Il 20 gennaio 2025, appena insediato, il Presidente degli Stati Uniti Donal Trump ha emanato un ordine esecutivo intitolato Defending Women from Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government. Il documento è finalizzato a ripristinare «la verità biologica nel governo federale» e, a tal fine, prescrive un vero e proprio vocabolario costruito a partire dal riconoscimento esclusivo di due sessi (maschile e femminile) non modificabili e basati su una realtà ritenuta incontrovertibile. Tra le definizioni fornite (sesso, donna, uomo, femmina, maschio e così via) trova spazio anche gender ideology, espressione incriminata in quanto sostituirebbe la categoria biologica del sesso con un concetto mutevole di identità di genere legato all’autopercezione. L’urgenza di questo ordine, che cancella tutte le precedenti misure contrastanti, è motivata con l’impatto corrosivo che l’ideologia gender avrebbe non solo sulla vita delle donne, ma anche sulla validità e legittimazione dell’intero sistema americano. Una conferma, questa, della rilevanza politica che gli odierni nazionalismi – in continuità con il passato – assegnano alle visioni normative delle identità di genere e della famiglia.
Il genere, d’altronde, non occupa una posizione centrale soltanto nel discorso pubblico e politico statunitense. Anche in Europa le destre radicali, populiste ed estreme giocano la loro partita identitaria proprio sul terreno del controllo riproduttivo dei corpi e della difesa di una presunta famiglia naturale, registrando come è noto un consenso crescente all’interno delle liberaldemocrazie europee.
L’Italia non fa eccezione. Basti pensare alla retorica che attribuisce le cause del cosiddetto inverno demografico al femminismo, ai movimenti di liberazione delle minoranze sessuali, alla confusione tra i generi; ma anche al conflitto politico che si è acceso nel 2021 attorno al cosiddetto Ddl Zan, “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. È proprio da questo dibattito – per lo più impetuoso, polarizzato e semplificato che ha ampiamente travalicato i temi effettivamente posti dalla proposta di legge – che prende l’A. prende le mosse nell’introdurre il suo volume.
Il titolo è volutamente provocatorio, in linea con lo stile della serie Fact Checking: la storia alla prova dei fatti curata da Carlo Greppi per contrastare con le armi della ricerca storica le falsificazioni strumentali che imperversano sui social network (ma anche nei discorsi della politica). Nel caso del libro di Schettini, al centro dell’analisi c’è un «fantasma», ossia “ideologia gender”, che viene decostruito a partire, innanzitutto, dalla sua storia.
Nel primo capitolo – Confusione di genere – si colloca la nascita di questa etichetta alla metà degli anni Novanta, si descrive la sua diffusione negli ambienti ultracattolici e, soprattutto, si ricorda la sua funzione culturale e politica di reazione al cosiddetto gender feminism e di difesa dell’ordine patriarcale. Guardando all’Italia, un evento spartiacque è individuata nella mobilitazione antigender che caratterizza il XIII Congresso mondiale delle famiglie (Verona 2019) sancendo il sodalizio dei populismo di destra (in primis la Lega di Matteo Salvini) con il cattolicesimo conservatore, in nome della difesa della famiglia tradizionale e, ancora di più, delle donne. Sono loro, infatti, ad essere presentate come le prime vittime di un’ideologia finalizzata a deprivarle del loro unico potere – quello riproduttivo – e addirittura a eliminarle culturalmente e simbolicamente a favore di un’umanità senza sesso, composta da mostri ibridi postumani e – elemento fondamentale – dominata da lobby lesbiche, gay, trans. Con il tempo, infatti, l’etichetta “ideologia gender” si è estesa, finendo per comprendere non solo le critiche femministe al patriarcato e al disciplinamento dei corpi riproduttivi, ma anche qualsiasi minaccia alla dicotomia eterosessuale/omosessuale. In una parola, il queer.
Dopo aver descritto il significato amplissimo attribuito al gender nell’agenda politica delle destre cattoliche, il secondo capitolo – Il genere e la (sua) storia prima e oltre l’ideologia gender – opera una distinzione cruciale, ricostruendo la nascita e la funzione della categoria analitica. Al cuore del libro è così posto un sentito omaggio alle storiche che, sulla scia del movimento femminista degli anni Settanta, hanno iniziato ad innovare la ricerca storica valorizzando la soggettività di chi interroga il passato, rintracciando «i graffiti di esistenze femminili mute e nascoste» (p. 51), ponendo al centro dell’indagine di vissuti e eventi posti fino a quel momento ai margini. Il cambiamento di prospettiva operato dalla storia delle donne si è fatto ancora più evidente con l’incorporazione, a partire dalla fine degli anni Ottanta, di una nuova categoria analitica, quella del genere appunto, che ha messo in questione l’essenzialismo e l’omogeneità delle donne come gruppo sociale, marcando la distinzione tra ciò che è il sesso biologico e i significati culturali, politici, simbolici ad esso attribuiti. Si tratta di pagine che solo apparentemente portano chi legge su un piano diverso, quello della storia della storiografia, perché dimostrano la profondità storica sia della centralità assegnata ai corpi nella costruzione dei nazionalismi, sia delle fobie provocate dall’ipotesi di società “de-generate”.
Si giunge così al terzo e ultimo capitolo – L’ideologia del gender e la (sua) storia prima e oltre l’invenzione del genere – dedicato alla genealogia dell’ansia culturale, sociale e politica nei confronti dei confini tra i generi. L’A. attinge a un patrimonio di studi che ha indagato le trasformazioni e la pluralità dei modelli famigliari, dei comportamenti sessuali, dei rapporti di potere, dei ruoli sociali attribuiti a donne e uomini nel lungo periodo, con intrecci complessi tra dimensioni biologiche, psicologiche e socio-ambientali. In particolare, mettendo a frutto una lunga esperienza di studio sulla minaccia posta da travestiti, donne moderne e uomini effeminati all’architettura istituzionale tra Otto e Novecento, l’A. ricostruisce la ratio che ha collaborato alla costruzione di quella comunità immaginaria che è la nazione. In quest’ottica vanno lette anche le reazioni alle più recenti esperienze di trasgressione dell’ordine di genere patriarcale (oggi caratterizzate dal gioco con le apparenze di genere, dalla mescolanza dei codici, dalla performatività di genere), a cui sono dedicate le Conclusioni.
Nel suo insieme, il libro ribadisce come lo stesso concetto di “naturale” abbia una storia e, soprattutto, una funzione politica. Nel farlo, offre una bussola a chiunque desideri orientarsi nel dibattito in corso con consapevolezza e senza paura della complessità, rivolgendosi in particolare alle persone più giovani che «sembrano individuare nella sessualità e nel genere campi primari per agire il conflitto, anche generazionale, e per costruire la propria soggettività» (p. 8).
Paola Stelliferi in T’immagini. Racconti visionari per i cinquant’anni di DWF

