bell hooks (2023), Comunione. La ricerca femminile sull’amore, Il Saggiatore

Quante cose ancora può insegnarci bell hooks sull’amore? Questo mi chiedevo, mentre tenevo in mano per la prima volta una copia di Comunione. La ricerca femminile sull’amore, edito in Italia da Il Saggiatore, nella traduzione di Maria Nadotti. Avevo già letto Tutto sull’amore, un anno prima o poco più.

La seconda volta che ho tenuto il libro in mano lo avevo già comprato. Ho aperto distrattamente il volume sbirciando la prima pagina, che mi è esplosa addosso. «Le nostre ossessioni in materia d’amore non cominciano con la prima cotta o la prima caduta. Cominciano con quella prima ammissione che le femmine contano meno dei maschi, che, per quanto brave possiamo essere, agli occhi dell’universo patriarcale non lo saremo mai abbastanza […] Cresciute con madri competitive e colpevolizzanti e padri che non riusciamo mai a soddisfare veramente, oppure in un mondo dove siamo la “perfetta” cocca di papà ma temiamo di perdere la sua approvazione al punto di smettere di mangiare, smettere di crescere perchè ci accorgiamo che papà perde interesse, perchè percepiamo che non ama le donne, siamo incerte sull’amore» (prefazione, p. 7). Ho passato la giornata a leggere quella prima pagina a tutt3, a mandare foto, a cercare di parlarne con le compagne. Io avevo bisogno di quella pagina. Mi aveva ricentrato, parlandomi di qualcosa che sempre tra noi resta taciuto o viene agito in base agli schemi narrativi patriarcali che abbiamo interiorizzato e riadattato alle nostre vite femministe. La fame. L’incertezza. La violenza di questo vuoto. Ma il libro parla anche dell’unico modo per uscire da questa dinamica, non in modo irenico, nè pacificato, trovando autenticamente noi stesse: nell3 altr3, nella comunione.

Amare se stesse tra le altre, con le altre, per le altre. 

Ce lo diciamo spesso, che il femminismo non si fa solo sui libri, nè solo prendendo spazio o parola nei luoghi riservati al maschile. Il femminismo si fa anche e soprattutto riconoscendosi come una tra tante sorelle – nella differenza tra genealogie, prospettive, vissuti. Si fa riconoscendosi vulnerabili. Si fa riconoscendo che l’amore non va meritato, che non occorre dimostrarsi all’altezza. Che l’amore si fa in cerchio e non in un rapporto biunivoco, attraverso il quale la differenza si fa potere e il potere si fa violento.

L’amore si fa tra tante. Ed è l’amore – che è una pratica più che un ideale – che fa la giustizia. La fa a partire da quel nodo tra personale e politico che spesso nominiamo, ma che toccare realmente ci fa male. Quel personale politico che per proteggerci rendiamo pura retorica.

Stare tra sorelle è complicato. Significa abbracciare le proprie vulnerabilità. È un gesto politico, che smonta le ontologie moderne e patriarcato più dei volumi da 300 pagine l’uno, più dell’attivismo ridotto a performance.

A volte non basta dirsi femministe, o aver praticato o teorizzato il femminismo. Se non ci si ama, al di fuori delle aspettative e delle norme del patriarcato, se non ci si ama attraverso una comunità di donne (e uomini che si impegnano a mettere in discussione il patriarcato), si sarà distruttive: verso le altre e verso se stesse. E bell hooks questo lo nomina, nella sua potenza, nella sua potenziale distruttività. Le donne femministe che raggiungono un certo livello di visibilità, se non si amano al di fuori dei traumi inflitti dal patriarcato, saranno violente nei confronti delle altre donne, soprattutto se più giovani. Non importa se hanno lottato in prima linea per fare loro spazio. Un non detto introiettato le farà sentire non riconosciute, messe in discussione, di fronte a delle donne che sono figlie indegne di un’eredità costata tanti sacrifici. «La competizione tra le donne di successo e le loro figlie spesso si radica nella paura della donna adulta di invecchiare in una cultura patriarcale» (p. 132). Così queste donne femministe, «se erano in grado di criticare brillantemente il sessismo maschile, continuavano a non rendersi conto che il loro modo di relazionarsi con le figlie o, se è per questo, con le altre donne era improntato a una concezione sessista della femminilità» (p. 135).

Il testo di bell hooks ci fa un regalo immenso, quello di radicare l’attivismo in pratiche incarnate, che generano ascolto e che sostengono. Che aprono spazi senza aspettarsi riconoscenza in cambio, fuori dalla logica del debito, e da quella dell’eredità. Dove un’idea diversa dalla mia è un dono e non un’accusa. Dove le mie aspettative sulle altre hanno a che fare con i miei traumi e il mio dolore.

Il patriarcato chiede alle donne di essere all’altezza di un amore che non meriterebbero. Il femminismo non può fare lo stesso.

La traduzione di questo libro è arrivata in un momento cruciale. Un momento in cui i femminismi si spaccano, in cui alcune donne in nome della sorellanza ne escludono altre, togliendo loro diritti, rendendole più vulnerabili ed esposte alla violenza. È il momento in cui il gioco perverso del “si è femminista così” e “le donne sono…” produce essenzialismi, violenza, marginalizzazione. 

bell hooks ci invita a fare un passo indietro, verso noi stesse. Se non ami te stessa, nonostante il patriarcato e il dolore e la vergogna che ha impresso in te per il solo fatto di esser stata la figlia femmina di un padre a cui abbiamo dovuto dimostrare di essere degne di amore, non puoi amare nessuno. Nè un altro, nè le altre. La sorellanza non può essere ideologica, e può essere costruita solo sull’amore non ideologico di sè. Un amore di sè che non coincide con il “self-care” della sussunzione capitalista, per cui pratiche come andare alla radice del nostro dolore, indagare il nostro rapporto con noi, con la nostra famiglia, e con il mondo dando a noi stesse il tempo e il supporto per ritrovarci, vengono ridotte a una beauty-routine serale, allo yoga facciale, il pomeriggio alla spa, iscriversi in palestra e mangiare sano. Che sono tutte pratiche legittime, ma individuali e individualizzanti. E soprattutto, alimentano prima il mercato che il nostro rapporto con le sorelle.

Federica Castelli in T’immagini? Racconti visionari per i cinquant’anni di DWF