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Immaginare. Siamo partite da questa urgenza, l’abbiamo lasciata decantare tra i pensieri, e poi roteare tra di noi come il segno di un’assenza. Quest’anno DWF, rivista indipendente e autofinanziata, compie 50 anni, e per continuare a celebrarla abbiamo rivolto uno sguardo al passato e uno al futuro. Nel ripercorrere la nostra lunga storia abbiamo trovato traccia di ciò che più di tutto ha a che fare coi femminismi: la capacità visionaria di figurarsi il mondo, prima ancora di averlo tra le mani, la volontà di farlo con gli ingredienti dell’ironia e della determinazione, del dare un nuovo senso ai fatti e alle parole e della provocazione. E poi abbiamo guardato al mondo che ci ritroviamo tra le mani oggi. E ci è sembrata venire meno quella spinta a immaginare.
Scriveva Simonetta Spinelli nel numero di DWF Aliene quotidiane del 1991:
Le scrittrici di fantascienza che hanno attraversato, personalmente o storicamente il femminismo […] mi sembrano assumere la funzione essenziale di ‘cantastorie’. Circolando in un pubblico di massa, sono portatrici di un racconto che è singolare e collettivo, e che ha la possibilità – proprio perché della narrazione popolare ha la suggestione, il ritmo, l’apertura tematica, l’aggancio con il quotidiano – di trasmettere assonanze, visioni, linguaggio, di delineare ipotesi che non appartengono, almeno esplicitamente, alla speculazione filosofica o all’azione politica. Cantastorie in un mondo dove la tradizione orale si è perduta, utilizzano l’ironia, raccontano
il ‘mondo possibile’ riscoprendo e descrivendo i mondi possibili dell’immaginario delle donne.
Le sue parole evocano la capacità di raccontare storie come pratica, individuale e collettiva, di analisi e immaginazione, di sperimentazione e creatività, verso le vite che viviamo e il nuovo mondo che vorremmo abitare.
La fantasia come invenzione quotidiana. Questa consapevolezza ha sempre fatto parte dei movimenti, e dei movimenti delle donne in particolare: «strategie di resistenza che sono inaugurazioni di vite fuori dai canoni […] Disordinano le mappe già disegnate per dover rifare paesaggi e geografie», scriveva Rosetta Stella. La capacità di generare visioni, di pensare a un presente già incardinato in un futuro immaginifico, creativo, dirompente, imprevisto. Liberare la fantasia è stato spesso un modo per rompere i vincoli dell’oppressione, per saltare i confini e dare vita all’impossibile, o a ciò che sembra esserlo nell’oggi.
Per dirla con le parole di Ursula Le Guin, tra le più celebri scrittrici di fantascienza femminista, da una variazione personale della realtà, da uno straniamento dall’esperienza comune, può arrivare una cosa nuova, e sarà una rivelazione, un viaggio, un sogno. Eppure, oggi in qualche modo ci sembra di aver perso la capacità di sognare.
Il presente ci attanaglia con una concretezza senza scampo. Ovunque suonano minacciosi i richiami di guerra, le democrazie declinano verso l’autoritarismo, la legge del più forte orienta le relazioni tra Stati e tra persone. Il genocidio in Palestina e l’impunità di Israele ne sono l’emblema. Se è vero che a Gaza si gioca la partita della libertà e della democrazia, sappiamo quanto ogni gesto di ferocia disumana che si è consumato chiami in causa ognuna-? di noi, ci chieda di prendere parola ed esporci. Perché ogni volta che si oltrepassa il limite del diritto internazionale, della violenza e del sadismo la sua eco ha ricadute in ogni luogo. Fino a qui, dove sulle nostre esistenze, quando sconfinano dal tracciato delle norme di genere, sessuali, relazionali, sentiamo sempre più brutale l’attacco istituzionale e sociale in risposta. A tratti il livello di violenza è così forte da trovarci perlopiù in posizione difensiva, lottando per la sopravvivenza. Ma sempre meno in grado di rispondere con la fantasia, con lo slancio delle visioni. Un’afasia che viene da lontano, dallo shock generazionale del G8 di Genova, alle
crisi che sono seguite – economica, pandemica, politica.
Forse per questo sentiamo il bisogno di tornare a immaginare un mondo diverso, con la radicalità che hanno le visioni: senza regole e codici, con il desiderio dissacrante di sfidare il mondo che c’è, e dare vita a un altro, sia nella pratica che nelle parole, nei simboli, nelle immagini.
Siamo convinte che la narrativa permetta di pensare nuovi immaginari, nuove pratiche, nuove forme di sorellanza e alleanza, non come una fuga dal presente ma come apertura di uno spazio di possibilità, come una bussola che ci indichi la direzione. In fondo, come Donna Haraway ha sostenuto in Manifesto Cyborg, «il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica».
Abbiamo quindi pensato di raccogliere le visioni delle cantastorie di cui scriveva Spinelli. In tante hanno risposto con un breve racconto nel quale immaginare il mondo che verrà, la vita delle donne tra 50, 100, 200 anni, ma anche un mondo femminista che può essere stato, o che è, al di là delle strettoie del presente. Dalle loro visioni abbiamo visto emergere nuovi miti fondativi, dove la Dea gode della libertà di Eva (Ardone), ma anche futuri impensati, dove l’Istituto, con le buone o con le cattive, educa alla sorellanza (Marzi), e gli uffici penali del nuovo
potere transfemminista reinseriscono in società soggetti maschi detenuti (Venturini), dove finiscono le parole ma è possibile riscoprire l’infinito (Lo Moro), e nonostante sistemi di controllo totale se ci si prende per mano si può viaggiare in altri mondi (Ghebreghiorges). Anche nelle distopie più amare, non spariscono i fili della resistenza (Triana, Troisi), e nei sogni più spettrali è possibile affacciarsi alla magia di un’altra donna (De Marchi). Nonostante tutto, nel futuro distopico della catastrofe ci saranno ancora bambine in grado di inseguire la volpe (Caminito).
Alla Palestina, a Gaza, che in questi ultimi due anni ha visto passare sopra i corpi, le anime, le speranze della gente l’ultimo e più feroce attacco di un’occupazione che ai nostri occhi sembra fantascienza, distopia, dedichiamo Poliedra. Ripubblichiamo il racconto di Selma Dabbagh, inserito nella raccolta Palestina 2048. Racconti a un secolo dalla Nakba pubblicato nel 2019 in Gran Bretagna e tradotto in italiano nel 2021 da Lorusso Editore, con l’introduzione della curatrice Basma Ghalayini. Se il parallelismo tra i futuri distopici della fantascienza occidentale e la realtà quotidiana della gente in Palestina è da sempre un’evidenza che fa male, il genocidio nella Striscia di Gaza così come il “piano di pace” neocoloniale degli Stati Uniti, ci portano oltre, fuori dai confini dell’immaginazione, a scontrarci duramente contro il muro del reale.
Le manifestazioni oceaniche di queste settimane in tutte le piazze del mondo, le missioni umanitarie delle Freedom Flotilla verso Gaza, le occupazioni, gli scioperi e le proteste che stanno coinvolgendo scuole, università, porti, strade, sono la risposta personale e politica di chi non può più stare in silenzio, di chi vuole
liberarsi dall’afasia, sentirsi parte di un tutto più giusto, ricominciare a sognare: volevamo liberare la Palestina, ma è la Palestina che ha liberato noi.
(gbr, tdm)

