
SPACCADEMIA. Pratiche femministe in università
L’accademia è parte della storia di DWF. Segna la sua nascita e attraversa la storia di molte donne che hanno pensato e fatto vivere la rivista. Anche nella transizione da rivista pioniera di women studies a pratica politica, DWF ha sempre mantenuto una connessione con i saperi accademici, con le donne che hanno attraversato e attraversano le aule universitarie in varie vesti – studenti, dottorande, ricercatrici, attiviste, donne che si prendono cura degli spazi, ordinarie o assegniste. Tutti titoli che (lo sappiamo) riconducono a esistenze, origini, vissuti, territori e relazioni. Ciascuna di queste parole racconta di una collettività di donne che l’università ha tentato molte volte di cancellare, con conseguenze che si trascinano fino a oggi.
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Editoriale
La redazione racconta il numero
L’accademia è parte della storia di DWF. Segna la sua nascita e attraversa la storia di molte donne che hanno pensato e fatto vivere la rivista. Anche nella transizione da rivista pioniera di women studies a pratica politica, DWF ha sempre mantenuto una connessione con i saperi accademici, con le donne che hanno attraversato e attraversano le aule universitarie in varie vesti – studenti, dottorande, ricercatrici, attiviste, donne che si prendono cura degli spazi, ordinarie o assegniste. Tutti titoli che (lo sappiamo) riconducono a esistenze, origini, vissuti, territori e relazioni. Ciascuna di queste parole racconta di una collettività di donne che l’università ha tentato molte volte di cancellare, con conseguenze che si trascinano fino a oggi.
Cancellare la contrattazione collettiva del mestiere della ricerca ha lasciato questo lavoro alla fortuna delle condizioni di nascita e alla tenacia della perseveranza individuale. Cancellare l’intelligenza che viene dalla rete di relazioni ha creato l’illusione dei grandi intellettuali, facendoli apparire menti isolate e senza contesto, ben oltre lo spazio accademico. Cancellare lo scambio che fonda i saperi ha creato competizione invece che collaborazione, snaturando la radice profonda della ricerca stessa. Cancellare le parzialità dei punti di vista ha fatto sembrare che ci potesse essere un criterio universale per definire il meglio, chiamandolo oggi merito. Cancellare le relazioni ha fatto immaginare che si possa istituire un processo equo e imparziale per selezionare chi ammettere. Cancellare i nomi di chi sceglie ha tolto la responsabilità del dare conto di una scelta.
Che cos’è l’università oggi? Com’è abitarla, renderla viva, lavorarci? Quali sono le sue regole e che effetti hanno sulle donne e su tutti quelli che la attraversano?
Queste domande, in una sorta di dialogo autocoscienziale, si riaprono in uno spazio accademico, la Scuola Normale Superiore di Firenze, dove il 21 Febbraio 2020 ha avuto luogo il convegno “Sciopero femminista. Riflessioni, pratiche e lotte collettive”. Di questa storia raccontano la nota introduttiva e i contributi del numero. Voci di donne e di altre soggettività che DWF decide di ospitare per riconoscere un dibattito e perché in relazione con Giada Bonu, redattrice con noi della rivista.
In accordo con la pratica di DWF, nuovi incontri si sono moltiplicati, facendo spazio alla scrittura collettiva di questi racconti. A porci le domande che aprono questo editoriale siamo anche noi, in quanto redazione, che desideriamo che l’università sia uno spazio aperto, libero, comune. Uno spazio – un topos – in cui il sapere circola, in uno scambio esplicito, non isolato dalle contingenze del mondo e dal rumore delle relazioni, che lascia ai piedi della torre d’avorio dall’alto della quale pensa e scrive, del mondo e sul mondo.
Non ci stupisce troppo, allora, che per questa ragione gli spazi che l’università ha, ancora oggi, da offrire a quei soggetti che non vogliono o non possono rispondere a questa concezione di studio siano angusti, scomodi, bui. Se soggetti imprevisti, negli anni, hanno abitato i corridoi e le aule magne delle facoltà, questo non è stato sufficiente – per ora – a ribaltare con la loro presenza il senso di quegli spazi, ma certo una traccia è rimasta. Viva.
L’affermarsi di una concezione neoliberale del sapere ha rafforzato l’individualismo dell’accademia in modo molto efficace. Le università assomigliano sempre di più a delle fabbriche di titoli di studio, con impiegati a cui viene richiesto di produrre merce vendibile nel mercato. Sono state implementate rigide procedure che dovrebbero garantire la qualità delle ricerche e degli studi che vengono pubblicati assicurando allo stesso tempo un flusso continuo di materiali nuovi che nessuno, o solo gli addetti ai lavori, leggono.
Il senso della ricerca è appiattito sui risultati, sui ritmi, sulla quantità delle pubblicazioni, e la qualità e il modo sono sanciti da criteri di classificazione meccanici di mercato. A tutto questo fa da spina dorsale la meritocrazia, questa chimera. Il merito, ammesso che si possa definire, è ridotto a strumento individuale per l’avanzamento di carriera. Un sapere slegato da qualsiasi dinamica di fiducia e di condivisione, ma ripiegato sull’individuo che ne detiene il copyright. Ancora una volta produzione e non responsabilità.
Proprio qui si colloca la forza degli scritti di questo numero. Le esperienze che riportiamo hanno ri-trovato corpo e hanno ri-preso voce nella condivisione delle esperienze. Quelli che, talvolta, suonano come lamenti, sono spazi corali che nominano sofferenze e voci che vogliono rovesciare lo stato della credibilità accademica come ce la fanno conoscere.
Voci che graffiano torri d’avorio, e sulle pagine di DWF diventano piazze.
(nc, rp)
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LeggiIndice
In questo numero
INTRODUZIONE
SCOMODE. Voci e pratiche femministe in accademia
Angela Adami, Irina Aguiari, Anastasia Barone, Giada Bonu Rosenkranz, Rossella Ciccia, Francesca Feo, Anna Lavizzari
MATERIA
TU SEI MIA/TU SEI ME. Immaginare l’università femminista oltre l’isolamento, lo sfruttamento e le disparità di potere
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