Per recensire Femministe di un unico mondo, il libro di Bianca Pomeranzi, non si può non partire da Bianca stessa. Siamo infatti di fronte a un testo che racconta una pagina di storia dei femminismi, colmando un’assenza e contribuendo a una genealogia che non smettiamo mai di nutrire, ma anche davanti alla vita di una femminista, attivista e lesbica, che ha abitato e attraversato numerosi confini. Questi ultimi non sono solo quelli geografici di cui si parla nel volume ma la capacità di chi ha saputo connettere il personale e il politico nella propria quotidianità, perché questo «non era uno slogan, ma una rivolta esistenziale e uno stile di vita che autorizzava a sfidare il controllo sociale e a mettere in pratica scelte che esistevano solo nei nostri sogni» (p.14). La vita di Bianca – dalla fondazione di Aidos, Ong per i diritti delle donne, al lavoro presso il Ministero degli Esteri – testimonia una spinta concreta a trasformare il desiderio femminista in azione, connettendo diversi piani e rendendo porosi i confini tra attivismo e istituzioni. Qui non possiamo e non vogliamo tracciare una sua biografia ma ricordare che la sua vita è strettamente connessa alle vicende che narra, poiché in prima persona ha contribuito a quel femminismo transnazionale che racconta nel libro.
Nelle pagine che scorrono con agio la sua esperienza personale si intreccia con la storia collettiva di una mobilitazione radicata nel conflitto, nel dialogo e nella costruzione di alleanze durature che arrivano sino ai nostri giorni. La riflessione si sviluppa attraverso un’analisi approfondita delle quattro Conferenze mondiali sulle donne, organizzate dalle Nazioni Unite, che offrono una lente privilegiata per comprendere l’evoluzione del femminismo transnazionale: il percorso prende avvio nel 1975 a Città del Messico, prosegue nel 1980 a Copenaghen, raggiunge un momento cruciale nel 1985 a Nairobi e si conclude, dieci anni più tardi, nel successo della conferenza di Pechino nel 1995, evidenziando le trasformazioni delle pratiche politiche e delle identità collettive femministe su scala globale. Questi eventi sono riportati non solo come momenti simbolici di visibilità internazionale, ma come spazi concreti di rivendicazione collettiva e di ridefinizione del femminismo transfrontaliero nella seconda metà del Novecento. Se infatti l’Onu aveva previsto la presenza della società civile, non aveva certo immaginato in quante avrebbero aderito, certamente non erano state previste le decine di migliaia di partecipanti che divennero protagoniste delle ultime due conferenze.
Pomeranzi ha scritto molto su questi eventi e lo ha fatto anche sulle pagine di DWF, in particolare su DWF (79-80) 2008 e su DWF (25) 1995, 1, pertanto il libro rappresenta un approfondimento che evidenzia il ruolo che le femministe hanno avuto nel presidiare i luoghi della politica multilaterale e nel plasmare una agenda internazionale che non volevano fosse definita senza di loro. In quegli anni infatti la mobilitazione che prende corpo trasforma le conferenze, come ricorda l’autrice stessa citando Hannah Arendt, in uno “spazio dell’apparire” nell’immaginario e nella pratica internazionale, in cui i femminismi e le associazioni di donne poterono «manifestare il loro essere nel mondo e il loro pensare il mondo con la forza di un’alternativa politica» (p.39).
Connettendo il piano nazionale e internazionale vengono raccontate nel dettaglio le conferenze, riportando le diverse dimensioni della contesa agita in quei contesti, partendo dal confronto tra le attiviste e le istituzioni internazionali, «per interpretare la storia delle donne alla luce di quel conflitto e per comprendere come l’agire politico femminista sia divenuto cosi? determinante in molte situazioni». (p.13). Ma Pomeranzi non manca di generosità e racconta anche i suoi dissidi interiori come quelli che presero forma tra donne del Nord e del Sud Globale; le conferenze furono infatti eventi complessi e conflittuali, dove i diversi movimenti delle donne e femministi si incontrarono e scontrarono, per dare vita e corpo a una rinnovata capacità di azione collettiva oltre i confini nazionali. Se il libro arriva fino al presente in queste poche righe ci soffermeremo sugli incontri internazionali, poiché è la loro narrazione che facilita ad arrivare al giorno d’oggi, raccontando finalmente quanto sia stato complicato capirsi all’epoca ma anche quanto sia stato arduo per il femminismo bianco e occidentale, anche quello italiano, l’incontro e lo scontro con altre e diverse prospettive femministe. Queste misero in discussione e decostruirono l’agognata sorellanza universale, basata sull’appartenenza di genere e considerata necessaria per una unitaria rivendicazione dell’uguaglianza. Le donne del Sud globale portarono una critica postcoloniale nella lettura dei fenomeni strutturali che causano le disuguaglianze e una abbozzata prospettiva intersezionale nel sottolineare come il genere non bastasse a descrivere la condizione delle donne o a stabilire a priori coalizioni e comunione di intenti. Inoltre, mettevano al centro questioni politiche quali l’apartheid in Sudafrica e l’occupazione della Palestina, la cui risoluzione era necessaria tanto quanto affrontare le diverse forme di patriarcato.
La Conferenza di Nairobi del 1985, che rappresenta a mio avviso il momento decisivo che consentirà il successo di Pechino, vede consolidarsi una nuova identità femminista. Protagoniste sono le donne del Sud globale che si organizzano in reti transnazionali durature, capaci di sopravvivere e influenzare le dinamiche politiche ancora oggi. Ma anche le capacità delle attiviste del Nord e del Sud globale di mettersi in discussione e costruire alleanze e rivendicazioni sulla base di reali e condivise necessità comuni, quali la violenza di genere.
Nel capitolo dedicato a alla conferenza di Nairobi si racconta di quali strumenti si dotarono attiviste e associazioni per stabilire modalità di dialogo e forme di organizzazione capaci di superare i confini nazionali e le differenti priorità politiche. Attraverso l’analisi dei documenti ufficiali e delle testimonianze dirette, vengono narrate le dinamiche che hanno permesso la formazione di un attivismo, capace di articolare visioni comuni, influenzare le politiche di genere e creare un movimento che è stato capace di ridefinire la partecipazione e l’azione delle donne nello spazio internazionale. Pomeranzi non manca inoltre di ricordare che in questa Conferenza, come nelle precedenti, furono presenti numerose attiviste lesbiche che in Kenya, nonostante l’omosessualità fosse un reato e l’evidente ostilità della stampa dell’epoca, riuscirono a organizzare seminari e conferenze «senza subire censure, grazie alla solidarietà di molti gruppi che chiesero alle organizzatrici del Forum di mantenere una linea dura verso il governo» (p.81), garantendo così che anche i loro corpi e le loro rivendicazioni trovassero spazio di espressione.
Il lavoro di Pomeranzi in sintesi non è solo una ricostruzione storica accurata, ma anche una riflessione teorica significativa, che mostra come l’azione collettiva femminista e la produzione di conoscenza si intreccino per costruire strumenti analitici e pratiche politiche.
Il libro è un dono postumo, curato con amore da Carla Ciotti, un viaggio politico e teorico attraverso la storia dei movimenti femministi transnazionali, dalle loro radici negli anni Settanta fino alle sfide del presente. La sua forza è nell’aver intrecciato in modo semplice ricerca, esperienza personale e una visione radicale del femminismo come pratica trasformativa capace di incidere sulle vite di ognuna e sulla definizione della politica internazionale.
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