning and end’ of the movement  would mean making the continuity that characterises feminist movements even more invisible. It seems to us that the idea of a renewed global vitality of feminism corresponds to a renewed ability to recognise movements. They have always been there, but now we have new tools to see them, at different latitudes. New technologies and the massive spread of social networks contribute to this, allowing news to circulate well beyond national borders. Especially in countries ruled by authoritarian regimes, where social media become one of the most important tools for the voice of feminism to circulate beyond repression and censorship. If for some time Western feminists have shown a certain blindness, it is now impossible not to recognise the feminist voices rising from countries such as India (Catharina Hansel), Ghana (Natasha Deborah Aidoo), Saudi Arabia (Huda Mohsin). This new element does not concern the resistance of women and LGBTQIA+ people, which has always existed and acted in the territories, but concerns the shifting of a centre of gravity of the “white” gaze, which has been unaware for too long.

Several times in this issue the reference to “tide” recurs. A reference to water, a fluid element from which several waves are born and return. The tide, however, recalls something more: when it arrives, it changes the contours of the coasts, modifies the boundaries, includes everything it encounters and transforms it. 

It is too early to identify the reasons for the renewed vitality of political movements. We need a historical perspective, which is still impossible. Yet, it is possible to sketch out an attempt. The first element, already mentioned, concerns the complex of tools and technologies that favour global connections. But at a deeper level, it is possible to refer to the effects of the 2008 crisis. Austerity policies, the debt economy and financialisation are only elements that, from the macro to the micro, have had a decisive impact on people’s lives and even more so on women’s lives. This has been accompanied by a conservative and neo-fundamentalist reaction, which has seen not only public space but also institutional venues progressively garrisoned by populist, far-right or so-called ‘anti-gender’ governments. We see the effects of this in countries such as Hungary (Dora Hegedus) and Poland (Magda Grabowska). Faced with the subtraction of spaces of life and action, the withdrawal into care work and social reproduction, and the consolidation of national borders, feminist movements have reactivated their capacity to intervene starting with embodied lives, in order to concretise an overall response.

In Italy, this vitality of political movements has been mirrored by a certain editorial vitality: texts, translations and reflections from global movements are circulating exponentially more than in the past. Feminism is no longer a niche phenomenon, relegated to a tiny sector of a bookshop, but has become a central issue wherever knowledge and thought are produced. 

DWF’s choice to dedicate this issue to planetary feminisms goes in this direction. Why, at a time when the narratives of global mobilisations are multiplying on social networks (much less on television), should these stories be fixed on paper? 

We believe in the constant need, beyond the chronicle, to make history. The role of magazines and independent feminist publishing is still to sift through contemporary reality, collecting those grains that can survive time and be remembered. That can make history. Where for women, elaborating a narrative about themselves meant challenging the invisibility and silence of male history, so today too, precipitating a series of events, reflections and relationships onto paper means a political choice of resistance to oblivion. 

To remember is also to transmit: from one context to another, from one generation to another. DWF finds its place in libraries, and hopefully in the minds and hands that will leaf through it.  As is customary in DWF’s political practice, we have activated our networks of relationships and complicity. We have involved friends, comrades and researchers who experience the context first hand, asking them to tell their stories. What emerges are situated accounts: they live through the words and the gaze of the writer. They are informed by the practice of ‘starting from oneself’:  in telling about a country and feminist mobilisations, they tell about the author. Moreover, they make the effort to relate it to the Italian context – and therefore to “translate” it – trying to imagine what deserves to be told, what we can understand. In this, we believe, lies the richness of these stories, which do not represent the enumeration of dates and facts, but the interweaving of intimacy, affections and politics that each of them has decided to put down on paper. 

As in the issue “EUROPE. Reasons and feelings/EUROPE. Senses and Sensibilities, DWF (110-111) 2016, 2-3” we have chosen to include the english abstracts for each article. Moreover, on the website www.dwf.it we uploaded – where present – the double Italian/original language version. It seemed right to us to enhance the sounds and linguistic universes chosen, in order to keep track of the language of origin. 

We are grateful for this prism of views. The power of this new phase lies in its partiality, in the emotion that transpires, in the questions it opens up. A planetary feminist phase.

(gb)

Indice

MATERIA

ARGENTINA. La lotta dei femminismi plurinazionali in Abya Yala e oltre
En Abya Yala, los feminismos populares, plurinacionales, territoriales, rebeldes, nos vamos enredando y reconociendo en encuentros, diálogos y reflexiones, en los saberes nacidos de nuestras experiencias, de nuestras cosmovisiones, y en los modos de sentir y convivir con las realidades cotidianas que atravesamos, al enfrentarnos al sistema héteropatriarcal, capitalista y colonial. El carácter plurinacional de los feminismos no nace de debates acádemicos, -aunque interactuemos con los mismos- sino fundamentalmente de los aprendizajes colectivos que realizamos en nuestras luchas, de los modos de reinventar la vida, la comunidad, territorializando las experiencias, y al mismo tiempo borrando las fronteras impuestas por los Estados Nación. Teorizamos en grupo, creamos conocimientos desde nuestros territorios cuerpos y territorios tierra, desde nuestros tejidos grupales y comunitarios. Como parte de nuestros pueblos, llegamos a los feminismos en procesos intensos, caóticos, muchas veces devastadas por el impacto de la violencia patriarcal en nuestras vidas, con urgencia de actuar. Es en la acción y en la reflexión colectivas como vamos descubriendo, primero ante nuestras propias existencias azoradas, que el rol asignado a las mujeres a partir de la división sexual del trabajo que promueve el patriarcado, como “cuidadoras de la vida”, se hace cada vez más aplastante, porque las tareas de cuidado se han multiplicado en un mundo manejado por políticas de muerte, y se ha intensificado en el contexto de la pandemia. Llegamos a los feminismos cuando comprendemos que el dolor “que nos toca”, es parte del dolor social de las mujeres y de las identidades disidentes del héteropatriarcado. Cuestionando los límites del pensamiento occidental eurocéntrico, nuestras palabras se van tejiendo a través de diálogos y miradas colectivas. Ninguna de nuestras reflexiones está hecha con un solo hilo. Muchos hilos, muchos colores, muchos modos de trenzarlos, de bordarlos, de tejerlos. “Somos” en las calles, en las plazas, y en cada casa donde llega la palabra de la compañera. “Si tocan a una respondemos todas”. Miradas que nos permiten re-conocernos Miramos juntas el territorio continente que habitamos. Advertimos el absurdo de las fronteras trazadas por la herida colonial, por el capitalismo y sus Estados-Nación-, dividiendo pueblos que comparten memoria, resistencias, culturas, lenguas. Miramos las fronteras impuestas como cicatrices de la conquista, realizadas a través de sucesivos genocidios. Nos miramos como mujeres, con nuestros cuerpos territorios explotados, oprimidos, dominados, ofrendados como trofeo de esas guerras al sistema de dominación patriarcal capitalista, racista, al régimen heterosexual. Miramos lo que quisieron invisibilizar con el coloniaje: el racismo, el trabajo esclavo de mujeres indígenas y negras, la xenofobia que maltrata y humilla a las mujeres, trans, travestis, y personas migrantes, dejándoles como únicas opciones de sobrevivencia el servir a otras personas, o la prostitución –en muchos casos forzada por las redes de trata-. Miramos la violenta homogeneización de los cuerpos en clave héteronormativa, binaria –estigmatizando las corporalidades y elecciones sexo-genéricas diversas- con el objetivo de imponer un modelo colonial de cuerpos funcionales al patriarcado y al capitalismo. Cuerpos de mujeres blancas, rubias, flacas, sumisas, para el consumo de los hombres blancos, propietarios, dueños de todas las mercancías –incluso de las mujeres cosificadas-. Miramos la destrucción de los ríos, de los bosques, de las montañas, de los glaciares, de las lagunas, y sabemos que es nuestra destrucción como planeta, que es la demolición de la casa común que nos cobija. Sabemos que para hacerlo exterminan a los pueblos que históricamente cuidan los territorios. Miramos con espanto la militarización del continente, los nuevos golpes de estado, invasiones, guerras, feminicidios territoriales, masacres, genocidios. Honduras, Paraguay, Brasil, Bolivia, y un guión de golpes de estado que se repite con pocas variantes en numerosos territorios. Somos y nos reconocemos plurinacionales, para no seguir el libreto colonial, occidental, eurocéntrico del respeto y sumisión a los estados-nación y a sus maneras de ser instrumentos institucionalizados del sistema capitalista patriarcal colonial. La destrucción del planeta es uno de los resultados del cocktail de nacionalismos, maldesarrollo, racismo, que se sostienen en nombre de la civilización y el progreso, a través de la violencia. Las mujeres, lesbianas, travestis, trans, hemos sido históricamente disciplinadas para que nuestras vidas no cuenten -esto hace posible que los feminicidios y travesticidios se extiendan como epidemia-, para que nuestro trabajo no tenga valor –por lo tanto no sea reconocido-, y para que nuestro aporte y participación sea invisible. Nos nombramos como feminismos plurinacionales para visibilizarnos en todas nuestras maneras de hablar, de sentir, de amar, de soñar, de sembrar, de construir. Para seguir revolucionando las revoluciones de las que somos protagonistas, con la memoria de todos los exterminios, pero también de todas las resistencias. Las luchas territoriales son luchas por la vida Las mujeres “cuidadoras de la vida” siempre hemos participado de luchas históricas por la defensa del territorio, el ambiente, las comunidades. En el andar, fuimos aprendiendo que el primer territorio a defender es el de nuestros cuerpos, incluso frente a quienes se dicen compañeros de movimientos populares, pero son ellos mismos nuestros agresores. Una parte de nuestras luchas suceden en los territorios que habitamos, frente al ataque de las políticas extractivistas que los vienen destrozando. Nos preguntamos por qué los gobiernos, incluso muchos que se llaman progresistas, no dudan en lastimar a la tierra, en entregar a poderes mundiales capitalistas los bienes comunes que los pueblos cuidaron por siglos. Nos preguntamos cómo no existe una conciencia mundial ambiental, frente a las lógicas capitalistas que contaminan, destruyen, matan. Sabemos que la lógica del capitalismo es la obtención de la máxima ganancia. Para ello se sacrifica irresponsablemente la vida del planeta –como si hubiera muchos más a donde migrar-. Las mujeres estamos en la primera línea de resistencia a las políticas extractivistas y a todas las formas de violencia que sostienen y reproducen la necropolítica patriarcal, capitalista, colonial. Las “cuidadoras” de la vida se levantan Estas políticas afectan especialmente a las mujeres. La destrucción de la naturaleza significa daños a la salud de las personas, de las comunidades, y al ambiente. Esto se agrava al conjugarse con las políticas capitalistas neoliberales que han privatizado los servicios de salud, que avanzaron en la instalación de la agroindustria que vuelve tóxico el sistema alimentario, que se enriquecen con la monopolización y acaparamiento de tierras, desplazando a los y las campesinas, y con la precarización del trabajo que hace más vulnerables a los sectores empobrecidos, debido a la pérdida de derechos (a la alimentación saludable, a la vivienda digna, a la tierra, al trabajo, a la educación, a la salud, etc.). Así como en las dictaduras de los 70 las mujeres estuvieron en la primera línea de la resistencia, en las luchas actuales en defensa de los territorios, contra los crímenes de jóvenes en los barrios, en la búsqueda de las mujeres desaparecidas por las redes de trata de personas, en la exigencia de justicia frente a los femicidios, en los cuidados de los ríos, de los bosques, de la biodiversidad, las mujeres marchamos al frente, creando las bases de la revolución feminista. Frente a la feminización de la pobreza, la respuesta es la feminización de la resistencia. La criminalización de las defensoras de los territorios La criminalización de las y los defensores de la tierra y el ambiente, constituye una de las principales estrategias implementadas por empresas transnacionales y los Estados para frenar las resistencias contra los megaproyectos extractivos. ¿Cómo fortalecer las redes solidarias para impedir que continúe este exterminio? Hay un guión que vienen repitiendo en los distintos países, especialmente cuando se trata de quitar del medio a las mujeres defensoras, que cuidan la vida hasta el final. Todos los prejuicios sembrados por la cultura patriarcal y colonial, el machismo, el racismo, se utilizan intensamente para sembrar dudas sobre estas mujeres, que suelen ser fuertes, libres, autónomas. Se trata de descalificarlas, estigmatizarlas, difamarlas, intentando si es posible que ellas mismas se desanimen, y si no que la familia actúe para frenarlas. Es muy común tanto la amenaza a los hijos e hijas, como tratar que los mismos sientan vergüenza por las acciones de sus madres, o miedo por la mirada que les devuelven en sus comunidades. Si todo esto no funciona, están las amenazas de muerte, la siembra del miedo, la prisión, la expulsión del territorio, hasta el crimen mismo. En el Tribunal Ético Feminista organizado por Feministas de Abya Yala, que realizó un Juicio a la Justicia Patriarcal, quedó en evidencia el rol patriarcal y colonial del sistema de justicia, que brinda “seguridad jurídica” y el blindaje necesario a las empresas, a los capitalistas, a los Estados, mientras persigue a quienes defienden los territorios y da impunidad a sus agresores. “Ni golpes de estado ni golpes a las mujeres” (consigna creada por las Feministas en Resistencia de Honduras) El siglo 21 se inició con múltiples levantamientos de los pueblos, en cuyo marco se rehicieron los feminismos. La guerra del agua y del gas en Bolivia, el levantamiento zapatista que llegó como esperanza desde el final del siglo 20, los levantamientos indígenas en Ecuador, la consolidación de la revolución bolivariana, el “que se vayan todos” en Argentina, la revuelta en Chile, Perú y en Colombia, crearon un horizonte de rebelión. Inmediatamente los poderes mundiales se reordenaron. En el 2009, el golpe de estado en Honduras llegó para quedarse. Fueron las mujeres las que en la primera línea de la resistencia al golpe, crearon la consigna “Ni golpes de estado, ni golpes a las mujeres”. La resistencia de las feministas, como parte de los movimientos indígenas, negros, garífunas, populares, permitieron entender de qué se tratan los golpes de estado y las políticas fascistas y militaristas en este tiempo. Esta situación volvió a repetirse en el 2012, con el golpe en Paraguay, y en el 2019, con el golpe de estado en Bolivia. Ha sido lamentable constatar que muchas feministas, pusieron en duda o directamente negaron que nos encontrábamos frente a un golpe de estado, que además fue precedido de acciones claramente racistas y patriarcales, como la humillación a las mujeres de pollera –entre ellas Patricia Arce, la alcaldesa de Vinto-, la quema de las wiphalas, y el acoso y agresión brutal a los pueblos indígenas. Las posiciones confusionistas o negacionistas de los golpes de estado, han sido muy funcionales y favorecieron a las políticas fascistas hoy en curso en estos países. Las feministas plurinacionales, populares, tenemos que reunir la lucha por la transformación de la vida cotidiana, con la capacidad de comprender las lógicas estratégicas imperialistas, de las oligarquías locales, y articular nuestras energías desde Abya Yala hasta Kurdistán, para sostener las revoluciones, como las de las mujeres kurdas, las mujeres cubanas y venezolanas, las rebeliones, como las de las mujeres chilenas y colombianas, los nuevos mundos creados por las mujeres zapatistas, y la solidaridad activa con los pueblos que hoy buscan derrotar al fascismo. “El derecho a decidir: autonomía y deseo” Luego de años de lucha, la masificación de la presencia feminista en las calles, en los territorios populares, en los lugares de trabajo y estudio, en los medios de comunicación, en las calles, en las plazas, en los encuentros de mujeres y del activismo lgttbi, fueron generando un nuevo momento de incidencia antipatriarcal en las decisiones políticas. En el 2015 el Ni Una Menos desbordó las movilizaciones anteriores con el grito contra los feminicidios y las violencias. Los Paros Internacionales de Mujeres y disidencias los 8 de marzo, fueron gigantescas maneras de expresar que “si nuestro trabajo no vale, produzcan sin nosotras”. Desde 1986 se comenzaron a realizar de manera autoconvocada, los Encuentros Nacionales de Mujeres, que ahora son Encuentros Plurinacionales de Mujeres, Lesbianas, Travestis, Trans, Bisexuales, No Binaries. Son citas que año a año nos congregan, para debatir en talleres todas las temáticas que necesitamos pensar en colectivo, para mostrar y vivir nuestra fuerza en la caminata, para celebrar el encuentro y valorar los nuevos desafíos. En ese contexto fue creciendo la “marea verde”, nombre que alude a las movilizaciones gigantescas que lograron en diciembre del 2020 la aprobación de la Ley de Interrupción Voluntaria del Embarazo. Verde es el color del pañuelo que tomó como símbolo la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, que nuclea a más de 300 organizaciones de todo el país. En la explicación de la masividad de esta experiencia inciden varios factores, como es la fuerza que en nuestro pueblo tiene la lucha contra la impunidad de los genocidas, sintetizada en el “Nunca Más” y la fuerza que ha tomado la exigencia de que no haya impunidad para los feminicidas, que se expresa en la consigna de “Ni Una Menos”. Los feminismos populares han sabido interactuar con los feminismos institucionales, los académicos, los movimientos lgttbi –varios de los cuales son parte activa de los feminismos-, las organizaciones de derechos humanos, los movimientos de mujeres, para darle una fuerza desde abajo a esa marea, y volverla tsunami. La ley de educación sexual integral ha permitido que estos temas entren en las currículas de escuelas y universidades. Los medios masivos de comunicación, han sido intervenidos desde las propias periodistas de esos medios, que abrieron un debate sobre contenidos y lenguaje no sexista. Las actrices feministas amplificaron las voces que no se escuchan, en gritos colectivos. Sería mucho lo que se puede relatar de este movimiento, pero lo fundamental es decir que nuestros cuerpos están celebrando la vida, aunque tengamos heridas y dolores en la piel y el corazón. Estamos protagonizando una revolución basada en la lucha por la vida, en el amor –no romántico, sino el amor a nosotras mismas y a nuestros pueblos-, en el deseo de cambiarlo todo. Cuando pareciera que nos corrieron de la pantalla, ahí estamos. Después de siglos de considerarnos invisibles, nos manejamos en la invisibilidad con una libertad que los poderosos no conocen. Las feministas plurinacionales cultivamos la esperanza, el placer, alimentamos los sueños, y sabemos ser felices en las luchas en las que nos encontramos. La rebeldía, la autonomía, la libertad, están en nuestro ADN. Estamos en el camino, dibujamos los horizontes, y sabemos amar. Nuestra revolución deslumbra, en todas las fases de la luna.
MESSICO. Decolonizzando il femminismo
RESUMEN En la última década hemos presenciado un desplazamiento de los feminismos en alianza con las luchas de mujeres del campo y de los territorios de los pueblos originarios, hacia una crítica a la modernidad capitalista y patriarcal. En este desplazamiento no sólo convergen de manera creativa y novedosa, la crítica al capitalismo y al patriarcado, (feminismos marxistas, socialistas, materialistas y feminismos centrados en la crítica patriarcal heteronormativa), sino que también ha habido un desborde hacia el ecofeminismo, que conlleva un impulso descolonizador. Los movimientos en Chile, Argentina y México presentan al menos dos vertientes: descolonizante, desde cosmovisiones de los denominados pueblos o naciones originarias; y por otro lado, desde el interior de las subjetividades y movimientos urbanos. Lo particular es la confluencia de agendas en torno a un hecho común: la violencia contra las mujeres, la violencia estructural, feminicida, jurídica y vinculada al despojo. La segunda particularidad es la convergencia etaria, de clase, étnica, multicultural, y de diversidades sexuales. La “guerra contra las mujeres” (Segato, 2018) ocurre en un plano multidimensional, transversal, y por ello aglutina hoy a movimientos urbanos, comunitarios, y de clase. Si bien esto no ocurre con la misma intensidad y transversalización sectorial en todos los países, marcan ya la orientación de un movimiento cada vez más global, crítico a las fronteras, al estado-nación, como parte de los vectores sistémicos a través de los cuáles se despliega y reproduce el capital, el patriarcado y la colonización. En este ensayo planteo que la actual deriva antisistémica de los movimientos feministas en nuestro continente tienen un punto de quiebre en la emergencia del zapatismo mexicano, en la visibilización que hizo del racismo en nuestras culturas nacionales, y la centralidad de las mujeres en los movimientos de transformación social. 1. EL YA BASTA! DEL ZAPATISMO DE LOS NOVENTAS Y EL RELANZAMIENTO DE UNA CRÍTICA ANTIRACISTA, DESCOLONIZANTE Y FEMINISTA El espíritu de los años noventa a nivel global estaba enmarcada en el triunfo del neoliberalismo que se había posicionado como eje rector de la modernidad capitalista desde los años setentas, y la caída del muro de Berlín, que significaba la derrota del socialismo realmente existente. El fin de la guerra fría avanzaba hacia la globalización neoliberal como única vía. Las tesis del fin de la historia reemplazaban la discusión ideológica, discusión que además se había dogmatizado con la defensa acrítica del campo socialista. En México esto se vivía con un gran escepticismo, una especie de pasmo de la crítica y de la organización, frente al régimen neoliberal de Carlos Salina de Gortari que avanzaba desincorporando la propiedad ejidal y comunal, sustento material de las culturas originarias, al tiempo que reconocía retóricamente a México como nación pluricultural. La convergencia simbólica de la firma del primer Tratado de Libre Comercio con América del Norte en enero de 1994 con la aparición de la rebelión armada zapatista fue el inicio de una extraordinaria gesta de articulación de una nueva enunciación crítica. Nueva porque sin duda entrecruzó, como lo sigue haciendo, la crítica de la izquierda radical junto con la crítica que establecía por su parte la teología india, los movimientos agrario-campesinos populares y la propia tensión crítica que establece la forma de cosmo-vivencia de los pueblos originarios frente la modernidad capitalista. Estas distintas racionalidades críticas van construyendo un andamiaje poderoso que sin duda influye a nivel global, siendo el zapatismo el primer movimiento que se viraliza en redes sociales y que logra a través de sus acciones convocantes, atraer a un movimiento que cada vez más de auto-convoca globalmente. Es importante la referencia al Ya Basta zapatista que llegó para quedarse en las nuevas izquierdas sociales de América Latina y del mundo debido a dos cosas: plantan en la agenda de los movimientos la crítica al modelo de industrialización y de consumo de la modernidad capitalista, al establecer sus luchas por la recuperación del territorio y la autosuficiencia de las prácticas del sustento de la vida. Y porque de manera temprana, posicionan a las mujeres como centrales protagonistas de la lucha. Su vocación por otra relación con la naturaleza va de la mano con el reconocimiento de la triple dominación de las mujeres indígenas. Esto va a marcar el horizonte enunciativo de los movimientos sociales que se irán desplegando en distintos contextos, y donde el acento será más o menos descolonizante, más o menos feminista, pero siempre incluyendo parte de estos dos supuestos. Los feminismos mexicanos en esos años noventas estaban como muchos otros en un proceso de institucionalización y ongeinización apabullante (Álvarez, 2001). El feminismo blanco, (neo)liberal, asistencialista, era el dominante, frente a los feminismos radicales y autónomos, que también algunos con financiamientos internacionales, posicionaban agendas distintas, más concernientes a los feminismos populares y campesinos (Espinosa Damián, 2009). Es el zapatismo el que en México interpela a las feministas desde otra perspectiva, se trata de una perspectiva que cuestiona frontalmente la forma en la que el nacionalismo de estado ha construido la figura de los y las indígenas: el indigenismo y la visión paternalista (maternalista) hacia las mujeres indígenas que conlleva. (Millán, 2009). Es importante señalar cómo el (neo)zapatismo que subraya la agencia moral y política de las mujeres indígenas, por ejemplo, con la aparición desde el inicio de la Comandanta Ramona, y la responsabilidad de mando de la guerrilla de las insurgentes, desplazando el imaginario guerrillero macho-centrado, se va diseminando también en el zapatismo civil de las comunidades indígenas, y lo que será la recuperación de la agencia política de la autodeterminación comunitaria con la participación de las mujeres. Desde el zapatismo hay una concatenación de presencias y de enunciaciones: Ramona como Comandanta Política, las insurgentes y sus testimonios de la guerra, la Comandanta Esther como representante en el Congreso mexicano en marzo del año 2000, las mujeres zapatistas que a nivel comunitario forman parte de las Juntas de Buen Gobierno, y son promotoras de salud, de derechos humanos, de cooperativas productivas, es decir, toda una revolución al interior de las comunidades indígenas que acogen, no sin contradicciones, un ordenamiento de género más “parejo”, como ellas mismas dicen (Millán, 2014). Si el movimiento zapatista en su conjunto, visibilizaba el racismo de la cultura mexicana y de sus estructuras sociales, también hacía mella en la idea ilustrada de “desarrollo” y “progreso”, no sólo desde los ejes que establece la crítica al capitalismo, es decir, la desigualdad y la explotación, sino también desde el marco descolonial que ofrece la mirada holística de las cosmovisiones, por ejemplo en este caso, de la matriz mayence. La cultura mesoamericana, valorada desde el indigenismo del estado mexicano como parte del museo nacional, apareció como una voz actual, que interpelaba las bases de la modernidad capitalista: la noción de la tierra y el territorio como no mercantilizables, la noción del “nosotros” (Lenkersdorf, 1994), la noción de una vida plena y digna en relación convivencial con los ríos y montañas, la valoración del trabajo colectivo, de la política como servicio, de la autonomía, empezaron a generar una crítica social mucho más rica y compleja y a convertirse en nuevas narrativas del sentido de la transformación social deseada. Y ello con las mujeres al centro, visibilizadas y de alguna forma también interpeladas. La vuelta de tuerca que el zapatismo incorpora a la denuncia del racismo y a su crítica al capitalismo, es justamente la idea de otra política, que para ser realmente otra es descolonizante y con las mujeres en el centro. Muy pronto los comunicados de la dirigencia del movimiento incorporarán también a las disidencias y diversidades sexuales. Hablar de unoas y compañeroas empieza a ser algo común en esa comunicación zapatista. Así que el primer campo de transformación de ordenamiento de género, acotado a sus culturas y “usos y costumbres” fue y sigue siendo, sin duda, el de las mujeres indígenas zapatistas. Es desde el interior de las comunidades de base, de las insurgentes y de las políticas de la dirigencia que se ha impulsado una de las mayores transformaciones de género, actualizando costumbres, haciendo valer una “ley revolucionaria de mujeres”, que data de 1994, pero sobre todo, abriendo nuevos espacios para el ejercicio activo y propositivo de las mujeres. Tiendas comunitarias, cooperativas de producción, promotoras de la salud, de educación y de derechos humanos empezaron a ser algunas de las funciones de las jóvenes mujeres zapatistas en sus comunidades, y desde la fundación de los Caracoles y las Juntas de Buen Gobierno, que se busca la paridad en su composición. Esto se dado pie a una generación de mujeres y niñas con otras prácticas y expectativas; lo podemos ver en las “compas tercias” que son jóvenes mujeres que se han ido especializando en el manejo técnico de luz, sonido, computo, y que aparecieron por primera vez en público en el Primer Encuentro Internacional de las Mujeres que luchan en el año 2018. Sabemos también de los talleres de mecánica y de las mujeres “choferas” de camiones y otros vehículos pesados. El Primer Encuentro convocado por las zapatistas para el 8 y 9 de marzo del 2018 es el guiño a los feminismos a nivel global, en un momento de franca ascendencia. Un guiño que interpela de manera incluyente el horizonte crítico feminista. Al denominar al encuentro: Primer Encuentro Internacional Político, Deportivo y Cultural de las mujeres que luchan, las zapatistas se distinguía del feminismo a la vez que tendían un puente, una invitación al encuentro. Nadie imaginó la afluencia que este encuentro convocó: cerca de 9000 mujeres de todo el mundo llegaron al Caracol Morelia, donde acamparon, compartieron una infraestructura bastante precaria, convivieron durante 3 días, y marcaron un inicio. El movimiento de mujeres en diversas partes del mundo y de América Latina habían ya iniciado una marea que desde el 2015 se fortalecía cada año. Esa marea en torno a las violencias feminicidas, al acoso, a la despenalización del aborto, se fue tejiendo inter-generacionalmente e interseccionalmente. Rememoraremos algunas de las manifestaciones de este colectivo cada vez más amplio, que rebelan, desde mi punto de vista, la formación de un sujeto político heterogéneo, transfronterizao y antisistémico. 2. DE LOS MÁRGENES AL CENTRO: MARCHAS, ENCUENTROS Y HUELGA Feminismo fue la palabra del año 2017 para el diccionario Merriam Webster por fenómenos tan diversos como Wonder Woman y el movimiento #Me Too, la #Marcha de las mujeres, #Nosotras paramos, #Vivas nos queremos, #Ni una menos, que son algunos de los hashtags – nueva manera de enunciar la intervención de cada movimiento – que van formando la historia reciente del activismo de las mujeres. El punto es que cualquiera de las ascepciones de “feminismo” que nos ofrecen los diccionarios ha quedado sobrepasada por los caminos que está tomando la lucha de las mujeres. Según el Merriam-Wesbter: la primera acepción dice que es “la teoría de la igualdad política, económica y social de los sexos”. La segunda asegura que es “la actividad organizada en nombre de los derechos e intereses de las mujeres”. Según el diccionario de la RAE: “La ideología que defiende que las mujeres deben tener los mismos derechos que los hombres”. Hoy, los feminismos son otra cosa, algo más parecido a una plataforma antisistémica de lucha contra la violencia, que reconoce que la situación diversa de las mujeres y sus distintas opresiones y violencias están contenidas en una estructura capitalista, colonial y patriarcal. Y que son esas estructuras las que hay que transformar. Estas acepciones quedan cortas cuando la agenda de estos movimientos de mujeres intergeneracionales, que son en realidad red de redes, toma en sus manos el futuro del planeta, diciendo como Saramago: “Lo que está en el mundo me pertenece, en el sentido de responsabilidad.” Así, los feminismos han desbordado los cauces y lo han hecho de forma masiva. Daremos algunos ejemplos de este doble movimiento, de descentramiento de la reivindicación del cuerpo (mi cuerpo es mío) a la responsabilidad de poner el cuerpo en la revuelta social de las mujeres. Los desplazamientos significativos han ocurrido desde el 2015. La resignificación del #8M a nivel global, los manifiestos y enunciados que forman parte de la teoría en práctica del feminismo contemporáneo. La economista feminista española Amaia Pérez Orozco plantea que el movimiento de mujeres contemporáneo está empujando por instalar un debate interclasista, intercultural e intergeneracional que de lugar a cambios estructurales. El sujeto politico “mujeres”, que en el zapatismo mexicano se ha enunciado de dos formas: mujeres que somos, y mujeres que luchan, en otras latitudes, tradiciónes y contextos se enuncian como feministas con una serie de adjetivaciones (feminismos populares, descoloniales, comunitarios, transfeminismos) forman un conglomerado de diversidades que golpean juntas. ¿Qué golpean? El sentido común, pero no solo en relación a las mujeres y su lugar o atributos, sino el sentido común de estar juntxs, de vivir hoy en el mundo, de las violencias y despojos que atraviesan el cuerpo, los territorios, los desplazamientos forzados. El sentido común de qué vida merece hoy ser vivida. Silvia Federici ha posicionado desde hace tiempo la idea de que las mujeres, el trabajo que realizamos, es el trabajo de sostenibilidad de la vida (Federici, 2015). No sólo el de los cuidados, sino el de la reproducción de las condiciones de existencia. El trabajo reproductivo se devela así no sólo como el lado femenino del trabajo (no remunerado, invisibilizado) sino como el trabajo central en el proceso de reproducción social, es decir, la reproducción y sus trabajos aparecen como lo que debería de estar en el centro del proceso (re)productivo. Amaia Pérez (Pérez Orozco, 2015) plantea que los procesos de sostenibilidad de la vida, que reconstruyen la vida misma, no son los mismos que los procesos y necesidades del mercado. Recuperando una perspectiva de la economía como sustento de la vida (Polanyi, 2011) se critica la noción de “crecimiento económico”. Las mujeres develamos la violencia y la falacia del “crecimiento económico”, ya que así se le llama al crecimiento de los flujos del mercado, cuando muchos de ellos destruyen directamente la vida. Para Pérez Orozco, el iceberg que queda oculto en todo este entramado somos las mujeres en tanto eje vertebrador de la economía sustantiva, es decir, la economía feminizada que se ocupa del sustento de la vida, y no del productivismo guiado por la acumulación del valor. Y ello se visibiliza con mayor fuerza en las comunidades que se auto-reproducen en el campo preservando saberes integrales para su auto-sustento, que además fundan en esos saberes sus autonomías, resistentes al despliegue del capitalismo. Por su parte las teorías transfeministas se han ido decantando hacia la consideración de un sujeto feminista amplio, interesado en la deconstrucción de las dicotomías, es decir, en la afirmación y desarrollo de las contradicciones dialécticas, sujetos siempre situados, rizomáticos y nómades. Generaciones distintas, localizaciones múltiples, de eso se nutre el/los feminismos contemporáneos, y se dan cita en las calles, en los encuentros, en las asambleas, en los paros. La serie de manifiestos, declaraciones y documentos de las mujeres feministas, mujeres en lucha, mujeres en marcha y en protesta, son un acervo de una teoría que va tomando cuerpo y ha ido floreciendo en posicionamientos que desde lo local retoman toda una plataforma crítica antisistémica. Son, de alguna manera, las nuevas formas de hacer teoría acuerpada en el movimiento, dejando ver un sujeto político múltiple, diverso, translocal, el sujeto político de los feminismos y de las mujeres que luchan. El siguiente documento es también producto de una alianza transnacional, norte-sur, que propone, así como la marcha, otra herramienta de lucha, la huelga. Los encuentros entre mujeres tienen una tradición diversa según cada país. En Argentina lleva años de realizarse, conjuntando una poderosa alianza entre mujeres trabajadoras, militantes feministas, jóvenes y mujeres mayores. Ha sido fundamental para el poderoso movimiento de mujeres en argentina, que acuerpa una multiplicidad de luchas y que nos ha hecho ver las más impactantes movilizaciones de mujeres y su incidencia en el legislativo y en la cultura del país, dejándose ver incluso en la cultura masculina. México no ha tenido esa tradición. Los encuentros feministas se han sucedido, y también ha habido algunas convocatorias a un frente más amplio. Sin embargo, a partir del llamado de las mujeres zapatistas en el 2018, con el Encuentro Internacional Político, Cultural y Deportivo de Mujeres que Luchan, en el Caracol Morelia de territorio zapatista, y que aglutinó a cerca de 9000 mujeres de casi todo el planeta, se han sumado más convocatorias destinadas a tejer la lucha local contra los distintos despojos que hoy vivimos en México, a través de las convocatorias hechas por el Congreso Nacional Indígena, CNI, y las concejalas que son parte del Concejo Indígena de Gobierno. La vocación de género, es decir, una política de visibilización y participación de las mujeres indígenas, ha estado presente desde el inicio del movimiento del EZLN. Muy pronto se dejaron ver las declaraciones de las insurgentes, y la incidencia de las mujeres indígenas como comandantas del cuerpo político del EZLN. El día del alzamiento, primero de enero de 1994, se dan a conocer una serie de leyes revolucionarias, una de las cuáles es la Ley de Mujeres. En sucintos 10 puntos, esa ley posiciona a las mujeres indígenas en relación al Estado, a la comunidad y a la organización revolucionaria. Haciendo un encabalgamiento entre estado-patrón-esposo-padre-estructuras comunitarias de género-reconocimientos y grados de la organización revolucionaria, las mujeres van estableciendo sus derechos como “mujeres que somos”, derechos a ser respetadas, a no ser intercambiadas ni golpeadas, pero también a ser reconocidas por el estado nación como sujetos plenos políticamente, y en sus diferencias de lengua, vestido, costumbre, así como capaces de tener grado militar en la organización. Esta ley se consenso en las comunidades al menos un año antes de ser parte de las leyes revolucionarias que tocan temas como trabajo, tenencia de la tierra, educación. A partir de ahí, la serie de declaraciones del vocero del movimiento, Subcomandante Marcos, relativos a las mujeres indígenas en lo particular, son constantes. En el año 2007 se llama al primer encuentro de mujeres en la selva lacandona. Las imágenes de las mujeres indígenas zapatistas proliferan, en sus tres niveles de participación: las insurgentes, las comandantas y las mujeres indígenas de las comunidades. Pero es en 2018 que el zapatismo se encadena con las acciones que desde el 2015 empezamos a ver en distintas localidades a nivel global, al hacer el llamado internacional de Mujeres que Luchan. Lo interesante de su convocatoria es que se apertura a actividades culturales y deportivas, y posiciona en la discusión política la idea de unidad – somos bosque – dentro de la diferencia, de la violencia compartida, y de señalar entre toda la diversidad de mujeres las causas que provocan nuestras rabias y dolores. El encuentro fue multitudinario y fue el primero que realizan sólo mujeres zapatistas, sin intervención de varones. Fue también un encuentro de juventudes. La asistencia confirma la fuerza que aún tiene el zapatismo a nivel internacional. La declaratoria de cierre es muy interesante porque muestra las tensiones que se producen entre culturas urbanas e indígenas, y se dice que aún falta para identificar bien la lucha anticapitalista. En el contexto mexicano, es particularmente relevante que el Congreso Nacional Indígena, CNI, fundado en 1996 al calor del levantamiento zapatista, como un espacio que quiere ampliar la lucha centrada en la defensa de las autonomías, en un proceso de resistencia frente a las políticas de despojo, inicia sus llamados a Encuentros de mujeres del CNI a partir de julio del 2018. Ello muestra cómo la organización de las mujeres trasciende el ámbito del zapatismo, para irse extendiendo en las estructuras del movimiento indígena organizado. 3. ¿UN NUEVO SUJETO POLÍTICO, UNA NUEVA FORMA DE REVOLUCIÓN? Lo que he querido mostrar hasta acá es la apertura de un campo de teoría y praxis de mujeres, interseccional, intergeneracional, intercultural y antisistémico, que denomino descolonización del feminismo. Ese campo se ha venido construyendo desde hace tiempo, tiene genealogías y trayectorias disímiles, pero se ha ido encontrando en espacios locales y globales. Las redes sociales han sostenido un diálogo que después se acuerpa en experiencias conjuntas. Se está creando una narrativa y un discurso, donde partes del movimiento, más permeables que otras, para diferentes intersecciones de la lucha aportan a una plataforma común. Según la localización de las enunciaciones se va generando un entendimiento de lo común. Y así, demandas sectoriales o locales pierden su particularismo al encadenarse a otras demandas de facetas distintas de un solo sujeto, multidinámico, plural, y que se va definiendo cada vez con mayor claridad como anticapitalista, anticolonial y antipatriarcal. Rita Segato visualiza en estos procesos “una política en clave femenina” que significa la acción de retejer comunidad con un cosmos propio y contrario al proyecto histórico del capital. Un mundo en plural es un mundo probablemente no republicano, pero sí más democrático. Necesitamos recuperar lo que restó y existe en nuestros paisajes, después del gran naufragio, para retirar de allí el formato de un nuevo estilo de política para el futuro. Al hacerlo, tendremos que ir componiéndole su retórica, es decir, las palabras que nombran y confieren valor discursivo a este proyecto femenino y comunitario, con su historia propia y sus tecnologías de sociabilidad, pues solo ese discurso de vinculación podrá defendernos de una retórica tan poderosa como es la del valor de los bienes y la cosificación de la vida (Segato, 2018). En voz de las mujeres indígenas participantes de los Encuentros de Mujeres del CNI que desde 2018 se llevan a cabo, esto se registra y traduce de la siguiente forma: DECLARATORIA final del Primer Encuentro Nacional de Mujeres del CNI y el CIG, 30 de Julio 2018 Reunidas mil cien mujeres indígenas y mestizas del campo y de la ciudad de nuestro país de los Pueblos Originarios: Nahua, Totonaca, Otomí, Ñûhu/Otomì, Zapoteco, Maya-Yucateco, Popoluca, Hñahñu/Otomì, Tsotsil, Tzeltal, Chol, Purépecha y Mazahua de los estados de Aguascalientes, Baja California, Ciudad de México, Chiapas, Chihuahua, Coahuila, Estado de México, Guanajuato, Guerrero, Hidalgo, Jalisco, Michoacán, Morelos, Nayarit, Nuevo León, Oaxaca, Puebla, Querétaro, San Luis Potosí, Sinaloa, Tamaulipas, Tlaxcala, Veracruz, Yucatán y Zacatecas; así y como visitas del Kurdistán y de países como Alemania, Argentina, Austria, Brasil, Chile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Estado Español, Estados Unidos, Francia, Guatemala, Italia, Noruega, País Vasco, Perú, Uruguay y Venezuela, en la comunidad indígena Hñähñu de San Lorenzo Nenamicoyan, Estado de México, para celebrar el ENCUENTRO NACIONAL DE MUJERES convocado por la Comisión de Mujeres del Concejo Indígena de Gobierno para México del CONGRESO NACIONAL INDÌGENA con los siguientes objetivos: Tejer redes nacionales e internacionales de mujeres comprometidas con la lucha anticapitalista y antipatriarcal de abajo y a la izquierda. Reflexionar para llevar a la acción los nueve temas de trabajo del Consejo Indígena de Gobierno desde nuestra visión como mujeres rebeldes. Intercambiar nuestras experiencias de lucha para seguir articulando nuestra organización como mujeres anticapitalistas y antipatriarcales. Generar acuerdos y acciones concretas que permitan seguir tejiendo esta red de mujeres. Nos declaramos como mujeres en lucha contra el patriarcado, el capitalismo neoliberal y el neocolonialismo, con la convicción de que, si las mujeres no nos liberamos de la esclavitud, la sociedad nunca será libre. Nos enfrentamos al reto de no reproducir las relaciones de poder patriarcales entre nosotras y valorarnos todas como sujetas de nuestras propias vidas, con mucho respeto. Reconocemos nuestras diversidades y estamos convencidas de que para construir este mundo donde quepan muchos mundos que soñamos, será posible si incluimos todas estas diversidades. Reconocemos que las sociedades estamos constituidas por mujeres, hombres y personas de identidades sexuales diversas, todas igualmente importantes y necesarias en el proceso de construcción de una sociedad anticapitalista, antipatriarcal de abajo y a la izquierda. Desconocemos esta sociedad capitalista y patriarcal que nos ha “cosificado” y se ha alimentado de nuestras esperanzas y de nuestros sueños. Declaramos que la participación de la mujer en todos los ámbitos de la vida es imprescindible. Declaramos todas las mujeres que nos reunimos estos dos días que los acuerdos tomados en las mesas de los nueve grupos de trabajo del CIG: Tierra y Territorio, Autonomía, Mujeres, Jóven@s y niñ@s, Diversidad sexual, Justicia, Personas con discapacidad, Migrantes, Trabajo y explotación, serán parte fundamental para fortalecer nuestro quehacer cotidiano, organizativo y de lucha para lograr nuestro florecimiento como pueblos, comunidades, barrios y colonias. Desde abajo y a la izquierda Por una sociedad anticapitalista, antipatriarcal y anticolonial Nunca más un México sin nosotras.
CILE. Tessendo femminismi dal sud: dallo sciopero generale femminista alla rivolta popolare
En estas páginas queremos compartir un ejercicio de memoria de las acciones, pensamientos, sentires y recorridos construidos desde un sector de los feminismos del sur global durante los últimos años. Hemos visto que el ir hilvanando - con paciencia- nuestras historias, aprendizajes y experiencias, facilita la ardua tarea de construir horizontes de transformación y caminar colectivamente hacia ellos, para nosotras y para las que vienen. De alguna manera trazar nuestros caminos feministas es también es un acto de porfía para no ser borradas de los procesos históricos y dar cuenta de nuestro aporte a ellos. Reconstruyendo, como decía Julieta Kirwood (1985), la trama de lo invisible. La reconstrucción de nuestras tramas supone desafiar fronteras y dar cuenta de cómo se han ido entrelazando los procesos surgidos en distintos territorios del continente, en torno a diversas luchas y con distintas estrategias, pero que tienen en común levantarse con masividad, radicalidad y creatividad contra la arremetida extractivista, el avance de las derechas y los fundamentalismos y las violencias patriarcales, racistas, coloniales, desde un lugar de enunciación común: los espacios feministas y/o “entre mujeres y disidencias sexo/genéricas”. Además de la memoria, queremos distinguir las características más llamativas de los feminismos contemporáneos del sur global en pos de registrar y conocer repertorios de acción feministas y anticoloniales. Por un lado, la relevancia de los cuerpos en la lucha política. Para Butler (2017), las reivindicaciones hechas en nombre del cuerpo, en ocasiones, deben acontecer con el cuerpo y por medio de él. En ese sentido, los cuerpos en lucha interrumpen la cotidianidad citadina con performances que copan de cuerpos, música, gritos y colores y, también en distintos lugares en lucha: son los cuerpos de las defensoras los que despliegan para proteger a distintos territorios del extractivismo desatado y del racismo que asedia a las comunidades y sus formas de vida que resisten al colonialismo y su irrisoria voluntad de acumulación de capital por sobre la vida. Por otro lado, queremos mencionar las formas de activar feminista que disienten de las heredadas desde los sectores organizados en la izquierda tradicional del siglo XX y que se empapan de otras experiencias y repertorios. En ese sentido, la ética del cuidado como principio organizativo y el cuestionamiento a los liderazgos jerarquizados, las autorías colectivas y los llamados a replicar acciones libremente y de manera descentralizada. Para Raquel Gútierrez, el estudio de un movimiento de impugnación debe atenderse a sus horizontes interiores, es decir aquel conjunto de aspiraciones y anhelos, no siempre lógicamente coherentes entre sí, que animan el despliegue de una lucha colectiva y se expresan a través de ella en un momento particular de la historia (Gutierrez, 2017, p. 27). Analizar el despliegue del antagonismo feminista como un flujo, nos llama a documentar y comprender lo alcanzado en cada episodio específico de impugnación colectiva al orden dominante como también percibir y entender las novedades políticas que se producen en cada ocasión (P.27) Para la autora, no es fértil entender a los sujetos previamente a sus luchas sino es que, a partir de las mismas, hacerse las siguientes preguntas: ¿Quiénes son los que en un momento determinado luchan? ¿A qué se dedican? ¿Cómo se asocian? ¿Qué tradiciones colectivas los impulsan? ¿Qué persiguen? ¿Qué fines los animan? ¿Cómo se movilizan, qué tipo de acciones despliegan, cómo las deciden y cómo las evalúan? ¿De qué manera gestionan, cuando aparecen, sus conflictos internos? ¿Cómo se autorregulan? ¿Cómo equilibran la tensión conservación/transformación? Este ejercicio reflexivo no podremos responder a todas estas preguntas. Pero nos interesa, en particular, posicionar a la organización feminista como un nudo de construcción de poder transfronterizo, popular y territorial y como un afluente más del proceso de a revuelta abierta en Chile el año 2019. La precuela feminista a la Revuelta Popular Entender la movimentalidad feminista como un antecedente del ciclo de movilizaciones en curso nos remite a los despliegues, repliegues, repertorios, acuerdos, disensos de una cuerpa viva. Como se dice, son olas porque siempre están hermanadas a procesos políticos anteriores y porque sólo se aprende a movilizarse en la lucha misma. En Chile, las feministas se han organizado en distintos periodos de la historia occidental: por la dignidad del trabajo en las salitreras, por el derecho a ingresar a la educación formal, por el sufragio universal, por el contenido programático de los proyectos transformadores del S.XX, por los derechos humanos en la dictadura de Pinochet, por una vida libre de violencia hacia los cuerpos feminizados, por el derecho a una educación no sólo gratuita sino también no sexista, por derechos sexuales y reproductivos y, con mayor claridad en los últimos años, contra la precarización de la vida que el modelo neoliberal condena a la mayoría de la población que comparte el territorio designado como Chile. En esa trayectoria llena de aprendizajes, aciertos y fracasos, también se ha compartido camino con otras identidades subalternas que han cuestionado, ampliado, complejizado la apuesta feminista. En ese sentido, las preguntas kuir y no binarias que desencializan el género y amplían el sujeto colectivo feminista -situación tensa por el preocupante avance de sectores transfóbicos al interior del movimiento feminista-; la organización desde el ecofeminismo y los encuentros con las defensoras socioambientales; la migraciones y sus apuestas por feminismos que no sólo no sean racistas sino que apuesten por un antirracismo y las experiencias organizativas del mundo indígena que desafían el colonialismo heredado. En este artículo hablaremos, principalmente, desde nuestra experiencia desde la Coordinadora Feminista 8M (CF8M), de hecho gran parte de lo aquí vertido es fruto de reflexiones colectivas que nacen en ese marco, pero también nace a partir de la escucha y puesta en común con mujeres pobladoras, mujeres negras, migrantes, mapuche, lesbianas, defensoras de derechos humanos y los territorios y, en general, de todas las que luchan y hemos sido parte de la insurgencia en curso. En particular la CF8M es un espacio que articula, desde un horizonte feminista, a múltiples y diversas organizaciones e individualidades. Nació en enero de 2018 con el propósito de convocar a organizar un nuevo 8 de marzo, Día Internacional de las Mujeres Trabajadoras, esta vez en formato de huelga: la Huelga General Feminista como proceso que pusiera por delante un programa contra la precarización de la vida. La constitución del espacio implicó coordinar a mujeres y disidencias que provenían de organizaciones sociales y territoriales, colectivas feministas, partidos - lo que no estuvo exento de tensión-, e individualidades que por primera vez se organizaban, o bien, que venían dejando militancias mixtas. De esta compleja mixtura comenzó a levantarse la huelga y un programa feminista que articuló una serie de demandas propias del campo feminista con las más variopintas demandas del mundo popular, siendo el feminismo su principal hilo trenzador. El programa feminista surge, en particular, de una experiencia de puesta en común entre mujeres y disidencias llamado “Encuentro Plurinacional de las que luchan” (EPL). Encuentro que fue el primer esfuerzo masivo y diverso en el que nos encontramos mujeres y disidencias para construir procesos de huelga en todos los territorios que devinieran en una gran Huelga General Feminista. Una vez convocado, personas y colectivas de todo el país se volcaron a levantar el Encuentro a través de más de 50 pre- encuentros, territoriales y sectoriales, desarrollados en espacios de base, para culminar en el primer EPL en Diciembre del 2018, que contó con cerca de 1300 participantes. En ese encuentro se posicionó como una de las centralidades la Huelga General del 8M y la construcción de un programa de lucha y de acción común. La huelga se caracterizó de la siguiente manera: “La Huelga General Feminista del próximo 8 de marzo de 2019 busca interrumpir la normalidad de la vida y cotidianeidad de todos los lugares de estudio, trabajo, barrios y territorios, demostrando nuestra fuerza, unidad, creatividad y organización por medio de diversas formas efectivas de participar del llamado, que siendo protagonizado y dirigido por mujeres, levantará las demandas feministas, de las comunidades y sus pueblos. Para que así el feminismo irrumpa como una fuerza de transformación social y de oposición a los partidos que nos han gobernado, a los empresarios y a sus políticas precarizadoras de la vida. Ser y emerger como una fuerza que responda y enfrente a las iglesias y al avance de la extrema derecha, manteniendo nuestra independencia y autonomía como movimiento.” La masividad y radicalidad que comenzó a fraguarse en este proceso de organización, protesta y propagando, junto con los innumerables esfuerzos construidos por mujeres en zonas de sacrificio para resistir ante el extractivismo, las mujeres pobladoras y sus múltiples formas organizativas para sostener la vida y en definitiva, las comunidades y colectivas más diversas que han surgido desde el “entre nosotras” son - y deben ser reconocidas- como una antesala de la insurgencia de octubre. Nos parece relevante mencionar que, de hecho, la Huelga feminista del 2019, tuvo como expresión en las calles la movilización más grande desde el retorno a los gobiernos civiles y que la mayoría de las ollas comunes para saciar el hambre en tiempos de crisis han sido levantadas por mujeres previamente organizadas. Por eso creemos que considerar la revuelta como un estallido espontáneo, anulando con ello el trabajo y la creatividad del mundo popular que le anteceden. Borrar movilizaciones estudiantiles, tomas feministas, talleres, procesos de recuperación territorial y un gran abanico de andares del que somos parte, es funcional al poder y su deseo de arrancar de cuajo la organización popular de la historia. No podremos ahondar en estos andares que se intersectan y que son también precuela de lo que hoy vivimos, pero sí nos interesa mencionar que son expresión de las luchas contra la precarización de la vida extrema que vivimos en el sur, las del sur, sus múltiples causas y consecuencias. Desde ese entonces hasta hoy hemos vivido una revuelta popular, terrorismo de Estado como respuesta, una pandemia que ha profundizado la crisis global y un proceso constituyente abierto. Con aciertos y errores las feministas hemos estado en “primera línea” en cada uno de estos sucesos y nuestro posicionamiento en ellos es fruto - para bien y para mal- de lo que fuimos construyendo previamente. Durante la revuelta popular, y antes de ella como mencionamos anteriormente, las feministas hemos estado en distintas organizaciones y en las calles. Particularmente, articularnos con otras organizaciones sociales y en nuestros territorios, poniendo nuestros cuerpos para encontrarnos, pero también para denunciar el terrorismo de estado. Se hicieron performances, ciclomarchas, concentraciones, reuniones y conversaciones de sentires y pensares, cortes de calle, intervención feminista sobre monumentos patriarcales, etc. Emblemáticas son la intervención “Un violador en tu camino” que denuncia el orden sexual patriarcal vigente y a los agentes institucionales que la sostienen. Utilizan gestos y bailes para incluir también denuncias a la violencia político sexual que Carabineros de Chile realiza contra personas que son detenidas por estar protestando. Desde la coordinadora feminista 8M se levantaron distintas iniciativas. Una de ellas es la convocatoria abierta a mujeres y disidencias para realizar un pañuelazo y canto de la “Canción por la Rebeldía”. Esta acción tuvo lugar el 10 de diciembre de 2019 en las calles, en conmemoración del día internacional de los derechos humanos. Allí, las feministas actualizan un repertorio de protesta realizado por “Mujeres por la Vida” en plena dictadura cívico-militar de Pinochet y adapta la canción para denunciar la violación sistemática a los derechos humanos de las personas movilizadas en manos de agentes estatales. La letra adaptada - y que fue coreada por muchas y muches- de la canción es la siguiente: “Escucha hermana la canción de la rebeldía el canto fuerte de las que esperan justicia. Ven marcha sigue luchando fuerte gritando hasta el horror. Y que los pueblos condenen a los tiranos.” Junto con la denuncia y la impugnación la Coordinadora Feminista 8m ha colaborado, desde distintos lugares, redes solidarias y de cuidado. Por nombrar algunas experiencias la CF8M impulsó el "Plan de emergencia feminista en marzo: Nuestro cuidado sobre sus ganancias”. Plan que buscó responder a la pandemia desde una perspectiva feminista con el objetivo de priorizar la salud, la vida y los cuidados por sobre las ganancias de las empresas, además de visibilizar las condiciones en que se encuentran quienes llevan adelante las labores de cuidado. Dentro de la estrategia de cuidado territorial se impulsó la realización de catastros de las poblaciones de riesgo y sin redes de apoyo, organizando con esto el cuidado, además de impulsar la “huelga por la vida”. Fuimos parte además de la campaña “En red nos cuidamos” junto con otras organizaciones feministas, difundiendo información útil y redes de apoyo territorial en ocho regiones del país, además de visibilizar las redes institucionales disponibles para denunciar violencia. Así también participamos de esfuerzos por levantar y sostener ollas comunes y solidarizar con personas migrantes que vieron sus vidas aún más precarizadas en tiempos pandémicos. Procesos transfronterizos Como Coordinadora Feminista 8M formamos un Comité Internacionalista el 2019 para iniciar un proceso de articulación transfronterizo que nos permitiera enfrentar el momento que vivíamos. Por eso, al mismo tiempo que imaginábamos los nuevos desafíos del internacionalismo en clave feminista, comenzamos a tejer, rápidamente y sobre la marcha, redes de solidaridad con organizaciones y colectivas feministas de Abya Yala y otros territorios. En ese momento reflexionamos que las feministas, históricamente, nos habíamos articulado más allá y en contra de las fronteras impuestas por los estado-nación. De hecho, un hito clave en la lucha feminista en esta clave internacionalista, pluriterritorial o transfronteriza, han sido las manifestaciones, protestas, paros y huelgas del 8 de marzo, que ha convocado a millones de mujeres y cuerpos feminizados de todo el mundo impugnando el orden patriaral, capitalista y colonial imperante. Y pensamos que urgía - con esa potencialidad y sincronía que veíamos en el continente- escucharnos, acuerparnos y urdir estrategias comunes de resistencia a las violencias patriarcales, al carácter cada vez más fundamentalista y racista de las derechas, la militarización; la criminalización de la protesta, la intensificación del extractivismo en nuestros territorios y la crisis económica y sanitaria que precarizaba - y sigue precarizando- cada día más nuestras vidas. Con la globalización, también las resistencias fueron tejiéndose. Gradualmente fue naciendo un feminismo en la globalización, principalmente ligado a la organización internacional de género y las ONGs. Pero nuestro feminismo quiere ser transfronterizo, más allá de las naciones pero también de las propias fronteras que conviven en un territorio, separandonos por raza, clase social, situación migratoria, etc. El desafío es pensar un feminismo transfronterizo cuya organización se tome en serio las diferencias que occidente tiende a invisibilizar. Diferencias políticas, epistemológicas, de capacidad de agencia, de posición Potenciar organización feminista antiracista y enrededar lecturas y repertorios feministas, conocer los contextos de distintos territorios sin las mediaciones que el patriarcado nos suele poner y activar la solidaridad política entre feministas de distintas luchas. Esas fueron las motivaciones para que, en Noviembre del 2019, en plena revuelta de los pueblos en Chile, convocásemos a compañeras de distintos territorios de Abya Yala y del Norte Global, para denunciar lo que pasa en Chile, pero también para conocer lo que estaba ocurriendo en Bolivia, Ecuador y otros lares y activar la solidaridad política. Esta convocatoria, que devino en la Asamblea Transfronterizas, que agrupa a feministas de Argentina, Italia, Chile, Bolivia, España, Catalunya, Estados Unidos, Ecuador, Bélgica y Kurdistán, entre otros territorios, se ha mantenido desde entonces con asambleas abiertas y encuentros. Momento constituyente Dicho esto, se requiere conocer, describir y analizar las capacidades del movimiento feminista chileno para impugnar la injusticia neoliberal, movilizar pensamientos, afectos y encuentros para devenir en potencia destituyente - en el sentido de ruptura con los imaginarios dominantes- pero también instituyente - abriendo paso a otros futuros posibles- (Reguillo, 2017). Efectivamente la movilización popular, de la cual las feministas hemos sido afluentes y parte desde distintas apuestas, ha abierto una grieta en el imaginario dominante de lo posible para la transición política y ha dado pie al surgimiento y la consolidación de formas diversas de organizar la vida en común. Una de las posibilidades que se abrió a partir de la protesta popular fue la creación de la Convención Constitucional para cambiar la Constitución de Pinochet aún vigente en Chile. La idea surge, principalmente, de parte de las élites para aquietar las aguas, encauzarlas dentro de su acuerdos y limitar la voluntad de lucha expresada en la revuelta. Sin embargo, el momento constituyente no empezó ni terminó en los cauces impuestos por la institucionalidad y el campo popular se ha expresado dentro de él - a través de una potente votación a dirigencias sociales, feministas, ecofeministas y mujeres pobladoras - y por fuera de él en la organización para resistir sostener la vida. Pero las resistencias requieren, para vencer, también pensar en un futuro alternativo posible. Un futuro popular y feminista que, si bien las condiciones del proceso constitucional pueden ser favorables para ello, lo excede por mucho. La revuelta está abierta, el proceso constitucional en curso. Las aprehensiones hacia la institucionalidad son una preocupación constante. Los escenarios electorales y las orientaciones estado-céntricas tensionan una y otra vez al campo popular. Habrá que ver cómo las feministas de este territorio somos capaces de seguir organizadas en pos de que lo que abrieron las pueblas no lo cierren desde arriba, siendo creativas y capaces de articularnos más allá de las diferencias para enfrentar esta coyuntura tan difícil de abordar para todas. El mundo que se viene es incierto. La pandemia ha profundizado la crisis global, las derechas llevan un tiempo enarbolando discursos racistas y autoritarios y su eco ha aumentado. En Abya Yala hay proyectos transformadores -con las limitaciones que desde los feminismos nunca podemos dejar de ver- en curso; dentro de los feminismos han crecido sectores biologicistas que intentan excluir a las trans de nuestro movimiento; pero así también como ellos avanzan, nosotras tejemos hilos, tendemos puentes y construimos otros futuros posibles para situar la vida -humana y no humana-, los cuidados y la interdependencia entre cuerpos y territorios en el centro.
BRASILE. UN FEMMINISMO RADICATO. Riflessioni e pratiche
Current situation in Brazil invites us to look at the territorial dimension, where gender, racial and social oppressions develop and converge. The intersection between land, women and racialized minorities, pointed out by ecofeminists, is an undeniable characteristic of Bolsonaro’s government: he focused his campaign against abortion and women’s and LGBTQIA+ people’s rights. Furthermore, irresponsible handling of the pandemic crisis and land exploitation by agribusiness lobbies had terrible consequences on favela residents and indigenous populations of Amazonia. The war on drug trafficking has also become a war on favelas inhabitants, thus increasing insecurity in these areas and undermining access to basic services such as schools and hospitals. Although most victims of police violence are young black men, racialized women are on the front line in the fight against discriminatory policies; the adoption of the Maria da Penha Law against domestic violence saw a reduction of white women femicides, but at the same time an increase in murders of non-white women, who often live in favelas and do not benefit from state protection. While not taking into account women’s diversity, this law ended up discriminating favelas women. The Complexo da Maré district is one of many examples of how favelas residents, and especially women, are responding to capitalist and patriarchal discriminations. Overpopulation, precariousness and individualism are turned into sharing, cooperation and plurality. The brutal homicide of Marielle Franco, a black lesbian council member from the Maré, was a clear attempt to silence what she represented: an alternative, plural path against predominant capitalistic narrative.
FEMINISTAS TRANSFRONTERIZAS. Un grido che supera le frontiere
In the last five years, starting in Argentina, a new phase of feminist mobilisations has begun globally.The feminicide of Chiara Paez triggered mobilisations that identified violence as a structural element in the lives of women and LGBTQIA+ people. Over time, new connections have been established between countries and movements, leading to shared slogans, practices and forms of mobilization. Events such as the protest at the World Forum of Families in Verona in 2019 were opportunities for feminist movements from different parts of the world to meet and exchange ideas. These meetings have led to the formalisation of a network of movements and collectives under the name Feministas Tranfronterizas. Created during the pandemic, this network has allowed us to share reasoning, claims and practices and also to organise joint mobilisations on specific issues. Faced with threats to the freedom and self-determination of women and LGBTQIA+ people such as those against abortion rights, gender studies, sexuality, labour, feminist movements have tried to identify commonalities across different national contexts. Around these points, a response was constructed which, within the framework of a transnational reading of events, was also able to be effective at a local level. Feministas Transfronterizas is an experiment that tries to consolidate these transnational alliances, so that the voice Ni una menos and Vivas nos queremos can be raised louder and louder
GHANA. LE SFACCETTATURE DEL MOVIMENTO FEMMINISTA
The article reconstructs the history of the women’s movement in Ghana since independence in 1957. Women’s participation in the socio-political path of liberation and in the anti-colonial struggle against British rule was fundamental in achieving the country’s autonomy. In the 1970s and 1980s, women’s struggle focused on rights, but it is from the 2000s onwards, especially since 2004 with the Women Manifesto for Ghana, that the feminist movement has defined a framework political agenda for a gender perspective. The 2007 law, the Domestic Violence Act, focuses on the awareness that the defence against domestic violence is a complex political, cultural and always in progress act. Today, the feminist movement is intersectional, ranging from civil society issues to the right to self-determination, from intergenerational confrontation to new digital political forms
INDIA. “DOBBIAMO INIZIARE NOI STESSE”. Pratiche femministe intersezionali
Starting from the role of Indian feminist movements during the Covid-19 crisis, the author reconstructs the long history of Indian women’s struggles against patriarchal domination and their inclusion/exclusion in public life. Since the liberation from British colonial rule in 1947, religious conflicts in India have accentuated the problems of Dalit caste women, intertwining gender, economic, caste and territorial oppressions. Today, intersectional practices in the feminist movement can bridge divisions between communities, urban and academic contexts among Indian women activists. The themes of contemporary feminist practices are based on three political issues: freedom to love, freedom of movement, and self-determination in reproductive matters.
ARABIA SAUDITA E KUWAIT. I movimenti delle donne negli Stati Arabi del Golfo
The beginnings of the feminist movement in Kuwait can be traced back to the 1940s and the institutionalization of formal education for girls. In 1953, a group of young women advocated for the removal of Hijab. The group attracted mixed reactions between support and opposition, but their activities were restricted to holding meetings and publishing newspaper articles. They, however, indeed encouraged women to consider founding their own societies and organizations modeled after other Arab associations (Tétreault & al-Mughni, 1995). Hence, in a climate of rapid modernization and with the rise of the modern state under the new oil economy, women’s associations were created, giving Kuwaiti women more chances for access to a public sphere from which they had long been excluded. In 1963, when the first parliament was inaugurated, women protested the withholding of their political rights. That same year, they formed their first association, the Arab Women’s Development Society (AWDS), to focus on the education and development of all women (Olimat, 2009). Returning Kuwaiti female graduate students from abroad and women of wealthy merchant families formed the Women’s Cultural and Social Society (WCSS) to provide a social gathering place for the educated, merchant-class women with the energy and wealth to indulge in charity work. This group extended women’s traditional role of support and nurturing into the public sphere without posing a challenge to women’s position of women in society (al-Mughni, 1993). Both WCSS and AWDS remained the only operating associations for a decade. Licensed organizations with government support, these organizations projected an image of educated career women who dutifully participated in the labor market, as well as the state-building process. It is argued that the seven-month Iraqi invasion of Kuwait served as a catalyst for women’s growing feminist consciousness. During that period, many women took important social responsibilities and were instrumental in the survival of their besieged communities. Women also formed part of the underground armed resistance, passing weapons and ammunition through checkpoints. Many women became prisoners of war and martyrs (Al-Tarrah, 2002). A new period of the women’s rights struggle began in 1991 after Kuwait was liberated from the invasion of Iraq. Women argued that they had proven themselves by their contributions to the resistance throughout the brutal occupation, thereby earning full political rights (al-Mughni, 2010). It was not until Kuwait’s liberation from the Iraqi invasion in the early 1990s that a group of women decided to mobilize on a collective basis to advocate for equal citizenship rights (Tétreault & al-Mughni, 1995). As of 1993, of Kuwait’s main women’s organization WCSS, decided to adopt their cause and add the issue of Kuwaiti women married to non-Kuwaitis to the top of their priorities (Rizzo, 2005). Since then, WCSS has articulated more explicit outward support towards the cause for full citizenship rights and lobbied for laws that would permit women to pass their Kuwaiti citizenship to their non-citizen children. Nevertheless, it was not until 2014, when a coalition of women’s organizations dedicated to the cause came together under the banner of “Ensaf,” which translates to “Justice” in English, to seek justice for Kuwaiti women and their families. In the meanwhile, Saudi women have been participating in charitable organizations since the 1960s, generally under the aegis of princesses. By the early 1970s, the increase of women-only educational institutions nurtured nascent political activism among Saudi women. Educational institutions, coupled with efforts to bring more Saudi nationals into the workplace due to the oil boom, paved the way for the formation of Saudi intelligentsia and opened up new spaces for their activities (Doaij, 2017). Faced with the challenges posed by the Islamic Revolution in Iran and the seizure of the grand mosque in Mecca in 1979, the Saudi state opted to enhance its religiosity by increasing state resources for the religious establishment and aligning itself with the emerging Sahwa movement. The implication for Saudi women of this state strategy was a weakening of their position in the intellectual circles (Alfassi, 2016). While this era most evidently served as a temporal deterrence to secular feminism, it also conjoined it with different narratives, mainly nationalism and Islamism (Doaiji, 2017). Consequently, the increase of the display of religiosity, the strengthening of gender segregation laws and the surge in the number of religiously educated led to the emergence of a female sphere of religious activities (Le Renard, 2008). Nonetheless, the activism of Saudi women peaked in the 1990s during the Gulf War. In an unprecedented organized act of civil disobedience, 47 women staged a driving protest and drove in the capital Riyadh in resistance to the ban. This protest was one of the primary examples of Saudi women’s activism reaching beyond intellectual spaces and posing a more overt, organized manifestation of public sentiment. This driving campaign served as a powerful catalyst to further liberal feminist actions. Since 1990, many active, latent women’s groups from both Islamist and liberal-leaning orientations have emerged to form pressure groups for reform. Nonetheless, these earlier attempts of dissent, as well as other scattered efforts, did not manage to attract much public visibility and resonance as the “Women to Drive” campaign in 2011, when a collective of women activists inspired by the Arab Spring decided to revive the old claims by initiating a national wide campaign to encourage and mobilize women to drive on June 17, 2011 (Agarwal et al., 2012). Consequently, several Saudi women got behind the wheel on June 17, 2011 in major cities across the Kingdom, documenting their driving experience online. In general, the June 17 campaign was a success as it highlighted one specific injustice—the restrictions on women’s mobility. It also managed to point out the practical necessity of driving and signaled a rise in feminist consciousness among Saudi women (Doaiji, 2017). However, the ban on driving continuted till 2018 after the appointment of Mohammed bin Salman as a new Crown Prince of Saudi Arabia. However, one can not deny the scale and magnitude of the continuous efforts that were made by Saudi activists, who demonstrated an ability to cleverly maneuver within a restricting terrain using digital networking technologies and online forms of communication as digital platforms have become the central location of activism.
TURCHIA. IL MODELLO CURDO
Turkish government pulls out of Istanbul Convention on Preventing and Combating Domestic and Gender-based Violence, while taking advantage of the pandemic to release prisoners convicted of feminicide and violence against women. Together with the Kurdish people, women have been the most critic against Turkish totalitarian regime and now, unsurprisingly, they suffer the harshest attacks. The primary reason for the repression and threats to the Kurdish liberation movement lies in the movement's objective: not only to secure the status of the Kurdish people, but also to build an alternative political and social system based on equality between men and women, democracy and ecology. The Rojava revolution, and its system of self-determination implemented in the region under Kurdish leadership, is the best expression of this new reality. Moreover, what makes the situation in Rojava truly revolutionary is the role of the women's liberation movement. They aim to a Democratic World Women's Confederalism, as a form of expression of the international scope of the feminist struggle, which goes beyond solidarity and aims to engage in a common struggle.
RUSSIA. LO SCONTRO TRA FEMMINISMI E IDENTITÀ
Feminist movements challenge the status-quo in Russia, in a difficult context for all collective anti-government organisations. The author, deliberately anonymous, reconstructs the logic behind participation in the feminist movement in a very unfavorable context. Debunking the myth of a revolution even for the role of women since the birth of the Soviet state, the author traces the elements of continuity of the current regime with patriarchal principles and those of the Orthodox religion and recalls the fierce repression of feminist practices and performances in the recent history of Russia (e.g. Pussy Riot in 2012). The struggle of contemporary women in Russia is concentrated in two strands: dissemination and art. The dense onlòine communities, spread throughout post-Soviet territory, compensate for the difficulties of becoming a unified movement and allow people to come together – albeit virtually – on the issues of gender violence, both public and domestic.
FRANCIA. "ON SE LÈVE ET ON SE BAT"
In its renowned eventful social history, France has hosted different forms of feminism, from the 1960-70s movements (focused on abortion, divorce, birth control and work conditions) to the 80’s and 90’s’ “institutional feminism” supported by leftwing parties. In the 21st Century, French feminism acquired intersectional and decolonial features, and brought to light issues such as transexual and non-binary people recognition, muslim veil and sex workers’ rights, thus causing a fracture in the movement: abolitionist on one side, pro-choice on the other. The recent global feminist wave, sparked by #MeToo movement, drove public debate on previously silenced topics: sexual harassment in private and professional contexts, femicide (murder of women because they are women) and pedocriminality. Despite the French government’s promises, the resources deployed against gender inequality are largely insufficient, as reports #NousToutes (“Us All”), an organization which calls women and minorities to rally on every 8th March and 25th November since 2018, preaching for an inclusive feminism. French feminism’s limits reside in a strategy which is too institutionally-designed and lacks to address the subject of economical oppression on women and gender minorities. A global, intersectional feminist strike could be the most powerful weapon towards revolution; will French feminists choose to follow this path?
IRLANDA. FEMMINISMO. Sfide e possibilità
Ireland’s long history of patriarchy is matched by the ongoing evolution of its women’s movements. Today’s complex fragmented feminism finds its precursor in the colonial era. The first wave of the Irish women’s movement dates from the mid-19th century, with the franchise secured for women in 1918 while still under British colonial rule. First-wave feminists played a role in the nationalist movement, but their demands were side-lined later, during the construction of a conservative Catholic post-colonial Irish state. In the 1970s, the second wave marked a critical period of radicalism and consolidation, with important gains on issues of violence against women and women’s reproductive rights. The 1980s, in contrast, were a period of social conservatism, high unemployment and emigration, marked by a significant backlash against gains made by women’s rights advocates, including constitutional bans on divorce and abortion (Connolly 2003). The 1990s brought a lull in feminist activism, marked by the decentralization and fragmentation of the women’s movement into a network of localized community and voluntary groups. Nonetheless, the legalization of divorce, the decriminalization of homosexuality, and increased labour force participation of women provide evidence of feminist activism and a shift in societal attitudes. During this period, feminist activists successfully publicized many previously stigmatized issues, while securing state support for equality, contraception legislation and funding for a variety of women’s services. The 1990s were also punctuated by litigation on reproductive rights through the European Courts, a strategy that had mixed results in terms of constitutional change. This third wave culminated in a movement that was increasingly professionalized and mainstreamed into a form of state feminism (Cullen 2015). Ireland entered the 21st century as a highly globalised economic regime with a hybrid welfare system that combines strong liberal characteristics with conservative and Catholic features and a strong variant of the male breadwinner regime (Cullen and Murphy, 2017). Gender distinctiveness is coded in Constitutional protections for women in the home, which sit in tension with neo-liberal activation of women in labour markets. As a relatively low tax economy, Ireland also lacks capacity to fund socially necessary reproductive and care work, and as a result such work remains feminised in the sphere of the private household (and even more so after austerity and more recently the pandemic) (Russell et al 2019). Social disinvestment in the wider care infrastructure, exacerbated by forms of permanent austerity, also leaves women responsible for unpaid care work while many work in low-paid care work (Murphy and Cullen 2018). Despite the introduction in 2016 of a gender quota for national electoral candidates, Ireland occupies 101st place in the global league of parliamentary inequality. Women comprise 22 per cent of the national parliament and 23 per cent of local level politicians. Slow progress also made on reparations for women incarcerated in mother and baby home institutions, and continuing revelations of paternalism and the gendered outcomes of marketized health and social care services, indicate the limits of political responsiveness to women’s interests in Ireland. Deficits in gender representation in business and politics combines with other gendered penalties – including high-cost childcare and until recently restrictive access to reproductive rights – to create a patriarchal dividend. While the EU has been an important international opportunity structure for Irish gender equality advocates, a weakening of EU level gender equality commitments has narrowed the resources available in this context (Elomaki, 2020). The state response to gender equality then mirrors developments at EU level with r gender equality increasingly understood through a business case rationale aimed at advancing women in commercial contexts. This shift was accompanied by the emergence of equality mainstreaming with precedents at EU level reflected in Ireland as women’s rights were subsumed into the broader ‘equality’ and diversity mandates. Beyond the EU, Irish feminist groups have long sought to pressure the Irish state through UN monitoring processes for international conventions, including the Convention on the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) and the Beijing platform. Feminist responses to Austerity in Ireland: From 2008 to 2014, Ireland experienced a period of deep economic crisis and a significant programme of EU sanctioned austerity. Austerity era cuts in funding (in the order of 40 per cent) for some women’s groups have also meant the overall gender equality architecture is under resourced. Competitive tendering for community organisations and the austerity-related dismantling of equality infrastructure had also narrowed options for activism on gender equality (Cullen and Murphy 2017). The crisis also negatively affected women’s collective infrastructure and capacity for agency – evidenced in a series of cuts to public services, as well as in programs supporting women and families. Feminist organisations are also shaped by the broader topography of civil society. Key organisations had participated in a corporatist arrangement with the state (social partnership) which left a legacy of interdependence between the state and civil society. Over decades, organisations have grown comfortable and skilled in populist and single-issue forms of campaigning and enjoyed a significant level of access, even if that access happened alongside declining influence (Murphy 2011: 173). Research suggests that activism on women’s interests had adapted to this context drawing on defensive and reactive styles of protest that lack a more strategic and long-term offensive orientation. In effect, for many women’s organisations that are dependent on state funds, a reactive politics of adaptation and survival predominated with service provision prioritised over advocacy. Feminist involvement in broader anti-austerity protests also often found feminist ideas and arguments side-lined. (Murphy and Cullen 2018). Internal Dynamics and Contemporary Shifts: Conflict and fragmentation are key elements in understanding the development of feminism in the Irish context (Cullen and Fischer 2015). Efforts to construct a unified movement in the 1970s had created forms of exclusion of feminist subjects and histories where differences on issues including nationalism, class, religion and abortion led to significant divisions within the movement (Connolly 2003). The mainstreaming of the women's movement from the early 1990s as it became integrated with the state machinery illustrated by the state funded National Women’s’ Council of Ireland (NWCI) since 2021 the National Women’s Council (NWC). The NWC is the national level representative women’s organisation that has worked as an umbrella under which to consolidate a range of feminist and women’s groups activities (De Wan, 2010, 524-5). Class, race, ethnicity, rural, urban and generational cleavages characterise contemporary feminist activism. Some third wave activists have strong connections to the community development tradition and work in community-based organisations coordinated by groups such as the National Collective of Community Based Women’s Networks. Other have entered academia, think tanks, trade unions and civil society groups and work on rights of lone parents, historic abuse in industrial schools/ mother and baby homes, migrants and asylum seekers rights, sexual and gender-based violence, advocacy for disabled women, family homelessness, child poverty and women’s health. Others have become femocrats working in state agencies and in left wing political parties and have politicised low rates of female representation in politics and substantive issues such as period poverty. Recent gains in relation to domestic, sexual and gender based violence ( including legislation on victims’ rights in 2019, reforms within the criminal justice system and on cyber based harassment and violence in 2021) can be credited to a vibrant sector of sexual and gender based violence organisations. These include organisations such as Women’s’ Aid, SAFE Ireland, Dublin Rape Crisis and National Rape Crisis Network. Student led activism on sexual harassment and assault in higher education has also gained momentum marking a coalition between traditional student politics and feminist societies, supported by EU funding and national level feminist organisations. The #MeToo movement also reverberated in the Irish context with activism by women in theatre in the form of a Waking the Feminists movement that called out systemic sexual harassment and consolidated long term efforts to mobilise on women’s underrepresentation in media and the creative industries. Most recently this has evolved into a social media campaign #Whynot her highlighting the lack of female artists on radio and television. Working-class women and women from the ethnic minority indigenous Traveller and more recently racial and ethnic minority migrant women have in the past two decades established their own organisations and operate in parallel, in alliance and at times in contest with the more formalised arm of the Irish women’s movement. The existence of these groups marks a redrawing of the boundaries of Irish feminism, but their members often remain marginalised and excluded from Irish society and mainstream feminist activism. Some organisations predate this period such as the National Traveller Women’s Forum established in 1988 a core representative of indigenous ethnic women in Ireland. Akina Dada wa Africa (AkiDwa) [Sisterhood in Swahili], an organisation comprising of migrant women of diverse background was established in 2001 whose work led to the Irish Criminal Justice Act 2012 which criminalised female genital mutilation (FGM). Younger women politicised by the successes of referenda on Marriage Equality in 2015 and Repealing the ban on abortion in 2018 also constitute a new force in feminist politics. Some of these women have attempted to enter electoral politics while others have maintained connections to activist organisations. Migrants and Ethnic-minorities for Reproductive Justice (MERJ) was founded in September 2017 by migrant women of colour who had been actively involved in the campaign for abortion rights in Ireland. MERJ is feminist anti-racist organisation that offers a space where migrant and ethnic minority women, non-binary and trans people collaborate in a radical autonomous space. MERJ has taken a prominent role in #BLM activism in Ireland. The Irish response to Black Lives Matters, also revealed a range of Black Irish feminist, and feminist ethnic and racial minoritized women’s mobilisation in cultural, social and political contexts. Muslim Sisters of Eire are indicative of women’s organisations constituted by ethnic and racially diverse some of whom identify as feminist. It is an independent organisation of mainly Muslim women living in Ireland that operate essential food bank outreach for homeless people in Dublin. Regional organisations have also flourished, a function in part of participation in pro-choice activism, these include dedicated intersectional feminist collectives (trans inclusive and sex worker supporters) such as the Cork Feminist Network, Limerick Feminist Network and Galway Feminist Collective. These organisations have links with University feminist groups although they have a cross class and ethnic and racial diversity in their membership. Trans people and sex worker rights are also boundary markers for some organisations and collectives, with abolitionist groups including feminist organisations succeeding in securing a Sexual Offences Act 2017 that criminalised the purchase of sex. The Sex workers Association of Ireland (SWAI) mobilise for sex worker rights and oppose this legislation as do a myriad of feminist identified groups many supporting trans people’s rights. Transgender Equality Network Ireland (TENI) established in 2006 is a key advocate for trans people and their families and worked to secure The Gender Recognition Act of 2015 that allows all individuals over the age of 18 to self-declare their own gender identity. Feminist activists were also central players in the successful 2015 marriage equality referendum and continue to mobilise in advocacy and service provision through the Dublin Lesbian Line, BeLonG To – the national organisation which advocates for lesbian, gay, bisexual, transgender, and intersex young people in Ireland and other LGBT+ national and local organisations. Current context and the pandemic: Irish society sits at the nexus of tensions in the European project, around austerity and fiscal policy, Brexit, and US corporate globalization. Irish political culture and political party formations means that while is an absence of hard right populism in party political terms, however, a legacy of conservatism is evident in Irish political architecture that sets the context for state response to feminist mobilization. More recently far right groups have sought a foothold in Ireland, and in similar terms to other European contexts, xenophobic, anti -immigrant but also ‘pro family’ values that feature traditional gender roles feature in their messaging. Feminist and left-wing organisations have begun to monitor, and counter mobilise against these efforts (Far right observatory 2021). Over the last decade feminist leadership and focus has been more on bio-politics in the form of repealing the constitutional ban on abortion, than socio economic issues, this was logical given progress was most likely on cost neutral policy gains. A traditional absence in Irish politics of a class distributional agenda and weakness of trade union feminism meant few cross sectoral campaigns on social disinvestment and financialization of public services, hallmarks of austerity. Austerity does continue to haunt Irish social policy contributing to rising female and family homelessness, lone parent poverty, gender pension and pay gaps (Barry 2020). Early indications suggest that the political and public policy responses to the pandemic deepen these dynamics as women are situated to absorb the care gap left by the closure of schools and childcare and their separation from other forms of familial family support (Doyle, 2020). A new generation of campaigning specifically around investment in public services specifically housing, health, early childhood education and care, had emerged at the beginning of 2020 with a strong presence of female dominated professions and feminist groups including the NWC (Cullen 2020). These campaigns faced a strong discourse and political grammar of ‘economic recovery’ in Ireland (Coulter and Arqueros-Fernández 2020) that supported political party consensus to continue a low tax and low social investment approach. Feminist responses to Covid 19 in Ireland: Crisis management of COVID-19 in Ireland shares many characteristics of public health response in other contexts. Namely, women absent from decision-making processes, gendered assumptions about women’s capacity to absorb care underlying ill-considered elimination of care infrastructure and the absence of gender sensitive planning. Successive and severe lockdowns closed schools, childcare and supports for older people and those with disabilities for long periods of time placing significant burdens on women. Inconceivably, there are no women on Ireland’s governmental committees on Health and Covid-19. Campaign group Covid Women’s Voices, a diverse range of female healthcare workers, teachers, academics, lawyers and others have documented the gendered realities of the pandemic. This group echoes calls from feminist organisations including the NWC, and Domestic, Sexual and Gender based violence organisations that women’s voices are insufficiently heard during the pandemic. While feminist responses during austerity were reactive, defensive, and often featured as a minor player in larger anti-austerity actions, feminist responses to the pandemic are more innovative, inclusive and independent. It is possible that lessons learned from the successful abortion campaign in 2018, alongside the extreme circumstances of COVID-19 have afforded a reframing of issues previously considered either private matters, or best dealt with by the market, or to be of low political capital to those which resonated with the public and required political action (Cullen and Murphy 2020). Feminist pandemic related campaigns succeeded in securing an extension of income supports to women returning from maternity leave and housing for victims of domestic violence These gains were hard won but indicate the capacity of feminist actors to move quickly and strategically in a crisis environment to respond to women’s needs. Overall feminist actors have illustrated innovation in technological communication, and agile campaigning on live issues embedded in long time assessments of deficits in public services and gendered penalties of care work. Analysis suggests then some traction of feminist knowledge in non-routine forms of state action and examples where feminist expertise compelled states to act. However other efforts to maintain pandemic related supports for childcare and individualised social protection supports rather than qualified payments that treat women as dependents gained less traction (Cullen and Murphy 2020). COVID-19 has made clear that where change is needed states previously mired in cognitive lock and path dependent policy making can act in nimble and innovative ways to compensate for crisis. This puts social transformation firmly on the agenda in contrast with slow pace of gendered social change, which only happens under sustained feminist pressure. Feminists and their allies have worked to frame care outside of marketized rationales and income support outside of a male breadwinner welfare system, to define childcare as an essential public service and underline the value of largely female “frontline workers”. Such calls were based in a broader call for a care economy, a four-day week and public services organised through a feminist ethics of care. These campaigns are also embedded in an eco-feminist perspective (Cullen and Murphy 2020). A recent Citizens’ Assembly on gender equality was also held in 2020-21. This forum is an assembly of randomly selected citizens tasked with assessment of culture, law, politics and policies required to advance gender equality. Its recommendations informed by feminist expertise included a wholescale shift towards gender equality as a foundational principle in public policy and now await a state response. The question is whether post pandemic, the state will respond to such a call and whether feminists can continue to counter narratives and framing of crises that pivot towards normalization.
SVIZZERA. DALLA POLITICA ALLO SPAZIO PUBBLICO. Una panoramica dei femminismi storici e contemporanei
Introduction En Suisse, l’histoire des féminismes – que nous comprenons ici comme une revendication de l’égalité formelle et sociale entre les genres, de la lutte contre la pensée binaire et de celle pour les droits des personnes LGBTIQ+ – est longtemps restée discrète, faite d’avancées timides se confrontant à une inertie conservatrice et patriarcale souvent confondue avec la spécificité du système politique de fédéralisme et de démocratie semi-directe. Afin de contribuer à son récit, cet article s’intéresse à trois moments particuliers de l’histoire des femmes en Suisse : nous introduisons d’abord l’acquisition des droits politiques, nous abordons ensuite les mobilisations populaires et contestataires de la grève de 1991 puis de celle de 2019, et concluons avec un aperçu des actions et interventions de collectifs féministes contemporains. Le rôle des Suissesses en politique et l’obtention des droits Depuis l’adoption de la constitution de 1848, qui marque la naissance de l’État moderne – tout en excluant les Suissesses de l’exercice des droits politiques –, les femmes ont lutté pour pouvoir participer activement à la vie politique. La marche vers le suffrage féminin en Suisse s’étend sur plus d’un siècle, de la première initiative parlementaire pour le droit de vote des femmes à Zurich en 1868 à l’obtention du droit de vote au niveau fédéral le 7 février 1971. En 1928, les femmes sont dans la rue pour rappeler l’importance sociale et économique de leur travail à l’occasion de la première Exposition nationale suisse du travail féminin (SAFFA), organisée par une trentaine d’associations féminines. Le cortège défile devant le Palais fédéral, accompagné d’un char tout à fait éloquent : un escargot surdimensionné, qui illustre la lenteur des avancées sur le suffrage féminin en Suisse. En effet, il faudra attendre que les citoyens accordent ce droit à leurs concitoyennes par le biais d’un vote populaire : en Suisse, tout changement constitutionnel (comme les droits politiques des femmes) est voté par le peuple et doit obtenir à la fois la majorité de la population et des cantons. Après un premier refus en 1959, les citoyennes suisses obtiennent le droit de vote et d’éligibilité au niveau fédéral en 1971, mais la mise en œuvre effective s’échelonnera jusqu’en 1991 dans le canton le plus réticent. De la grève des femmes de 1991 à la grève féministe de 2019 L’acceptation du droit de vote et d’éligibilité des femmes, suivie par l’inscription du principe d’égalité entre les hommes et les femmes dans la Constitution en 1981, ont paru régler la question de l’égalité. Or, la lenteur de la mise en œuvre dans tous les cantons ainsi que la difficulté à mettre en pratique l’article constitutionnel sur l'égalité ont tempéré ce succès. Face à pareille inertie, y compris dans la composition du Conseil fédéral (masculine jusqu’en 1984), un vaste mouvement de femmes, avec au premier plan l’Union syndicale suisse, s’est mis sur pied pour organiser la « grève des femmes » le 14 juin 1991 – dix ans jour pour jour après l’inscription institutionnelle de l’égalité formelle. Plus de 500'000 manifestantes ont défilé dans les rues des villes suisses, avec comme principale revendication, outre l’application de la loi de 1981, l’égalité salariale. À travers un manifeste, les grévistes demandent aussi, entre autres, la protection contre le harcèlement sexuel sur les lieux de travail, la création de crèches et de systèmes de garde d’enfants accessibles et généralisés et le partage des tâches familiales. Le mouvement est perçu comme ayant accéléré l’entrée en vigueur de la loi sur l’égalité, qui date de 1996. En 2019, les femmes descendent à nouveau, de manière massive, dans la rue, et occupent l’espace public. La mobilisation découle en partie, une fois encore, de la question des inégalités salariales, en réponse à la révision adoptée en 2018 de la loi fédérale suisse sur l’égalité entre femmes et hommes de 1996, révision qui ne prévoit aucune sanction concernant le non-respect de l'égalité salariale. Si les syndicats participent, l’ampleur de la grève, qui devient aussi « féministe », dépasse ces derniers et les questions de salaire pour toucher l’ensemble de la société, avec un accent mis sur les violences faites aux femmes, les féminicides, la question de l’âge de la retraite, la reconnaissance du travail domestique... L’organisation est menée par des collectifs coordonnés aux niveaux suisse et romand, suite à l’Appel de Bienne pour une grève féministe et des femmes*. La manifestation de 2019 a pris des formes diverses mais avec des points forts comme l’appel à la grève lu à 11h dans diverses villes et l’arrêt du travail à 15h24 – heure qui correspondait au moment où les femmes ne sont plus payées par rapport aux hommes, qui continuent de gagner en moyenne 20% de plus. La question de son ampleur a été débattue, avec des estimations extrêmement différentes entre organisatrices et autorités – mais le chiffre souvent articulé de 500'000 personnes est dans tous les cas l’évaluation la plus minimale de cet événement. Les féminismes aujourd’hui en Suisse Cette grève féministe et des femmes* de 2019 est depuis devenue un événement annuel rassembleur, qui complémente le travail plus local mené par de nombreux collectifs aux quatre coins du pays. Cette dernière section vise donc à donner un aperçu de ces collectifs qui militent autour de thématiques variées comme la politique institutionnelle, la violence faite aux femmes*, l’utilisation de l’espace public, la mémoire collective, l’intersectionnalité ainsi que les sexualités. Pour ce faire, nous avons discuté avec une dizaine de collectifs et leur avons demandé comment leur projet était né, quelles étaient leurs revendications et leurs actions. Comme cela a été dit dans la section précédente, l’organisation de la grève de 2019 et des suivantes est coordonnée à différents niveaux, mais le cœur du travail et la prise de décisions s’effectue au niveau cantonal. Toutes les sections sont autonomes et libres de développer leurs propres groupes de travail, d’organiser des formations et de mener les actions qu’elles jugent pertinentes à leur échelle. Par exemple, le collectif du canton de Neuchâtel organise des « cafés féministes », où les parlementaires siégeant à Berne (au parlement national) peuvent discuter des propositions issues de la grève nationale. Ce dialogue permet d’avoir un suivi de la mise en œuvre de ces revendications et de maintenir un relai politique sur des thématiques telles que l’âge de la retraite des femmes, la situation des femmes migrantes et issues de l’asile ou encore plus récemment la révision de la loi sur le viol. Cette réforme a retenu l’attention de nombreux groupes dernièrement, à l’image du collectif genevois Engageons les murs (ELM), qui a notamment performé un violador en tu camino du collectif chilien Las Tesis pour la contester. ELM s’est formé suite à la polémique du « t-shirt de la honte » : des étudiantes dont la tenue avait été jugée inappropriée par leur établissement scolaire ont dû revêtir des t-shirt larges avec l’inscription « J’ai une tenue adéquate » pour se rendre en cours. Le collectif explique donc à la fois réagir à l’actualité, tout en visibilisant des thèmes tabous en Suisse, comme les féminicides – par une action où leurs corps allongés par terre sont recouverts de draps blancs –, ou encore l’inceste et la pédocriminalité – à travers une série de collages portant la mention « stop inceste ». Les féminicides et de manière générale la violence à l’encontre des femmes sont aussi des thématiques centrales pour le collectif tessinois Io l’8 ogni giorno. Malgré la pandémie, ses membres ont développé un plan d’action contre les violences faites aux femmes qui a été présenté début 2021. Construit collectivement sur la base de trois soirées de discussion autour d’axes distincts – les violences domestiques, les violences sexuelles et le harcèlement et les abus sur le lieu de travail – , ce plan d’action se veut une base de dialogue et une force de proposition d’actions concrètes à l’intention des institutions. Io l’8 s’engage aussi sur les questions de la retraite des femmes et de l’écoféminisme et compte poursuivre d’autres plans d’action et de réflexion, par exemple autour du langage des médias. L’occupation et l’appropriation de l’espace public – les rues, places et parcs – sont des caractéristiques récentes des actions féministes pour dénoncer, interpeller ou sensibiliser. L’utilisation du collage comme intervention féministe est au cœur de l’action du collectif Collages féministes Genève : ses membres placardent des slogans, des extraits de livres, parfois supplémentés d’une image, aux quatre coins de la ville de Genève. C’est suite à un séjour à Paris où les noms de femmes victimes de féminicides étaient collés que le collectif a démarré, de manière informelle et en petits groupes, ses propres collages. « Jpp du patriarcat », « patriarcrame » ou « non c’est non » sont certains des slogans apposés sur les murs de la ville. Dans la même perspective d’utilisation de l’espace public, les actions de l’association L’Escouade sont aussi très visibles. L’une des premières a été de dessiner des clitoris à la craie. Ces œuvres hautes en couleur avaient pour but de lever le tabou, sensibiliser et ouvrir la discussion autour de cet organe. Une autre action marquante du collectif s’est attaquée aux noms des rues genevoises, dominés par des noms d’hommes (549 rues contre 43 rues portant le nom d’une femme). L’Escouade a donc rebaptisé des noms de rue à travers le projet « 100Elles* » : cent plaques violettes avec des noms de femmes* ont été apposées à côté des plaques bleues portant des noms d’hommes. Abordant à la fois la question de la visibilité des femmes* dans l’espace public et dans l’histoire, ce projet a débouché sur le changement officiel de dix noms de rue et la publication d’un ouvrage rassemblant les biographies des cent femmes* sélectionnées. Ce travail de mémoire collective est aussi mené par le Collectif Afroféministe de Bienne (CABBAK), formé en 2020 partant du constat qu’il manque un espace pour les femmes afrodescendantes dans les luttes féministes en Suisse. CABBAK a participé au projet « Noircir Wikipédia » qui vise à « combler les lacunes de références, d'articles, d'informations sur la culture, les personnalités africaines et de la diaspora africaine et afro-descendante sur Wikipédia ». Au sein de ce projet, le collectif biennois a démarré la rédaction de la page de Félicienne Lusamba Villoz-Muamba, première femme Noire au Conseil de ville de Bienne (législatif), en se basant notamment sur son portrait dans le livre « I will be different every time – Femmes Noires à Bienne ». Plusieurs membres du collectif se sont d’ailleurs présentées pour la Session parlementaire des femmes rassemblant sur deux jours, à l’automne 2021, 246 femmes élues. La participation de membres de CABBAK est autre moyen d’assurer la représentation des femmes Noires dans l’espace politique suisse. En effet, malgré la variété des problématiques traitées et une certaine convergence des luttes, une partie des milieux féministes restent cependant encore majoritairement blancs. C’est notamment ce qui a motivé la création du podcast L’InConfortable, qui parle des problématiques que vivent les femmes* racisé?x?e?s en Suisse. Le slogan de l’émission « le podcast intersectionnel qui te sort de ta zone de confort » donne le ton : il s’agit d’un espace d’expression des voix de personnes racisées et ouvre le dialogue avec les personnes non-racisées. Chaque épisode accueille un?e ou plusieurs invité?x?e?s qui partagent leurs expériences autour de différents thèmes comme par exemple la mysoginoir, les stéréotypes ou la fétichisation des femmes* racisé?x?e?s ou encore l’islamophobie et le port du foulard. Enfin, un dernier enjeu à mentionner est celui des sexualités. Parmi les différentes initiatives on retrouve le Fesses-tival qui, depuis 2018, promeut une vision positive et inclusive des sexualités. Ce festival militant met sur le devant de la scène ce qui est encore trop souvent considéré comme étant privé– par exemple la pornographie et le travail du sexe – et questionne la production des savoirs autour de ces sujets comme leur dimension politique. Le Fesses-tival se veut un espace accessible, non seulement par sa gratuité mais aussi par un esprit de médiation avec un public qui ne possède pas toujours tous les outils pour penser et discuter des sexualités. Dans la même perspective, le projet La Bulle rose met en place des installations participatives autour des questions des corps et des sexualités. Porté par deux artistes, le projet aborde différents axes de réflexion. Parmi les différentes « bulles » (la sixième prendra place à l’été 2021), citons celle qui consistait en une petite pièce où l’on entrait par une porte en forme de vulve pour venir discuter de consentement ; une autre, durant le Fesses-tival, invitait le public à venir transformer des poupées tout en s’interrogeant sur l’assignation des corps dès l’enfance et la normalisation de ceux-ci ; enfin, le drapeau vulve rose à sequins célèbre dans l’espace public l’amour de soi et de son corps. Conclusion Du long chemin pour l’obtention des droits politiques aux enjeux actuels variés, notre but dans cet article a été de souligner la diversité, la richesse et la créativité des pratiques féministes en Suisse contemporaine ainsi que des avancées concrètes qu’elles enclenchent. Du point de vue institutionnel, les femmes sont désormais plus présentes dans l’arène politique : suite aux élections de 2019, on compte désormais 96 femmes sur les 246 membres du parlement fédéral (40%). L’organisation de la Session parlementaire des femmes cet automne permettra aux élues de débattre et de décider d’une liste de revendications communes à remettre au parlement et au gouvernement. Du côté militant, les enjeux ainsi que les formes d’interventions des collectifs actuels résonnent avec des pratiques féministes transnationales (faire grève, les collages, la performance de Las Tesis), tout en ancrant des revendications dans le contexte suisse. En dernier lieu, on peut relever que la majorité de ces initiatives naissent hors du contexte institutionnel et sont menées par des femmes*, amies ou simples connaissances, qui se rassemblent de manière bénévole pour penser, militer, bousculer les codes et amorcer un changement. Une telle pluralité permet ainsi à chacune de trouver sa place dans un espace féministe en constante mutation. Un grand merci aux collectifs qui nous ont donné de leur temps pour partager leurs pratiques militantes : Projet la Bulle rose, le collectif des Collages féministes de Genève, le Collectif Afroféministe Biel Bienne Afrofeministisches Kollektiv (CABBAK), Engageons les murs, L’Escouade, le Fesses-tival, la coordination romande des collectifs de la grève féministe et des femmes*, le collectif de la grève de Neuchâtel, le podcast l’InConfortable, et Io l’8 ogni giorno.
UNGHERIA: SILENZIO SULLE TEMATICHE DI GENERE
When I was kindly asked to write about the history of feminist movements and the experience of being a woman in Hungary, I was absolutely thrilled and over the moon. Awakening from my initial excitement though, I had to arrive at the conclusion that I am blissfully unaware of feminism in my own home country. My passion for knowing whom I should be grateful for having more equal opportunities and treatment as a woman is limited to the suffragette movement, which originated in my second hometown: London. In London, and the UK in general, female history and female leadership are recognised and publicly visible. The university I attended did not miss a single opportunity to proudly showcase its co-founder, my absolute idol: the unique, relentlessly determined and intellectually brilliant social scientist (perhaps the first of her kind) Beatrice Potter Webb. Beatrice among other things greatly assisted Charles Booth in his pioneering work of preparing the Victorian poverty map of London. Furthermore, the building I frequented for work in my final Londoner year was renamed after the leader of the suffragette movement, Emmeline Pankhurst, together with other two adjacent buildings, which received the names of Millicent Garrett Fawcett and Emmeline Pethick-Lawrence. Not to mention the fact that during my short-lived, one-year stint as a master’s student at the LSE, the institution’s director was (and still is) the youngest ever Vice President at the World Bank: Minouche Shafik. Perhaps if it was not for this article, I would have nearly forgotten how privileged I am for having been exposed to such impulses, role models and success stories, which remain silent or silenced in my country of origin. On the one hand, Hungary’s gender-silence is the result of no female visibility: neither in the school curricula, nor in politics. Teaching the history of female emancipation is blatantly ignored, and by far, Hungary has the most disappointing female representation both in government and the parliament all over Europe. On the other hand, gender-silence springs from the current government’s denial of the socially constructed nature of gender roles. A singular, unidimensional, conservative understanding of how women should conduct their lives is becoming mainstream and sold as a matter of nature, not nurture. Despite the (usually) negative, gendered undertones of many government policies and rhetoric, gender has been eliminated from public discussions, and has been labelled as an abhorrent ideology. In the following paragraphs, I will aim at addressing the dimensions of Hungary’s gender-silence in a factual, critical manner. To close the discussion on a positive note, I will also attempt to present some internationally less known, contemporary role models, who are guarding the spark of female emancipation. SILENCED HISTORY The issue of female non-visibility in schools is twofold. First, revolutionary female characters are simply omitted from history books. National symbols for Hungary’s freedom fighter people are important, and the iconic figure of Sándor Pet?fi - a Hungarian poet, who combated in the frontline and became a martyr of the Hungarian Civic Revolution and War of Independence of 1948/49 against the Habsburgs - is ubiquitously well-known for each and every school kid and adult. Much less is common knowledge of his wife, Júlia Szendrey, who is mostly famous for an urban legend. Rumour has it, Júlia while sawing the sacred symbol of the revolution, the tricolour cockade worn above the heart of every Hungarian, she accidentally messed up the colour order, and created a cockade representing the Italian flag. Instead, Júlia was an exceptionally smart, educated and enlightened female character, who spoke several languages, and thanks to whom Hungarians can read in their mother tongue the tales of Hans Christian Andersen. Her achievements are unimportant, negligible footnotes compared to the vast chapters spent on her husband’s legacy. The above is a simple illustrative, one-off example, but the list is way more abundant. Even though I was familiar with the names of Blanka Teleki and Pálné Veres, the champions of female education and the founders of the first girl high schools, their work can be equally described as unimportant, negligible footnotes in Hungarian school curricula. (The etymology of the latter’s name could be a topic for another essay. Pálné Veres was born as Hermin Karolina Beniczky, who married Pál Veres in 1839. In Hungary, even in my mum’s generation, it used to be widely common for girls to give up entirely their maiden name after getting married). At least, thanks to the educational institutions bearing the names of these ladies, they are better known for a wider social strata, compared to the architects of the country’s first feminist movement, who have literally evaporated from history. Mariska Gárdos, Margit Slachta or Rózsa Schwimmer are quite accurately tabula rasa for most Hungarians. Secondly, Hungary has an exceptionally weather-beaten modern 20th century history, dominated by authoritarian, extremist regimes and ideologies, both on the political left and right. Consequently, there was only a brief impetus for female representation to flourish. In addition, numerous positive achievements happened during controversial time periods, renowned rather for general resentment. Hence, up until conducting research for this essay, I was deeply unaware of divorce getting facilitated for women, and kids born out of marriage getting recognised, as early as in 1919. The late 1910s are submersed in the disastrous negotiation of the Treaty of Trianon, which concluded the Great War in Hungary. Moreover, the 1945 and 1947 elections, (two post- Second World War largely free elections under full universal suffrage) resulted in delegating female representatives to the National Assembly. Such elections were extremely rare occurrences in Eastern Central Europe, but again they are nowhere to be found in history books. Indeed, it is fairly unsurprising that women’s political representation in Hungary is still lagging miles behind, compared to other European countries. TEPID REPRESENTATION If I need to be utterly cynical, I must remark that female visibility does not necessarily lead to fruitful consequences by all means. For instance, Viktor Orbán attended a prominent, originally all-girls high school, proudly bearing the name of Blanka Teleki in the historic city of Székesfehérvár. Yet neither the second (2010 – 2014), nor the third (2014 – 2018) Orbán governments listed any female politicians at ministerial level (in English equivalent to secretary of state). As a big leap forward, the current, fourth tenure at the time of coming to power announced a single female minister, Andrea Bártfai-Mager, whom I have never heard giving any interviews or delivering public statements. As much as I disagree with their political views, the later addition of Judit Varga, Justice Minister and Katalin Novák, Minister without Portfolio for Family Affairs should be welcomed by everyone. Taking a step further, beyond recognising the value-neutral importance of finally having female ministers in government, I must note that the new additions are very much a double-edged sword. Firstly, both politicians are advocates of the nature assigned, conservative, singular understanding of gender roles. This simple conviction would not be a source of any problems; however, those who think differently have very limited chances of making their voice heard in public media. Furthermore, all this is coupled up with the toxic, machoist, subordinating, locker room talk-like rhetoric of leading pro-government politicians. The Speaker of the National Assembly, László Kövér is notoriously renowned for making blatantly sexist comments. Perhaps the most outraging one was his reaction to a female MP’s heated speech: “Nothing can be more disheartening than witnessing a female face deformed by anger, especially for someone, who is a man.” And he also added that he “pities those MPs, who display such behaviour, especially those whose national ID starts with number 2”. (Note: In Hungary all national IDs starting with 1 are assigned to males, and all those starting with 2 are assigned to females). This is exactly what I called in the introduction the second dimension of gender-silencing. Gender-silencing is not solely about cancelling female visibility. It is equally about the hypocritical, superficial rejection of gender studies and the socially constructed origins of gender roles, despite the government’s own gender-embedded communication style. The two gender-silencing dimensions are very much interrelated. Discriminating speech acts affect women’s self-perception and their perceived role in society. Hence, it is not surprising that the 2020 Global Gender Gap Report commissioned by the World Economic Forum (WEF), listed Hungary on the lowermost European rank on its female parliamentary representation list. Merely 12% of Hungarian MPs are female. In addition, one needs to go back in time as far as until 1740 to find the first and only female leader of the country: the Habsburg Maria Theresa. INVISIBLE REPRODUCTIVE WORK In spite of all the above criticism, the same WEF report acknowledges that Hungary is excelling in some aspects of achieving gender parity, or even disparity for the advantage of women. Significantly more female students are enrolled in tertiary education, and the female – male ratio of professional and technical workers is also favourable towards women. Nevertheless, in Hungary women earn only 62% of male salaries, which creates an extremely interesting puzzle. According to my interpretation, the discrepancy can be explained by the following reasoning. A great number of feminised industries, mostly related to quintessential reproductive, education and care work, belong to the less lucrative public sector. School and kindergarten teachers, care givers, nurses and cleaners all tend to be women, and the first four professions require a higher education qualification. All these careers are disappointingly undervalued and underpaid. Unfortunately, the current government, just like all the previous ones ever since the change of regime, does little to counterbalance this intra-societal low income trap. Reproductive work is still taken for granted and those who pursue their profession in this industry are awkwardly silenced. In fact, the minister responsible for families, Katalin Novák, has recently declared in a video that women should not ultimately vie for attaining a similar salary to men; rather, they should find their mission in providing essential, unreplaceable care for family members, which cannot be executed as well and as tenaciously by anyone else. There are some lukewarm, recently enacted government policies, which superficially try to encourage working mums to develop both a career and family life. However, they do not make the primary education, reproductive and care work industry more visible or valued. Much rather, they forge women to marry or stay in a marriage for all the wrong reasons. Without immersing in too many technical details, one such policy is the family tax credit, which is a type of personal income tax cut, that mums and their partners can claim, in proportion to the number of school age kids raised in their household. The more kids a person has, the higher tax cuts s/he can claim. In case a working mother has a low salary and pays less personal income tax than the eligible allowance, she can transfer the remaining amount to her officially recognised partner’s account. Hence, women, who structurally get paid less can benefit to the fullest from this policy only in case they have a partner, which severely penalises single mothers. Consequently, the above examples are yet another manifestation of the government’s exceedingly gendered rhetoric and family policies, in an artificially gender-silenced context, which overlooks structural differences and deprives women of having a variety of choices in their lives. CONTEMPORARY ROLE MODELS In conclusion, it can be stated that gender-silencing and overlooking structural imbalances are pronounced features of today’s Hungary. Many of the above paragraphs have criticised the current government and its strategies; however, gender imparity is a much more deep-rooted, systematically unnoticed issue in the country. For instance, none of the pre-Orbán, socialist led governments had on their agenda the diversification of school curricula, consciously adding female figures or the history of feminist struggle. The fundamental problem does not stem from the government’s particular position on gender roles, but rather normalising and standardising their unidimensional thinking without giving way to criticism. On a final note, in order to close this paper with a more positive conclusion, I would like to briefly list some fierce, intelligent, fearless women, who regardless of the unfavourable circumstances, unapologetically continue posing different role models to the future generations. They are the women, who are ready to debate gender roles, and give more visibility to female characters instead of advocating artificial gender-silence. Krisztina Baranyi, Mayor of District IX in Budapest, who is painstakingly fighting against the Chinese Fudan University engulfing a territory in her district, which was initially assigned for an affordable and sustainable student village. Veronika Munk, Editor in Chief of telex.hu, who established the online platform following the demise of Hungary’s most widely read independent news agent, where she previously held leading position. Edina Pottyondy, YouTube influencer, who is currently the most entertaining, cunning and unscrupulous political analyst in the online space. Bernadett Szél, MP, who has done more than anyone else for fighting against corruption and advocating transparency.
POLONIA. LA PUNTA DELL'ONDA? Nuove forme di mobilitazioni femministe internazionali
Most of you have probably seen photos of massive street demonstrations taking over Polish cities at the end of 2020. You might wonder how did it happen that during the time of the pandemic hundreds of thousands of people— mostly young, and mostly women, stepped outside, in what has presumably been the biggest social mobilization since the 1980s Solidarity movement? What had to happen that brought people out on the streets? The most immediate reason for these mobilizations was the ruling of the Constitutional Tribunal, the political body that, according to many observers, is no longer independent from the right-wing party, Law and Justice that is in power in Poland now. In simple terms, on October 22, the Tribunal, led by a woman judge, decided that abortion for fetal defects is unconstitutional, and therefore restricted the already strict Polish abortion law. The history of limiting abortion right in Poland is long. It was legal and accessible under state socialism after 1956, but the law introduced in 1993 limited it to only three cases: when pregnancy is the result of the crime (e.g. rape) when a woman's life or health is in danger, and cases of severe fetal abnormality. Under these restrictions, only a small number of abortions were performed, yearly just over 1000 procedures were lawfully done in a country, which population nears 40 million people. Up to October 2020, 97% of these abortions were performed under the premise that was outlawed by the Tribunal. Its decision, thus, in practice, equalled almost a total ban on abortion in Poland. Certainly, abortions outside the system are still available. Initially, in the 1990s abortion ban led women to seek clandestine procedures. More recently, referral networks provide women with funds and information on how to safely get an abortion abroad or self-manage it at home. Practical de-legalization of abortion was to be predicted given the current political climate in Poland. The government, however, did not predict the massive reaction that this particular decision will cause amongst millions of Poles. The recent actions of the ruling party and the resistance against them should be seen in the context of the ongoing war on “gender and LGBTQ+ ideology” that the Polish government escalated over the last 5 years (since the Law and Justice party first won parliamentary elections) (Graff and Korolczuk 2017). Most recent examples of anti-equality activities included: a threat to officially withdraw from the Istanbul Convention, announced by the Polish Minister of Justice in July of 2020, and the president of Poland famous statement that LGBTQ+ is “ideology not people”, which he made during his campaign for reelection in the summer of 2020. The government's actions become more severe with time, leading to the police attack and the arrest of the LGBTQ+ activists in Warsaw in August of 2020. As of late June 2020, approximately 100 Polish municipalities had adopted resolutions declaring themselves “LGBT-free zones”. Recent protests were the reaction to the escalation of right-wing politics concluded by the Tribunal's ruling, but they also built on previous mobilizations on the left, and, in the longer historical perspective, on the 30 or even 70 years of struggle for women's emancipation in Poland. During the state socialism and later, at the time of transformation, women's and feminists movements have been consistently working towards achieving gender social justice through legal changes, civil society activism, and educational activities (Grabowska 2018). In Polish contexts, more generally current protest can also signal the end of an era of the Catholic Church's cultural and political hegemony, its continued interference in both: public sphere, and in the educational system (religion was introduced to public schools in 1990). The 1993 abortion law, for one, is, by the broad public, known as a “compromise” of the male politicians and Catholic Church officials above women's heads. Current protests were, in the longer perspective, direct, and indirect effects of social mobilizations around women's rights (since the 1990s), LGBTQ+ rights (since the early 2000s) and, more recently, global youth climate strikes. Most recently in 2016, the Parliament's attempt to further limit legal abortion was stopped by the mass street demonstrations (known as “black protests”, and women's strikes) (Król and Pushtu?ka 2018) and in spring of 2020, during the lockdown, the similar attempt was countered by car blockades of major cities, “balcony protest”, “spontaneous gatherings” and “collective walks” in public spaces. By giving a green light to further restriction of the law, the government went against the majority of the Polish public, which opposes further restrictions, leaning towards widening the catalogue of premises under which abortion is legal, rather than shrinking it. Additionally, the Tribunal's ruling came at a very difficult time for many groups of society: with the Covid-19 pandemic, health care on the verge of collapsing, and projected recession, many groups turn against the government that is pre-occupied with escalating hate campaign against LGBTQ communities and women's rights. It is for this reason the protests were joined by other groups, including taxi drivers, some farmers' groups, labour unions, and spontaneously, during protests, by local tram and bus drivers. We now know, that in Poland, where women's groups are fighting for legal abortion for over two decades, this new wave o protests attracted, by far, the most people. The protests against Tribunal's ruling started on Thursday, October 22nd, and over the next days continued in various forms: street marches, blockades of major intersections during rush hours, and demonstrations in front of right-wing politicians offices and private residences. Importantly, these protests spread around Poland and were organized also in smaller cities, notably in regions known as the ruling party political base, such as the northeast region of Podlasie, and the south region of Podkarpacie. On October 26th 2020, police noted that 350 gatherings against Tribunal's ruling took place all over the country. The biggest gathering took place on October 30th, when over 100 000 people participated in the “blockade of Warsaw”. The mobilization was not only massive but also directed at various causes. For example one of the main slogans of the protesters: “You will never walk alone” referred directly to the arrest of LGBTQ activists earlier during the year. Emphasis on solidarity as the main value of feminist activism emerged as a continuation of the earlier tactics employed already during the “black protest” that consisted of “connective activism”, done largely through social media (np. Korolczuk et. al 2018, Król and Pushtu?ka 2018). Scattered but connected mobilizations were not led or managed by one political force, nor they represented one unified „feminist identity”, feminist agenda, or feminist movement. They gave participants a sense of belonging regardless of their previous affiliations, provided them with the sense that feminism is for everybody: including „ordinary women” (Ramme and Snochowska-Gonzalez 2018), and non-normative people. Last year's protests were unique in many other ways too. First, it was a massive, collective, and overwhelming sense of women's fury that drove these protests to be, compared maybe to what we know from the #metoo movement (Grabowska, and Raw?uszko 2020). Recent protests exemplified mobilization that arises from an intense emotional experience, affective response to what it aims to resist, from the vivid sense that “something is wrong” (Ahmed 2017). They were an example of „politics of emotion” which has the ability to transform what seems to be private into a public debate (Ahmed 2004). The powerful emotional reaction may have been an effect of the frustration with the government's continued steps to limit women's rights. Women were angry that this time, the ruling party practically banned legal abortion without even pretending that it has any respect for a democratic process (the law changed without public debates, and with an omission of the democratic process). It was also caused by the fact that this ban is very personal to many women, who realized, once again, that (male) politicians treat our lives with outright contempt. The fury with government spilt onto Catholic Church (many women protested during the Sunday masses, and some church's buildings were “decorated” with protests' graffitis). Anger, fury, and outright rage were well manifested in the protest's slogans, amongst them best known: “get the fuck out” (“wypierdala?”), and “fuck PiS” (***** ***) (PiS being the ruling party). Around the country, hundreds of thousands of demonstrators, mainly women and young people took the streets with banners proclaiming “I wish I could abort my government”, “This is war”, and “Women’s hell”. The strategy of “radical rudeness” that utilized public insult to challenge patriarchal structures of power (Nyazi 2013) brought about unexpected results. The vulgarity did not, as some feared, diminished the struggle's purpose. To the opposite, as the writer, and academic, Inga Iwasiów put it: “The moment we started the be vulgar, the other side started to listen”. Indeed, almost overnight the political debate in Poland shifted: women's groups, such as All Poland Women's Strike (co-organizer of the protests, demanding full abortion rights), and Abortion Dream Team (referral collective that helps women manage abortion at home), previously deemed “too radical” even for some feminists, became a proper partner in mainstream political debates, and drew the attention of major media outlets. They were no longer framed as “radical minority”, and extremists that have to be silenced for the sake of the balanced middle. But it was the massive mobilization and determination of youth that allowed for the protest to last for weeks. Young people of all genders were celebrating their political subjectivity on the streets by swearing at the government. Those who stayed home were supported by balconies, and windowsills, and on the internet. This engagement of young people, often deemed to be apolitical and disengaged, was a surprise. Especially that, as a generation, they grew up in the social reality of consecutive governments (both “liberal” and conservative) depending on the church's political support, the reality of militarization, and nationalism. It was a revelation to see masses of youth being immune and indifferent to the disciplining rhetoric of threat and fear expressed by the Minister of Education, who warned that students and teachers who took part in the protests might be prosecuted, and Jaros?aw Kaczy?ski— ahead of the ruling party—who called for the “defence of Poland, and the Catholic Churches” against the force that is “intended to destroy Poland”, and aiming at “the end of … the Polish nation as we know it”. Young protesters determination and persistence is a novelty and, it made everybody think. For the ruling party, it was a bitter lesson of how much their educational methods and nationalistic rhetoric has worn out, and how very out of touch they are when it comes to the young people— their future potential electorate. The extend of social protests may have also put an idea of the monopoly of right-wing populism— one on which the current government relies strongly— to an end. The narrative that LGBTQ+ and women's rights are the “outside ideology's” attack on Polish “traditional values” shared by masses, might no longer stick, in the light of recent events. To the liberal opposition, the new wave of protest, its slogans and aesthetic, maybe signal that the liberal narrative of little steps in the area of human rights in Poland, particularly when it comes to LGBTQ+ and abortion are simply outdated. Left-wing parties, that openly support abortion and LGBTQ+ rights (but have only around 10% of social support) may find this new political reality beneficial to them if they are able to shake the stigma of “post-communism”. While the massive wave of street protests came to its natural end at the beginning of 2021, due to the pure exhaustion of all that is part of it, the results of these mobilizations are yet to be seen. Over the last months, All-Poland's Women’s Strike extended its demands to the government to areas other than abortion rights, including women’s and LGBTQ+ rights in general, labour rights, the separation of church and state, and full judicial independence. Later events organized by feminists and LGBTQ communities, including the Equality Parade of June 2021 evidence that the new wave of social mobilization is indeed different from the previous ones. It consists mainly of young people from smaller cities, determined to impact their future, through activism within the broader intersectional movement that centres on solidarity, empathy and collaboration between various social justice struggles.

ABSTRACT

SELECTA

Recensioni: bell hooks/Burchi, Cardoso/Federici, Pierri/Lopez