Ursula K. Le Guin

Essere intero è essere parte, vero viaggio è il ritorno[1]

 Gaia Leiss in DWF (108) Fino all’ultima riga. Viaggio nella lettura, 4, 2015

 

“Non scenderai due volte nello stesso fiume, né potrai tornare nuovamente a casa. Ed egli lo sapeva: anzi era questa la base della sua visione del mondo. Eppure, da una simile accettazione della transitorietà, egli aveva sviluppato la sua vasta teoria, in cui ciò che è più mutabile veniva mostrato essere più pieno di eternità, e in cui la tua relazione con il fiume, e la relazione del fiume con te, e con se stesso, risulta essere insieme più complessa e più rassicurante di una mera mancanza di identità. Tu puoi davvero tornare a casa, così afferma la Teoria Temporale Generale, purché tu comprenda che «casa» è un luogo in cui non sei mai stato.”[2]

Ho ricevuto in regalo il mio primo libro di Ursula K. Le Guin l’estate in cui stavo per compiere dieci anni, mia madre lo comprò per me nella piccola libreria del paesino in Toscana dove ho passato i luglio della mia infanzia. Si trattava de “Il mago”, primo volume della saga di Earthsea. Credo che da allora Le Guin sia indiscussamente la mia autrice preferita, anche se, nonostante l’assoluto entusiasmo di quel primo assaggio, passarono anni prima che riprendessi il viaggio nei meravigliosi mondi narrati da questa autrice, fortunatamente tanto prolifica che la mia avidità ancora non ha esaurito il totale della sua opera. Letto e riletto, “Il mago” è stato sostanzialmente il mio libro preferito – per quanto a un certo punto in un difficile testa a testa con “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen – fino al mio incontro con un altro testo di Le Guin, pubblicato in Italia con il titolo “I reietti dell’altro pianeta”, solito infelice adattamento del ben migliore titolo originale “Dispossessed: an ambiguous utopia”.

Al momento di questo incontro avevo da poco iniziato i miei studi in filosofia, e a circa dodici anni di distanza sono convinta, come e più di allora, che “Dispossessed” sia il migliore libro di filosofia politica che abbia avuto fra le mani: il più completo, il più efficace. “Parole grosse!”, mi si dirà, ma Le Guin è una donna che ha presente l’essenziale e sa raccontarlo nel modo più avvincente: non c’è talento al mondo che io invidi più di questo, o dal quale tragga più gioia. Anzi, a essere onesta fino in fondo, non credo ci sia modo migliore di fare filosofia che scrivendo un romanzo di fantascienza: essere lettrice di ciò questa donna scrive ha contribuito alla formazione della mia capacità di pensare liberamente in misura e qualità molto più consistenti di tanti manuali e saggi di filosofia ai quali sono stata sottoposta negli anni dell’università.

Non è la prima volta che torno a “Dispossessed”, in più occasioni mi è capitato di rileggerlo sempre con rinnovato piacere, ma è stato bellissimo in queste ultime settimane di ancor più attenta rilettura trovare che oggi risponde più che mai alle urgenze del mio pensare e della mia esperienza, e del mio pensare ed avere esperienza insieme ad altre donne per me molto importanti, relazioni di cui la mia vita in questi tempi si sostanzia. Lettura che risuona delle voci di altre lettrici.

Le Guin ci racconta di un mondo, Urras, molto simile al nostro mondo: diviso in stati nazione in conflitto fra loro, dominato dal capitalismo, intriso di sessismo e classismo, abbondante di risorse. In questo mondo, circa duecento anni prima del momento in cui è ambientata la storia, una donna di nome Odo ha guidato una movimento rivoluzionario anarchico alla cui forza il potere dominante ha reagito concedendo uno spazio separato: la luna, Anarres. Un mondo arido, difficile nel quale la sopravvivenza richiede un alto livello di organizzazione sociale. Dopo i primi anni necessari all’insediamento dei coloni “Odoniani” le “frontiere” fra i due mondi sono state chiuse severamente: nessuno da Urras può andare su Anarres, nessuno da Anarres penserebbe di tornare su Urras. Solo alcuni scambi commerciali, ben delimitati e necessari a entrambi i fronti, rimangono in vita, attraverso navi mercantili che approdano sei volte l’anno nello spazioporto di Anarres. Unico luogo del pianeta in cui vi sia materialmente un muro: un muro che chiude dentro il campo di atterraggio e fuori il pianeta, e viceversa. “Chiudere fuori, chiudere dentro: il medesimo atto”[3]. Su Anarres, apparentemente, non ci sono altri muri: non c’è proprietà, non c’è denaro, non ci sono titoli né classi sociali, non ci sono oppressi e non ci sono oppressori, non ci sono leggi. C’è però il bisogno di organizzare il lavoro (duro) necessario alla sopravvivenza, ci sono le conseguenti limitazioni alla libertà individuale. La storia narra del primo odoniano di Anarres che, nonostante la disapprovazione di larga parte della sua società, decide di tornare su Urras: Shevek, fisico temporale brillante che nel suo mondo non riesce a concludere la teoria su cui lavora fin dalla prima gioventù. Un capitolo racconta il presente, il viaggio su Urras, e un capitolo ricostruisce la vita di Shevek fino al momento della scelta di partire.

Richiederebbe molto più tempo e molto più spazio di quello che mi è qui concesso indagare tutto il complesso pensiero che Le Guin dispiega attraverso l’avvincente costruzione della storia. In ogni particolare, quasi in ogni frase si può trovare una riflessione, un’osservazione feconda, una domanda ineludibile sulla nostra condizione di esseri umani, sulle nostre costruzioni sociali, sulle nostre possibilità di libertà. “Il compito di un pensatore non è quello di negare una realtà a spese dell’altra, ma di includere e collegare”[4], fa pensare Le Guin a Shevek, ed è quello che lei fa utilizzando la meravigliosa arte del narrare, nella quale si muove maestra e libera dalle strettoie dell’argomentazione, convincente: tiene insieme, mostra e articola contraddizioni, sfumature, possibilità.

In altri momenti, in altre letture, mi ero concentrata maggiormente sulla complessità con cui Le Guin sviluppa tanto una critica alla società capitalista, attraverso l’espediente dello sguardo dell’alieno anarchico, quanto l’ipotesi di un’utopia anarchica in tutta le sue ambiguità e idiosincrasie, andando a sottolineare come il riprodursi dei dispositivi di potere affondi in dinamiche ben più profonde e ben più difficilmente eliminabili di quello che ingenuamente si potrebbe pensare. Negli anni della loro formazione il protagonista e i suoi amici si trovano ad accorgersi che, anche nella completa mancanza di poteri istituiti a livello formale, facilmente i meccanismi di potere si riproducono al livello della semplice consuetudine. Se nei loro libri scuola avevano imparato la definizione di governo, parola senza corso nella loro società, nei termini di “Uso legale del potere per conservare ed estendere il potere”, si accorgono presto che basta sostituire “legale” con “basato sulla consuetudine” per trovare il governo anche sul loro mondo[5]. Si accorgono che la loro società sta tradendo il pensiero della fondatrice Odo, insegnandolo come fosse legge, lasciando che “la coscienza sociale” smetta di essere “una cosa vivente” per diventare “una macchina”[6], dimenticando l’idea e la pratica della relazione sociale fra esseri umani come rivoluzione permanente.

Sorprendentemente in questa occasione mi è saltato invece agli occhi più che in precedenza – e dire che era ovvio tanto per ragioni di economia narrativa che di contenuto – quanto centrale sia per il discorso politico del libro il problema che il protagonista si pone come fisico temporale, ma soprattutto il modo in cui giunge alla sua soluzione. Un problema del quale io – come chiunque abbia masticato un po’di filosofia – so essere il più antico, il più fondamentale problema che ha tormentato i filosofi di tutti i tempi, circa fin dalla nascita di questa disciplina. Sono invece troppo ignorante rispetto alla fisica per sapere quanta fantascienza c’è nell’idea di Le Guin che si possano trovare equazioni che a tale problema rispondano.

Quello che Shevek vuole, e sente nelle sue possibilità, è mettere a punto una teoria generale del tempo, risolvendo la disputa fra “sequenzialisti” e “simultaneisti”. Una teoria che consenta di tenere insieme i due aspetti che il tempo presenta alla nostra esperienza: “C’è la freccia ­– dice Shevek –, il fiume che scorre, senza di cui non c’è cambiamento, non c’è progresso, direzione, creazione. E c’è il cerchio o il ciclo, senza di cui è il caos, la successione priva di significato di istanti, un mondo senza orologi, o stagioni, o promesse”. Sarebbe “un modo troppo facile per sfuggire alla difficoltà” limitarsi a sostenere – come in molti farebbero e hanno fatto, come fa il suo ottuso interlocutore nel romanzo – che non si possono fare “due affermazioni contraddittorie sulla stessa cosa”, desumendo da ciò che “uno di questi «aspetti» è reale, l’altro è semplicemente illusione.” Shevek insiste sull’esperienza, che ci rende accessibili entrambi i modi del tempo, non si rassegna: “una vera cronosofia dovrebbe fornire un campo nel quale la relazione tra i due aspetti o processi del tempo possa venire compresa”.

L’importanza della questione è etica, morale, tutta umana. Se ci lasciamo costringere alla scelta la nostra esperienza perde ogni orizzonte di libertà: dalla simultaneità assoluta consegue il determinismo, dalla sequenzialità assoluta l’assoluta mancanza di senso, l’impossibilità dell’esperienza stessa. Ma la scelta narrativa di affrontare tale questione attraverso un fisico non è secondaria per il contenuto politico: Shevek non si rassegna, Le Guin non si rassegna – e io con loro – all’idea che ciò che indichiamo come etico, morale, umano siano davvero in radicale discontinuità con ciò che regola l’universo, con ciò che regola la vita, con la necessità. Se guardiamo alla storia della filosofia occidentale non è difficile vedere che nella tendenza ad affermare invece tale discontinuità, a recidere i nessi fra l’esperienza etica e la necessità della vita e del cosmo, si è negata e soffocata molta più libertà di quella che si è prodotta. Impossibilitati ad accettare tanto un’esperienza fatta solo della ciclica ripetizione necessaria alla manutenzione della vita biologica quanto un’esperienza fatta solo di continuo cambiamento in cui nulla si può controllare, nulla si può costruire, nulla si può chiamare proprio, i nostri filosofi hanno optato per una soluzione elegante: al lavoro necessario e ripetitivo che ci pensi qualcun altro, donne o schiavi, noi uomini liberi siamo fatti per teorizzare e per agire, ma l’azione non può essere fuori dal nostro controllo, essa avrà un fine deciso dalla nostra teoria.  Così il tempo non solo scorrerà, ma scorrerà verso il meglio: il progresso è predeterminato, il fine giustifica i mezzi, il potere ci terrà al sicuro. Ecco negata l’evidenza senza nessun vantaggio per la libertà.

“Noi non vogliamo la purezza – dice Shevek – ma la complessità, il rapporto di causa ed effetto, fini e mezzi”, “ma dire che un fine buono nascerà da un mezzo cattivo è come dire che se tiro questa corda della carrucola solleverò il peso appeso a quell’altra corda” “se tempo e ragione sono l’uno funzione dell’altra, se noi siamo creature del tempo, allora è meglio che lo sappiamo, e che cerchiamo di trarre il bene. Di agire responsabilmente”.[7] Sembrerebbe esserci almeno una parziale   convergenza con i nostri filosofi, ma in realtà non c’è. Perché è nell’indeterminatezza e non nella predeterminazione che Ursula Le Guin fa trovare al suo protagonista la chiave per portare a termine la sua teoria e dare forma scientifica all’accettazione della contraddittorietà della nostra esperienza. Tutto ciò che cercava da anni, Shevek lo trova in un “apparentemente superficiale barlume di metodo”: non preoccuparsi più dell’indimostrabilità, o anche della confutabilità, di una delle ipotesi fondamentali alla sua Teoria Temporale Generale, assumerla come valida e procedere da lì. La soluzione appare nel momento in cui si abbandona il tentativo di “afferrare in pugno la certezza, come se si trattasse di qualcosa che si potesse possedere”, nel momento in cui si abbandona la pretesa di “una sicurezza, una garanzia che non è data, e che, se fosse data, diverrebbe una prigione”.[8] Onestamente, guardando alle nostre vite, potremmo affermare di aver compiuto imprese a partire da presupposti diversi? Da presupposti certi e dimostrabili? Non credo, credo invece che ognuno di noi a ben guardare trovi l’esperienza di una certezza che gli si è rinchiusa intorno come una gabbia. “Il nostro modello del cosmo dev’essere inesauribile come il cosmo stesso”[9] dice Shevek, suggerendo qualcosa che vale per tutta la nostra possibilità di comprensione, che a quanto pare non può liberarsi di una certa schematicità, ma che può e deve sempre tenersi in guardia dal considerarsi esauriente o esauribile.

Shevek non sceglie, Shevek include e collega, comprende: ma non scegliere fra dicotomie non vuol dire non scegliere affatto, non vuol dire non agire. Me lo dice Le Guin nella complessità di questo testo che qui non ho potuto che scalfire in superficie, me lo dice Angela Putino in tanti dei suoi scritti, me lo dicono le donne Kurde che combattono in Rojava, e adesso, di questa verità che da tempo penso e sento trovo conferma profonda, e in prima persona, nell’esperienza della pratica marziale del Tai Ji. Ne parlo in questa sede perché, sorprendentemente, vado riscontrando come questa pratica mi renda una lettrice migliore, più capace di comprendere appunto, e anche perché c’è un aspetto di essa che non posso fare a meno di mettere in connessione con quanto son andata pensando rileggendo il libro e preparando questo articolo. “Modello inesauribile” dei movimenti dell’arte del Tai Ji è la spirale: spiraleggiando siamo il passaggio fra concentrazione ed espansione in cui attingiamo la nostra forza. “Noi pensiamo – dice ancora Shevek – che l’universo […] sia un’oscillazione tra espansione e contrazione.” Guardando la nostra esperienza del tempo Le Guin vede che la linea è una gabbia, lo è anche il cerchio. Non la spirale. La spirale è aperta, indeterminata. E sempre ritorna dove non è mai stata.


[1] Le Guin U., I reietti dell’altro pianeta, Editrice Nord, Milano 1990, p. 85

[2] Ivi, p. 54

[3] Ivi, p. 10

[4] Ivi, p. 284

[5] Ivi, p. 166

[6] Ivi, p. 167

[7] Ivi, p. 226

[8] Ivi, p. 279

[9] Ivi, p. 227