DWF (129-130) 2021, 1-2

PLANETARIA. Femminismi internazionali / PLANETARIA. International feminisms

Il 25 novembre 2019, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, decine di donne si sono schierate di fronte alla Corte suprema di Santiago del Cile. Benda nera sugli occhi, il suono ritmico di un tamburo, e un canto di guerra che accompagna una serie di gesti ripetuti all’unisono. “El patriarcado es un juez/ que nos juzga por nacer/ y nuestro castigo/ es la violencia que no ves” . Con queste parole si apre la performance del collettivo teatrale femminista #LasTesis, che denuncia gli oltre 42 abusi sessuali al giorno – uno ogni due ore – in Cile, dei quali il 92% rimane impunito. Alle rivolte contro le diseguaglianze sociali e la brutalità delle forze dell’ordine e statali si unisce la protesta femminista.

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Editoriale

La redazione racconta il numero

Il 25 novembre 2019, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, decine di donne si sono schierate di fronte alla Corte suprema di Santiago del Cile. Benda nera sugli occhi, il suono ritmico di un tamburo, e un canto di guerra che accompagna una serie di gesti ripetuti all’unisono. “El patriarcado es un juez/ que nos juzga por nacer/ y nuestro castigo/ es la violencia que no ves”. Con queste parole si apre la performance del collettivo teatrale femminista #LasTesis, che denuncia gli oltre 42 abusi sessuali al giorno – uno ogni due ore – in Cile, dei quali il 92% rimane impunito. Alle rivolte contro le diseguaglianze sociali e la brutalità delle forze dell’ordine e statali si unisce la protesta femminista. 

“Y la culpa no era mía/ ni dónde estaba/ ni cómo vestía/ El violador eras tú”: in breve tempo la performance supera i confini del Cile e si moltiplica in decine di Paesi e città. Complici le nuove tecnologie e una rinnovata attenzione transnazionale, il suono ritmico del tamburo risuona globalmente portando i movimenti femministi al centro dello spazio pubblico e dell’attenzione mediatica. 

La performance appena citata, “Un violador en tu camino”, è l’esempio di un processo diventato sempre più prorompente negli ultimi anni. 

Planetaria: con questo nome abbiamo cercato di mettere in parola il processo. Come un movimento, di segno femminista, che in ogni parte del globo ha visto attivarsi reti, pratiche, alleanze, lotte. Ma Planetaria anche come l’impastatrice nella quale una serie di ingredienti diversi vengono messi insieme, rimescolati, producendo una commistione che è più delle singole parti. Ci piaceva immaginare così questo numero: come uno sguardo transnazionale sui movimenti femministi, ma anche come una mappatura dei loro corsi e ricorsi, delle reti che li uniscono, e di cosa a livello di immaginario e di pratiche la commistione dei movimenti globali produce. 

Da Sud 

Come scrivono Gago, Malo e Cavallero (2020) il primo elemento di novità è il luogo da cui la nuova fase femminista si è scatenata: il Sud. Ni Una Menos nasce in Argentina nel giugno 2015, a seguito dell’uccisione, da parte del compagno, di Chiara Paez, una ragazza di 14 anni incinta di 8 settimane, poi sotterrata nel giardino di casa con la complicità dei genitori di lui. Le mobilitazioni che seguono mettono al centro due elementi: la violenza maschile e di genere come fatto politico e la connivenza sociale, politica, economica che sostiene e riproduce la violenza. Intendiamo il Sud non solo come un luogo geografico ma come una matrice di pensiero e uno spazio di pratiche che sfidano i presupposti coloniali su cui parte del femminismo occidentale si è costruito. In questo senso la rinnovata vitalità dal Sud è immediatamente de-coloniale, impone una sfida alla naturalità del genere, e plasma il femminismo come luogo di intersezioni fra genere, sessualità, razzializzazione, classe, età e così via (Márgara Millán; Claudia Korol; Cecilia Moreno Arredondo e Andrea Salazar Navia; Andreza Jorge e Silvia Stefani). 

La violenza di genere come prisma attraverso cui leggere le vite delle donne e delle persone LGBTQIA+ diventa il tratto che unisce movimenti, contesti e grammatiche politiche differenti. A partire dal 2015 gli slogan “Ni una menos” e  “Vivas nos queremos” risuonano in diversi Paesi dell’America Latina e poi in Europa (Aurélie Dianara; Ophelia Nicole-Berva e Anne Lavanchy; Pauline Cullen). Nel 2016 le lotte delle donne polacche denunciano gli attacchi al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2021 le donne turche scendono in piazza contro l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale contro la violenza maschile sulle donne. 

Due tratti caratteristici accomunano i movimenti globali. Da un lato l’essere movimenti massivi, a livello quantitativo. Dall’altro la radicalità. Se la storia recente ha visto una parte del femminismo entrare progressivamente nelle istituzioni e negli organi governativi, le mobilitazioni femministe degli ultimi anni mostrano posizioni fortemente anti-capitaliste, che inquadrano la lotta alla violenza di genere, alle speculazioni ambientali, al suprematismo bianco in un’ottica di contestazione al sistema politico-economico. Questo non significa necessariamente una contrapposizione al femminismo “di Stato” (come viene comunemente indicata quella parte di femminismo incorporato nelle istituzioni) ma un posizionamento politico radicale nel tipo di lettura politica e di pratiche. Inoltre, la lettura della differenza di genere fondata anche su un elemento biologico sembra definitivamente contestata dal posizionamento transfemminista, inteso come l’allargamento del campo della soggettività femminista a tutti quei corpi e esperienze che si riconoscono della contestazione del “regime” di genere. Se le riflessioni della teoria queer circolano da diversi anni, solo ora sembrano aver trovato una traduzione in forma di pratiche. Non alludiamo con questo alla fine dell’egemonia di un certo femminismo, quanto la complicità globale intorno a nuovi posizionamenti finora considerati quasi avanguardisti. 

Quando parliamo di nuova vitalità dei movimenti femministi facciamo riferimento a forme molecolari che vanno dai collettivi di quartiere ai movimenti femministi di massa (come la marea verde che ha portato nel dicembre 2020 all’approvazione della legge per il diritto di aborto in Argentina), dalle associazioni ai gruppi di mutualismo nelle zone rurali, dalle occupazioni alle assemblee cittadine. Questa composizione molecolare sembra fare sintesi di due approcci, solitamente in contrapposizione: quello riformista e quello rivoluzionario. Mai come ora sembra chiara la capacità di interagire con il piano legislativo e istituzionale, essendo piani che determinano la vita delle donne e delle persone LGBTQIA+, senza perdere uno sguardo rivoluzionario di trasformazione dell’esistente. 

Alleanze transnazionali 

Questi elementi non sono stati solo punti comuni casualmente distribuiti fra Paesi, ma sono il risultato di una pratica attiva di alleanze. I pañuelos (fazzoletti triangolari) di vari colori portati al collo o al braccio, gli slogan tradotti e ri-tradotti, l’utilizzo della pratica dello sciopero come strumento di sottrazione alla violenza patriarcale e neoliberale: su numerosi elementi di immaginario, oggetti e pratiche si è costruita una rete che nomina il movimento come fenomeno planetario (Teresa Maisano). La connessione transnazionale non è nuova nel femminismo. Fin dal periodo delle suffragiste, e poi con la pratica dell’autocoscienza, le teorie e le pratiche “viaggiano” fra Paesi. Le donne si incontrano in riunioni internazionali e campeggi, come quando nel 1972 in Normandia l’incontro con “Politique et Psychanalyse” apre nei gruppi femministi milanesi la riflessione sulla psicanalisi e la relazione fra donne. Il fenomeno della diffusione consente il contatto tra singole e gruppi, trasporta le pratiche a diverse latitudini, incrementa i legami. Oggi, la capacità di allearsi a livello transnazionale è parte della potenza dei movimenti femministi. Ne costruisce il terreno comune e l’immaginario, rilancia mobilitazioni oltrepassando i confini, moltiplica la capacità di prendere voce ed essere ascoltate. 

Senza dubbio ci riconosciamo in quella lettura della temporalità femminista che rifiuta la divisione in ondate. Da un lato per i presupposti eurocentrici che la determinano e dall’altro perché segnare sulla linea del tempo punti di inizio e di fine significherebbe rendere ulteriormente invisibile la continuità che caratterizza i movimenti femministi, anche là dove meno visibili. Ci sembra che all’idea di rinnovata vitalità globale del movimento corrisponda una rinnovata capacità di riconoscere i movimenti. Ci sono sempre stati, ma ora abbiamo strumenti nuovi per vederli, a diverse latitudini. A questo contribuiscono le nuove tecnologie e la diffusione massiva dei social network, che permettono alle notizie di circolare ben oltre le frontiere nazionali. Soprattutto in paesi governati da regimi autoritari, dove i social media diventano uno degli strumenti più importanti perché la voce dei movimenti femministi possa circolare oltre la repressione e la censura (Anonima Postumanista). Se per diverso tempo i femminismi occidentali hanno manifestato una certa cecità, ora è impossibile non riconoscere le voci femministe che si alzano da Paesi come l’India (Catharina Hansel), il Ghana (Natasha Deborah Aidoo), l’Arabia Saudita (Huda Mohsin). Questo elemento di novità non riguarda le resistenze delle donne e delle persone LGBTQIA+, che sempre sono esistite e hanno agito sui territori, ma riguarda lo spostamento di un baricentro dello sguardo “bianco”, per troppo tempo inconsapevole. 

La marea femminista 

Più volte ricorre in questo numero il riferimento alla “marea”. Un riferimento all’acqua, elemento fluido dal quale più onde nascono e ritornano. La marea però richiama un immaginario più ampio: quando arriva cambia i contorni nelle coste, modifica i confini, include tutto ciò che incontra per trasformarlo. 

È troppo presto per individuare le ragioni che hanno favorito la rinnovata vitalità dei movimenti. Serve una prospettiva storica, ancora impossibile. Eppure è possibile abbozzare un tentativo. Il primo elemento, già citato, riguarda il complesso di strumenti e tecnologie che favoriscono le connessioni globali. Ma a un livello più profondo, è possibile fare riferimento agli effetti della crisi del 2008. Le politiche di austerità, l’economia del debito e la finanziarizzazione solo elementi che, dal macro al micro, hanno avuto un impatto decisivo sulle vite delle persone e ancora di più sulle vite delle donne. A questo si è unita una reazione conservatrice e neofondamentalista, che ha visto non solo lo spazio pubblico ma anche le sedi istituzionali progressivamente presidiate da governi populisti, di estrema destra o cosiddetti “anti-gender”. Ne vediamo gli effetti in Paesi come l’Ungheria (Dora Hegedus) e la Polonia (Magda Grabowska). Di fronte alla sottrazione degli spazi di vita e di azione, al ripiegamento nel lavoro di cura e di riproduzione sociale, al consolidarsi delle frontiere nazionali, i movimenti femministi hanno riattivato la capacità di intervenire a partire dalle vite incarnate, per concretizzare una risposta complessiva. 

In Italia a questa vitalità dei movimenti ha fatto specchio una certa vitalità editoriale: in maniera esponenziale rispetto al passato circolano testi, traduzioni, riflessioni dai movimenti globali. Il femminismo non è più un fenomeno di nicchia, relegato alle collane di settore, ma è ridiventato una questione centrale per i luoghi dove si produce conoscenza e pensiero. 

Fare storia 

In questa direzione va la scelta di DWF di dedicare il numero ai femminismi planetari. Per quale ragione, in un momento in cui si moltiplicano le narrazioni delle mobilitazioni globali sui social (certo molto meno in televisione), fermare su carta queste narrazioni? 

Crediamo nella necessità costante, oltre la cronaca, di fare storia. Il ruolo delle riviste e dell’editoria indipendente femminista è ancora quello di setacciare la realtà contemporanea raccogliendo quei granelli che possano sopravvivere al tempo ed essere ricordati. Che possano fare storia. Laddove per le donne elaborare una narrazione su se stesse ha significato sfidare l’invisibilità e il silenzio della storia maschile, così anche oggi precipitare una serie di avvenimenti, riflessioni e relazioni su carta significa una scelta politica di resistenza all’oblio. 

Ricordare vuol dire anche trasmettere: da un contesto all’altro, da una generazione all’altra. DWF trova posto nelle biblioteche, e speriamo nelle menti e nelle molte mani che lo sfoglieranno. 

Per farlo, come consuetudine nella pratica politica di DWF, abbiamo attivato le nostre reti di relazioni. Abbiamo coinvolto amiche, compagne, ricercatrici che vivono in prima persona il contesto, chiedendo loro di raccontarlo. Ciò che emerge sono scritti situati: vivono attraverso le parole e lo sguardo di chi scrive. Sono informati dalla pratica del partire da sé: nel riferire di un Paese e delle mobilitazioni femministe, raccontano dell’autrice. Inoltre, fanno lo sforzo di riportarlo al contesto italiano – e dunque di “tradurlo” – provando a immaginare ciò che meriti di essere condiviso, ciò che possiamo comprendere. In questo crediamo risieda la ricchezza di questi contributi, che non rappresentano l’enumerazione di date e fatti, ma l’intreccio fra intimità, affetti e politica che ognuna ha deciso di restituire su carta. 

Come nel numero EUROPA. Ragioni e sentimenti/EUROPE. Senses and Sensibilities, DWF (110-111) 2016, 2-3 abbiamo scelto di inserire gli abstract in inglese per ogni contributo. Sul sito www.dwf.it  invece, – là dove presente – abbiamo inserito la doppia versione italiano/lingua originale. Ci sembrava giusto restituire direttamente i suoni e gli universi linguistici scelti, per mantenere traccia della lingua di origine. 

Siamo grate di questo prisma di sguardi. Nella sua parzialità, nell’emozione che traspare, nelle domande che apre sta la potenza di questa nuova fase. Una fase femminista planetaria.

RIPORTIAMO IN OPEN SOURCE I CONTRIBUTI ORIGINALI QUANDO PERVENUTI IN UNA LINGUA DIVERSA DALL’ITALIANO. NELLA VERSIONE CARTACEA E DIGITALE DEL NUMERO SI TROVANO INVECE TRADOTTI E ACCOMPAGNATI DA UN ABSTRACT IN INGLESE.

ENGLISH VERSION

On 25 November 2019, World Day for the Elimination of Violence against Women, dozens of women lined up in front of the Supreme Court in Santiago, Chile. Black blindfolds over their eyes, the rhythmic sound of a drum, and a war song accompanying a series of repeated gestures  “El patriarcado es un juez/ que nos juzga por nacer/ y nuestro castigo/ es la violencia que no ves” . These are the opening words of the performance by the feminist theatre collective #LasTesis, which denounces the more than 42 sexual abuses a day – one every two hours – in Chile, 92% of which go unpunished. Revolts against social inequalities and the brutality of the police are joined by feminist protests. 

“Y la culpa no era mía/ ni dónde estaba/ ni cómo vestía/ El violador eras tú” (The fault was not mine/ nor where I was/ nor how I dressed/ The violator was you): in a short time, the performance crossed the borders of Chile and multiplied in dozens of countries and cities. Thanks to new technologies and renewed transnational attention, the rhythmic sound of the drum resonates globally, bringing feminist movements to the centre of public space and media attention. The performance just mentioned, ‘Un violador en tu camino’, is an example of a process that has become increasingly bursting. 

Planetary: with this name we have tried to put this process into words. Like a feminist movement that has seen networks, practices, complicity and struggles spring up all over the world. But Planetaria is also like the kneading machine in which a series of different ingredients are put together, stirred, producing a mixture that is more than the individual parts. This is how we liked to imagine this issue: as a transnational gaze  at feminist movements, but also as a mapping of their courses and recourses, of the networks that unite them, and of what produces   the mixing of global movements. 

As Gago, Malo and Cavallero (2020) write, the first element of novelty is the place from which the new feminist phase is unleashed: the South. Ni Una Menos was born in Argentina in June 2015, following the killing by her partner of Chiara Paez, a 14-year-old girl who was eight weeks pregnant and then buried in the garden of her home with the complicity of his parents. The mobilisations that follow focus on two elements: male and gender-based violence as a political fact and the social, political and economic complicity that supports and reproduces violence. We understand the South not only as a geographical place but as a matrix of thought and a space of practices that challenge the colonial assumptions on which part of Western feminism has been built. In this sense, the renewed vitality from the South is immediately de-colonial, imposing a challenge to the naturalness of gender, and shaping feminism as a site of intersections between gender, sexuality, racialisation, class, age and so on (Márgara Millán; Claudia Korol; Cecilia Moreno Arredondo and Andrea Salazar Navia; Andreza Jorge and Silvia Stefani). 

Gender-based violence, a prism through which to read the lives of women and LGBTQIA+ people, becomes the feature that unites different movements, contexts and political grammars. Starting in 2015, the slogans “Ni una menos” and “Vivas nos queremos” resonate in several Latin American countries and then in Europe (Aurélie Dianara; Ophelia Nicole-Berva and Anne Lavanchy; Pauline Cullen). In 2016, Polish women’s struggles denounce attacks on the right to voluntary termination of pregnancy. In 2021, Turkish women take to the streets against Turkey’s exit from the Istanbul Convention, the international treaty against male violence against women.

Two characteristics are common to global movements. On the one hand, they are massive movements, quantitatively speaking. On the other, radicality. If recent history has seen a part of feminism progressively enter the institutions and governmental bodies, the feminist practices of recent years show strongly anti-capitalist positions, which frame the fight against gender violence, environmental speculation, white supremacism in order to contestat the political-economic system. This does not necessarily mean an opposition to ‘state’ feminism (that part of feminism embedded in institutions) but a radical political positioning. Moreover, the gender difference based on a biological element seems definitively contested by the transfeminism, understood as the enlargement of the field of feminist subjectivity to all those bodies and experiences that recognise themselves as contesting the gender “regime”. If the reflections of queer theory have been circulating for several years, only now do they seem to have found their own practices. This means the raise of a global complicity around new positions that until now were considered almost avant-garde.

The new vitality of feminist movements is a puzzle of molecular political forms that range from neighbourhood collectives to mass actions (such as the ‘green tide’ that led to the approval of the abortion law in Argentina in December 2020), from associations to mutualist groups in rural areas, from occupations to city assemblies. This molecular composition seems to be a synthesis of two approaches, usually in opposition: the reformist and the revolutionary. Never before has the capacity to interact with the legislative and institutional level, as these are the levels that determine the lives of women and LGBTQIA+ people, become clear without losing a revolutionary view of the transformation of lives. These elements were not just common practices randomly distributed among countries, but the result of an active political choice of alliances. The pañuelos (triangular handkerchiefs) of various colours worn around the neck or on the arm, the slogans translated and retranslated, the use of the strike as an instrument of subtraction from patriarchal and neo-liberal violence: a network was built that names the movement as a planetary phenomenon (Teresa Maisano). 

The transnational connection, which mixes the elements like a kneading machine, is not new in feminism. Since the period of the suffragettes, and then with the practice of self-consciousness, theories and practices ‘travel’ between countries. Women met in international meetings and camps, as when in 1972 in Normandy the feminist meeting “Politique et Psychanalyse” opened in the Milanese feminist groups the reflection on psychoanalysis and the relationship between women. This new phenomenon allows contact between individuals and groups, transports practices to different latitudes and increases links. Today, the ability to ally at a transnational level is part of the power of feminist movements. It builds a common ground, it relaunches mobilisations across borders, it multiplies the capacity to be heard and to have a voice.

We undoubtedly disagree with the interpretation of contemporary feminism as a ‘series of waves’. On the one hand, because of the Eurocentric assumptions that determine it, and on the other hand, because marking points of ‘beginning and end’ of the movement  would mean making the continuity that characterises feminist movements even more invisible. It seems to us that the idea of a renewed global vitality of feminism corresponds to a renewed ability to recognise movements. They have always been there, but now we have new tools to see them, at different latitudes. New technologies and the massive spread of social networks contribute to this, allowing news to circulate well beyond national borders. Especially in countries ruled by authoritarian regimes, where social media become one of the most important tools for the voice of feminism to circulate beyond repression and censorship. If for some time Western feminists have shown a certain blindness, it is now impossible not to recognise the feminist voices rising from countries such as India (Catharina Hansel), Ghana (Natasha Deborah Aidoo), Saudi Arabia (Huda Mohsin). This new element does not concern the resistance of women and LGBTQIA+ people, which has always existed and acted in the territories, but concerns the shifting of a centre of gravity of the “white” gaze, which has been unaware for too long.

Several times in this issue the reference to “tide” recurs. A reference to water, a fluid element from which several waves are born and return. The tide, however, recalls something more: when it arrives, it changes the contours of the coasts, modifies the boundaries, includes everything it encounters and transforms it. 

It is too early to identify the reasons for the renewed vitality of political movements. We need a historical perspective, which is still impossible. Yet, it is possible to sketch out an attempt. The first element, already mentioned, concerns the complex of tools and technologies that favour global connections. But at a deeper level, it is possible to refer to the effects of the 2008 crisis. Austerity policies, the debt economy and financialisation are only elements that, from the macro to the micro, have had a decisive impact on people’s lives and even more so on women’s lives. This has been accompanied by a conservative and neo-fundamentalist reaction, which has seen not only public space but also institutional venues progressively garrisoned by populist, far-right or so-called ‘anti-gender’ governments. We see the effects of this in countries such as Hungary (Dora Hegedus) and Poland (Magda Grabowska). Faced with the subtraction of spaces of life and action, the withdrawal into care work and social reproduction, and the consolidation of national borders, feminist movements have reactivated their capacity to intervene starting with embodied lives, in order to concretise an overall response.

In Italy, this vitality of political movements has been mirrored by a certain editorial vitality: texts, translations and reflections from global movements are circulating exponentially more than in the past. Feminism is no longer a niche phenomenon, relegated to a tiny sector of a bookshop, but has become a central issue wherever knowledge and thought are produced. 

DWF’s choice to dedicate this issue to planetary feminisms goes in this direction. Why, at a time when the narratives of global mobilisations are multiplying on social networks (much less on television), should these stories be fixed on paper? 

We believe in the constant need, beyond the chronicle, to make history. The role of magazines and independent feminist publishing is still to sift through contemporary reality, collecting those grains that can survive time and be remembered. That can make history. Where for women, elaborating a narrative about themselves meant challenging the invisibility and silence of male history, so today too, precipitating a series of events, reflections and relationships onto paper means a political choice of resistance to oblivion. 

To remember is also to transmit: from one context to another, from one generation to another. DWF finds its place in libraries, and hopefully in the minds and hands that will leaf through it.  As is customary in DWF’s political practice, we have activated our networks of relationships and complicity. We have involved friends, comrades and researchers who experience the context first hand, asking them to tell their stories. What emerges are situated accounts: they live through the words and the gaze of the writer. They are informed by the practice of ‘starting from oneself’:  in telling about a country and feminist mobilisations, they tell about the author. Moreover, they make the effort to relate it to the Italian context – and therefore to “translate” it – trying to imagine what deserves to be told, what we can understand. In this, we believe, lies the richness of these stories, which do not represent the enumeration of dates and facts, but the interweaving of intimacy, affections and politics that each of them has decided to put down on paper. 

As in the issue “EUROPE. Reasons and feelings/EUROPE. Senses and Sensibilities, DWF (110-111) 2016, 2-3” we have chosen to include the english abstracts for each article. Moreover, on the website www.dwf.it we uploaded – where present – the double Italian/original language version. It seemed right to us to enhance the sounds and linguistic universes chosen, in order to keep track of the language of origin. 

We are grateful for this prism of views. The power of this new phase lies in its partiality, in the emotion that transpires, in the questions it opens up. A planetary feminist phase.

(gb)

Indice

In questo numero

MATERIA

SELECTA

  • Recensioni: bell hooks/Burchi, Cardoso/Federici, Pierri/Lopez

PLANETARIA. Femminismi internazionali / PLANETARIA. International feminisms

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