DWF (143-144) 2024, 3-4

GATTEBUIE. Voci femministe sul carcere

Il numero che avete tra le mani muove da queste domande e lo fa partendo da noi e aprendosi alla relazione con le altre, con persone variamente implicate col sistema carcerario: perché lo vivono, perché ci lavorano, perché lo studiano criticamente.

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Editoriale

La redazione racconta il numero

Il numero che avete tra le mani muove da queste domande e lo fa partendo da noi e aprendosi alla relazione con le altre, con persone variamente implicate col sistema carcerario: perché lo vivono, perché ci lavorano, perché lo studiano criticamente.

È stato un percorso collettivo, in cui ci siamo assunte la responsabilità di stare nelle contraddizioni e in cui abbiamo provato a muoverci, nel solco della strada già tracciata da molte prima di noi, da Angela Davis a Silvia Federici, su un doppio livello: quello della riforma e quello della rivoluzione/liberazione. Analizzare la condizione di oppressione dei corpi femminili e delle donne in carcere, stare nelle battaglie quotidiane per migliorarne la vivibilità, scardinare le narrazioni stereotipate, continuare a lavorare per i diritti di tutte le persone detenute. Ma allo stesso tempo immaginare altro, andare oltre la logica punitiva, verso l’abolizione del sistema penale e carcerario, da una prospettiva femminista e intersezionale.

Non è un terreno semplice, lo dimostra il fatto che la riflessione sul carcere e sul sistema penale non sono sempre state in primo piano nelle lotte femministe. Una possibile spiegazione di questa difficoltà è l’ambivalenza nel rapporto con la punizione quando questa riguarda i casi di violenza maschile contro le donne e violenza di genere. Come coniugare infatti un approccio anticarcerario con la tutela delle persone in fuoriuscita dalla violenza, e dunque con misure di allontanamento, segnalazione o incarcerazione dei maltrattanti?

Su questo fronte i movimenti femministi hanno sperimentato pratiche e pensiero, come raccontano i contributi di Gallicchio, Pali e Ballesteros Pena. Hanno sostenuto posizioni anticarcerarie nette, nonostante la complessità, anche a partire da una prospettiva anarchica (Fiore/Millefiorini); oppure riformiste, come racconta Marietti nella sua intervista in cui leggiamo l’importante lavoro di ricostruzione di dati e storie sulle donne in carcere (Antonelli); fino a interrogare e dialogare con le giovani generazioni su quali aspettative, riflessioni, contraddizioni rilevano su questa istituzione (Palomba).

Un ulteriore nodo riguarda la sicurezza, in un paese nel quale negli ultimi dieci anni questa è stata spesso evocata in nome della difesa delle donne in chiave razzista e securitaria. Abitualmente, episodi di violenza che coinvolgono persone razzializzate sono emersi nelle cronache come esemplari, e utilizzati da governi di ogni colore per l’approvazione di pacchetti sicurezza violentemente razzisti e discriminatori. Così come l’istituzione delle cosiddette ‘zone rosse’ nelle maggiori città italiane, è un intervento securitario che impedisce l’accesso ad alcune zone del centro a persone ‘moleste o con precedenti’, dimostrazione che il sistema penale va nella direzione di quella carceralità diffusa di cui parlano Formoso e Montella.

Ci sono poi le battaglie quotidiane, quelle agite dentro le mura del carcere per migliorare la vita delle persone che lo abitano, per sostenerle legalmente e materialmente (D’Amaro), per portare interventi informativi sulle dipendenze e il diritto alle cure (Mancuso/Ninni), per introdurre, confermare o finanziare attività che possono rivelarsi salvifiche o anche solo utili a darsi un obiettivo, a concedersi una tregua da quel tempo senza tempo che sono le ore trascorse a perdersi nei propri pensieri, spesso dolorosi: il diritto allo studio (Perifano), le attività trattamentali come il teatro (Tricarico), il lavoro, mai abbastanza per tutte-3, ma necessario per sopravvivere e per darsi una possibilità di futuro. Perché esiste anche un dopo, difficile da immaginare per chi è dentro, cancellato dal discorso pubblico fuori. Se di carcere si parla poco, di quello che accade quando si esce dal carcere non se ne parla affatto: un vuoto istituzionale che dimostra il fallimento del sistema punitivo e l’assenza di quel processo di risocializzazione che dovrebbe accompagnare le persone dentro e fuori dal carcere.

E le donne, ancora una volta, lo pagano doppiamente. “I maschi hanno sempre una madre, una moglie, una sorella, una cugina, un’amante, una vicina di casa che va a trovarli per tutta la durata della loro permanenza. Le donne invece vengono abbandonate, lasciate sole, non c’è la stessa cura da parte delle famiglie nei loro confronti”, racconta una delle attrici della compagnia teatrale Le Donne del Muro Alto (Di Martino/Paoletti). La cura delle relazioni, la rete sociale, la salute, l’affettività, la sessualità sono tutti elementi che segnano una differenza nell’esperienza del carcere per le donne e per le persone trans, perché mettono al centro il corpo: “La struttura sessista del carcere impatta e annienta (è fatta per annientare!) chiunque non sia maschio e forte”, ci scrive Bianca Libera Riva dal carcere.

Abbiamo raccolto le voci di chi il carcere lo vive e lo ha vissuto, così come delle compagne che hanno scelto di entrare in ‘altre carceri’, i centri di permanenza per i rimpatri, per supportare donne sopravvissute a violenze come la riduzione in schiavitù, la tortura, lo stupro, la servitù domestica, la prostituzione forzata, sperimentando nuove pratiche di resistenza, ma anche i cortocircuiti del percorso (Quinti/De Masi).

Pratiche politiche di responsabilità che mettono al centro il soggetto detenuto e che stanno nelle contraddizioni di cui dicevamo, ma senza alcuna illusione di cambiamento radicale dell’istituzione carcere, oggi più che mai lontana dall’idea di un modello più aperto e inclusivo.

Mentre chiudiamo questo numero è in discussione al Senato un ddl sicurezza che punisce il dissenso e rafforza i reati penali nei confronti delle persone più vulnerabili, incluse le persone detenute, introducendo il reato di rivolta penitenziaria che comprende anche le manifestazioni di protesta non violenta, e apre il carcere alle donne incinta o con minori di un anno, evidentemente ‘cattive madri’, un fantasma patriarcale che non smette di riaffacciarsi (Ronconi).

Il numero si arricchisce delle illustrazioni di Michela Negri, Silence and Duties, Anahi Mariotti, La luna insieme, e Croma, Untitled, che con la potenza delle immagini ci aiutano a scavalcare il limite della parola.

Ci auguriamo che questa pubblicazione sia cassa di risonanza e occasione per ulteriori riflessioni, per tutte quelle voci femministe che contestano l’ingiustizia dei sistemi penali e di detenzione, e che possa essere sollievo e rilancio per chi ostinatamente va alla ricerca della liberazione, in modo più o meno irriverente, fuori e dentro le gattebuie.

(gbr, tdm, rp)

[1] Antigone, Report 2024: https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/Reportfine2024.pdf

[2] GALINDO M. (2024), Femminismo Bastardo, Mimesis, p. 40.

[3] RONCONI S. e ZUFFA G. (2014), Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, Ediesse, p. 41.

[4] RONCONI S. e ZUFFA G. (2020), La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti, Ediesse

Recensioni

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Indice

In questo numero

MATERIA

POLIEDRA

  • OLTRE IL SISTEMA CARCERARIO: soluzioni femministe contro la violenza interpersonale e sessuale

    Brunilda Pali
  • POLITICHE DI UGUAGLIANZA, PRIGIONI E FEMMINISMI TRASFORMATIVI

    Ana Ballesteros-Pena

SELECTA

  • Lea Melandri e Cattive Maestre dietro la cattedra, sotto il banco. il corpo a scuola Prospero editore, 2024

    Renata Morizio
  • Angela Balzano, Eva virale. La vita oltre i confini di genere, specie e nazione Meltemi, 2024

    Marta Vicari

GATTEBUIE. Voci femministe sul carcere

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