Queersultoria: esperimenti di welfare dal basso per un nuovo diritto alla salute e alla vivibilità

Fuxia Block

Introduzione: sapere dove situarsi, a partire da sé

La Queersultoria di Padova nasce dal percorso politico e teorico del Fuxia Block, collettivo transfemminista queer parte integrante del cosmo BiosLab, un laboratorio di autoformazione, inchiesta e pratiche di soggettivazione che ha trovato casa (o meglio sarebbe dire case) in via Palestro a Padova dalla primavera 2013.

La genealogia del BiosLab e del Fuxia Block affonda le proprie radici nei movimenti di contestazione delle riforme universitarie dei primi anni 2000 (Peroni 2008),  quando, al centro delle analisi e delle sperimentazioni dei collettivi studenteschi, si trovava la critica alla parcellizzazione del sapere e ai processi di aziendalizzazione imposti dal Bologna process a livello europeo. A quell’epoca, la resistenza all’omologazione e all’inaridimento dei percorsi di studio e quindi delle nostre vite avveniva attraverso forme di riappropriazione dei processi conoscitivi, come l’autoformazione, che cercavano di rispondere (e resistere) al meccanismo di quantificazione e valutazione dei saperi in termini funzionali al mercato (era quello che credevamo allora: oggi sappiamo che nemmeno questo era il punto, ma solo l’inflazione e la dismissione dell’università pubblica in questo paese).

Il nodo del sapere e della sua relazione col potere è un tratto fondamentale del percorso del nostro collettivo fin dalle sue origini. È infatti attraverso questa lente foucaultiana, laddove il sapere diviene, oltre che strumento di potere, arma affilata di resistenza da utilizzare per posizionarsi – o meglio, pour trancher, nella versione originale più incisiva (Foucault 1977) – che il nostro sguardo dalle aule universitarie si è velocemente riversato sulla città e sul suo tessuto di contraddizioni e conflitti in cui eravamo pienamente immerse.

Inevitabilmente, l’approccio critico al sapere e alla produzione di conoscenza ci ha portate a decostruire un ordine del discorso che, in quegli anni e soprattutto in questa città-laboratorio di retoriche e politiche di sicurezza e paura, produce(va) continuamente nemici, identità, codici, norme e ruoli, tutti tesi a incasellare, definire e categorizzare le molteplici soggettività che la attraversano. È così che il nostro percorso di decostruzione si è declinato immediatamente sui dispositivi di controllo e di disciplinamento che le politiche securitarie insinuavano nelle nostre vite attraverso la costruzione di immaginari di guerra (di civiltà) e assedio (delle nostre città, così come della nostra identità) (Bonfiglioli 2010, Simone 2010, Peroni 2012).

Qui emergeva lampante il nesso tra razzismo e sessismo intrinseco alle politiche di tolleranza zero, reso evidente dai processi di criminalizzazione (dei migranti) e vittimizzazione/colpevolizzazione (delle donne) legati all’emergenza del femminicidio o alla prostituzione; così come il legame tra il sessismo “democratico” (Simone 2012) e l’incessante produzione, selezione, inclusione, scarto di identità, orientamenti sessuali e corpi di volta in volta definiti decenti, osceni, accettabili, riconoscibili, rifiutabili o sacrificabili secondo il sistema di inclusione differenziale del welfare e del riconoscimento dei diritti civili; e ancora, il filo rosso che collegava il contestuale e perfettamente coerente attacco ai corpi delle donne come macchine riproduttive non dotate di libertà di scelta ma destinate a “nutrire il mondo” (come una delle più orrende campagne pubblicitarie mai inventate, quella di EXPO 2015, ci suggerisce ancora oggi), portato avanti dall’attacco alla legge 194 e dal dilagare dell’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici.

Questi sono i temi centrali delle nostre prime analisi, che descrivevano un ordine sociale in cui corpi, desideri, condotte, ruoli, identità e generi costituiscono l’oggetto principale dell’azione governamentale, il cuore della produzione biopolitica; in altri termini, ciò che Foucault (1978) ha definito dispositivo sessuale.

Il processo decostruttivo di linguaggi e stereotipi si è accompagnato alla volontà di rompere anche la dimensione più tangibile di questa rappresentazione spingendoci a ragionare sulla decostruzione dei ruoli sociali di genere e delle identità costruite a partire dal binarismo eteronormativo. Abbiamo voluto costruire immaginari differenti che fossero capaci di rompere l’accerchiamento per liberare i nostri desideri e aprire spazi di possibilità capaci di andare oltre alle forme relazionali accettate (o permesse). Queste riflessioni ci hanno portato a constatare come noi stessi fossimo attraversati da quelle contraddizioni tra norme e società, tra sapere e potere, che emergono nei linguaggi e nei simboli che quotidianamente attraversano le nostre relazioni famigliari, amicali e sessuali.

Tutto ciò insomma parlava direttamente a e di noi, non solo come soggetti di diritto o come militanti di collettivi cognitivi ma come parte integrante e inesorabilmente partecipe della normatività e della performatività delle identità, degli stereotipi, dei ruoli sociali, non solo a livello sociale ma anche all’interno del nostro gruppo. Ed è in questo nodo, in questo rovesciamento epistemologico di prospettiva, che si fonda il processo immanente, autoriflessivo, decostruttivo e profondamente biopolitico che quasi inconsapevolmente ci ha portate a quel “a partire da sé” che costituisce di fatto le fondamenta del pensiero femminista. Naturalmente, questo è avvenuto non senza ambivalenze, conflitti e resistenze, soprattutto nel momento in cui è stato chiaro a tutte che questo punto di partenza ci imponeva la messa in gioco del personale su un piano politico – e può sembrare banale, ma solo attraverso questa esperienza abbiamo compreso il significato dello slogan “il personale è politico”.

Da queste basi abbiamo avviato un confronto con quanto già era stato discusso e prodotto dal femminismo storico per comprendere le trasformazioni contemporanee e per dotarci di una cassetta degli attrezzi metodologica che ci permettesse di mettere a verifica la possibilità di agire all’interno dello schema binario eteronormativo decostruendone i presupposti.

Ed è da qui che la nostra pratica politica ha assunto l’esperienza e il posizionamento come metodologia imprescindibile per riconoscere e nominare i problemi, i nodi da sciogliere, le contraddizioni che di volta in volta individuavamo nei nostri contesti e nelle nostre relazioni. Il nostro percorso quindi nasce e resta un progetto di ricerca permanente, che utilizza saperi situati e metodologie di inchiesta femminista per dare corpo ai nostri bisogni e costruire percorsi di liberazione.

Salute e mutualismo nella crisi del welfare:  percorsi di incompatibilità

Con questo bagaglio negli anni successivi abbiamo iniziato un percorso di ricerca per disegnare linee di fuga in grado di rompere la “naturalità” dell’ordine eteronormativo neoliberale. Così come le femministe negli anni Settanta hanno individuato il terreno della riproduzione come centrale per le lotte anticapitaliste, rivendicando l’urgenza di una trasformazione radicale di tutte loro vite, abbiamo rimesso al centro della discussione politica comune e allargata i nostri bisogni e desideri per immaginare percorsi di soggettivazione che rispondessero agli attacchi all’autodeterminazione e ai diritti delle soggettività femministe e queer, sferrati da un lato dalla cattura delle differenze messa in atto dal biocapitalismo cognitivo, e dall’altro dalla crisi del welfare e dei diritti sociali.

Abbiamo compreso come i processi di valorizzazione messi in atto dal biocapitalismo mettano a valore la nostra intera esistenza sfruttando relazioni, linguaggio, emozioni, cura e, dunque,  come attraverso i meccanismi di femminilizzazione del lavoro e di precarizzazione, divenuta nel frattempo condizione esistenziale, il dispositivo del genere sia diventato centrale nel processo di accumulazione del capitale. È infatti l’intera vita, il bios, a essere il cuore del conflitto sociale, e per questo diventa necessario comprendere come i dispositivi di cattura possano essere sabotati a partire dalla nostra indisponibilità, costruendo e condividendo pratiche di conflitto e di mutualismo.

Se la redistribuzione della ricchezza prodotta attraverso i sistemi di welfare state tipici del fordismo era già stata messa a dura critica dai movimenti femministi in quanto strumento di controllo eteronormativo e di inclusione differenziale basata sullo status dei soggetti, negli ultimi anni le reti femministe e queer avevano già rivendicato un nuovo welfare per l’autodeterminazione sganciato dalla famiglia e dal lavoro[1]. Nell’epoca dell’austerity i movimenti europei, e in particolare le reti di mutualismo diffuse nei paesi europei più colpiti dai diktat della Troika, come ad esempio Agorà99[2], hanno individuato il terreno della salute – nella sua accezione di vivibilità, così come descritta da Butler (2014) – uno degli ambiti principali di resistenza e trasformazione delle condizioni di vita.

La salute assume in questi contesti un significato nuovo, che riguarda la libertà di scelta sui propri corpi, sulle relazioni affettive e sessuali, sulla riproduzione; laddove nei sistemi sanitari il corpo continua a essere percepito solo come oggetto di patologizzazione e medicalizzazione, i movimenti transfemministi rivendicano la possibilità di riappropriarsi dei saperi e della cura di sé rovesciando il rapporto asimmetrico che intercorre tra saperi esperti e le esigenze espresse dalle soggettività LGBTQ nel campo della sessualità, della riproduzione e della malattia (Ballarin, Padovano 2014).

Le consultorie queer, e la Queersultoria, nascono in questo contesto, riprendendo la genealogia dei femminismi degli anni Settanta e dei percorsi di auto-aiuto dei primi consultori nati dalla necessità di ricostruire saperi situati e de-medicalizzati sui corpi delle donne (Percovic 2005). Insieme all’approccio critico verso la specializzazione dei saperi esperti e utilizzando l’autoformazione e l’inchiesta come metodi di conoscenza di sé e di riconoscimento dei propri bisogni, la Queersultoria risponde dunque a un’esigenza fondamentale quanto ancora tutta da definire: liberare i corpi e le soggettività dai dispostivi di controllo e disciplinamento biocapitalisti e costruire nuovi spazi di autodeterminazione e vivibilità.

Il progetto Queersultoria

Nell’aprile 2013, all’interno di un percorso di elaborazione di pratiche concrete contro la crisi e lo smantellamento del welfare, abbiamo dunque deciso di iniziare un processo di riappropriazione di reddito indiretto attraverso lo strumento politico dell’occupazione. In questo percorso, oltre alla necessità di dare spazio ai nostri progetti e al desiderio di costruire percorsi di socialità alternativi ai circuiti commerciali universitari, la scelta di occupare uno spazio abbandonato dell’INPS, l’ente previdenziale al quale come precar* versiamo da anni centinaia di migliaia di euro senza la speranza di vedere restituito un centesimo, è stata una scelta politica in sé. Ed è così che l’occupazione di quegli stabili ha rappresentato una risposta concreta ai processi di smantellamento di un welfare stantio che non risponde più ai bisogni di una società in continuo mutamento, e una forma di riappropriazione di parti di ricchezza e di beni comuni lasciati abbandonati da enti pubblici previdenziali sull’orlo del default a causa della finanziarizzazione.

Nasce così l’esperienza del BiosLab, un laboratorio occupato da student*, precar*, precar* della ricerca e disoccupat* che si propone di essere uno spazio biopolitico in grado di parlare di lavoro, precarietà, diritti, saperi critici e ricerca, ma anche e soprattutto di come i corpi, i desideri, le relazioni e le condotte sessuali sono continuamente sussunti dal capitale e di come – per questo motivo – sia necessario iniziare a elaborare strategie discorsive e pratiche biopolitiche in grado di sostenere processi soggettivazione conflittuale delle vite e dei corpi.

Questo posizionamento è stato presentato pubblicamente e discusso attraverso un editoriale  dell’aprile dello stesso anno dal titolo “La crisi logora anche i nostri corpi e le nostre menti”[3] , in cui si ricostruisce il dibattito politico che, a partire dalle lotte femministe degli anni Settanta, ha rimesso al centro la vita e il “personale”, per arrivare a costruire contesti e spazi di autogestione della propria sessualità, della propria salute e del proprio corpo, come per esempio sono stati i consultori autogestiti femministi. Queste progettualità, infatti, non solo avevano l’obiettivo di riappropriarsi dei saperi incarnati nelle esistenze di tutt*, ma, a partire dal riconoscimento del valore che le vite in generale – e in particolare i corpi sessuati e le condotte sessuali – avevano per il mantenimento e la riproduzione del sistema stesso, permettevano di sperimentare percorsi di soggettivazione che, da quelle stesse eccedenze valorizzabili in termini capitalistici, fossero in grado di bloccare gli ingranaggi dell’ordinamento sociale, economico e istituzionale di carattere “eteronormato-familista” e produrre conflitto diffuso.

Così come i consultori autogestiti sono stati negli anni Settanta spazi di liberazione e soggettivazione, la Queersultoria per noi è uno spazio in cui ri-articolare le pratiche e i discorsi del transqueerfemminismo contemporaneo a partire dalla constatazione che, nel bel mezzo della crisi neoliberista, gli elementi che riguardano la vita e le condotte vengono sempre più catturati dalle maglie del mercato e della valorizzazione economica. Proprio da qui siamo ripartit* con l’obiettivo di costruire strumenti, femministi e immediatamente inseriti all’interno delle altre istanze del movimento italiano ed europeo, che sapessero contrastare dispositivi di controllo e di gestione produttivistica del bios.

Riuscire a produrre conflitto e soggettivazione a partire dai nostri corpi, dalle nostre vite precarie, dalle nostre sessualità eccedenti e desideranti, dai nostri bisogni incarnati, significa, dunque, non solo costruire delle vie di fuga e di liberazione dalle forme di ricatto ed esclusione sociale prodotte dalla crisi, ma soprattutto riuscire a sottrarre quel plusvalore di cui il capitale ha bisogno per la sua stessa sopravvivenza e riproduzione, per costruire spazi di libertà e vite indisciplinate. Inoltre, di fronte a uno scenario di smantellamento generalizzato del welfare state – soprattutto in ambito sanitario – e di cancellazione dei diritti per tutte quelle soggettività eccedenti alla norma eterosessuale, abbiamo voluto provare a ragionare di saperi e pratiche autonome e critiche rispetto all’autorità del potere medico, che sapessero parlare di forme di welfare autogestito dal basso e che mettessero allo stesso tempo in discussione il rapporto istituzionale e gerarchizzato tra utente e servizio.

Ed è esattamente per questa ragione che all’interno del percorso politico del BiosLab nasce la Queersultoria, una consultoria queer autogestita in grado di dare informazione – critica e con un orientamento di genere – e di costruire percorsi di autogestione dei corpi, della sessualità e della salute a partire da un approccio che superi il binarismo eteronormativo. Innanzitutto, la Queersultoria è uno spazio decostruente e risignificante, partecipativo e soggettivante, un luogo di confronto e di sperimentazione, di produzione e diffusione di saperi vivi. È uno spazio che si pone come uno dei principali obiettivi quello di riuscire a ridefinire collettivamente il concetto di salute e di benessere sulla base dei nostri bisogni e delle nostre vite precarie, prive di reddito, di casa e piene di ricatti e di controllo sui corpi sessuati.

Partendo proprio da noi, dalle nostre sessualità e dai nostri desideri abbiamo voluto mettere in discussione il paradigma medicalizzante a partire da un’imprescindibile messa in discussione della dicotomia di genere e dei ruoli sessuali. Rivendichiamo inoltre l’autodeterminazione delle nostre relazioni sessuali, del nostro erotismo e dei nostri corpi, sganciandoli dai meccanismi di riproduzione sociale basati sulla procreazione “sempre e comunque” e sulla famiglia eteronormata. Sentiamo la necessità di spingere verso modelli di depatologizzazione per liberare la condizione di tutte le favolosità in transito e transitanti e di tutte quelle espressioni di vita eccedenti la norma eterosessuale. Vogliamo mettere al centro della discussione e della pratica politica l’autogestione di tutta la vita e quindi il bisogno di nuove forme di welfare che sappiano riappropriarsi di reddito diretto e indiretto sganciato dal lavoro.

Per riuscire a concretizzare tutti questi obiettivi politici abbiamo scelto di dotarci di alcuni strumenti che hanno contraddistinto, fin dai primi momenti di elaborazione, le nostre pratiche, femministe e costantemente situate. A questi se ne aggiungeranno altri che costruiremo passo dopo passo collettivamente, in interazione con quanto già presente sul territorio e nel movimento.

L’autoformazione è sicuramente la parte più consistente di produzione teorica e critica, nell’ottica di una condivisione di saperi a partire dai bisogni e dai desideri delle soggettività che la attraversa, di costruzione di un sapere critico e di pratiche conflittuali. Co-costruiamo incontri tematici di discussione sulla sessualità, sull’autodeterminazione dei corpi, sulle relazioni e sulla violenza, sui desideri e sulle emozioni, sulle molteplici performance di genere, sui paradigmi medicalizzanti e di cura.

Abbiamo voluto provare fin da subito a interagire con gli operatori e le operatrici che sul territorio di Padova e a livello nazionale si occupano di salute e sessualità. La prima sperimentazione in questo senso è stata il ciclo seminariale “La cura di sé” in cui ci siamo volute confrontare con i saperi esperti di chi quotidianamente opera nei servizi destinati agli studenti universitari e nei consultori famigliari, sia quelli istituzionali, sia quelli femministi, e con le esperienze degli sportelli dedicati al transito. Il dialogo con queste realtà ci ha permesso di comprendere il funzionamento dei servizi esistenti confrontandoci con gli stessi operatori e operatrici che quotidianamente si interfacciano con richieste e con limiti istituzionali e organizzativi difficili da ricomporre: la relazione con chi lavora sul campo è fondamentale anche per immaginare strategie di alleanza o contaminazione e mutuo supporto tra spazi autonomi come le consultorie queer e le strutture sociosanitarie, laddove procedure, mancanza di strumenti e finanziamenti spesso riducono a routine un servizio fondamentale per il territorio.

La stessa modalità di relazione con operatori e operatrici sociosanitarie è stata messa in campo all’interno di “Pillole di desiderio”, un ciclo di incontri sperimentale in cui abbiamo provato a mettere a confronto, in un ambiente accogliente e informale, i nostri bisogni e dubbi, le incertezze su corpo e sessualità, contraccezione e relazioni con alcune “esperte” spogliate per l’occasione del loro ruolo istituzionale e dell’autorità medica. Il ciclo, partecipatissimo e molto coinvolgente, ha ad esempio approfondito le teorie queer alla luce delle rivendicazioni omonormative LGBT sul matrimonio, i problemi legati contraccezione e desiderio, la conoscenza dei diritti e delle possibilità che abbiamo in campo riproduttivo. L’ampia partecipazione al ciclo e l’intenso dibattito che si è sviluppato ha messo in evidenza come questi temi siano molto presenti nella quotidianità di ciascuno di noi e dunque quanto sia necessario affrontarli con laicità e fuori da un approcio emergenziale, patologizzante o medicalizzato.

Infine, accanto all’autoformazione riteniamo che l’inchiesta e l’autoinchiesta siano gli strumenti metodologici necessari per la mappatura e lo studio del reale che ci permettono di mettere ulteriormente a fuoco quelle che sono le contraddizioni e le problematicità, ma anche le necessità e i bisogni attorno ai quali è necessario approfondire l’analisi e costruire spazi di discussione e di condivisione.

Inoltre, dal momento della sua inaugurazione, la Queersultoria ha messo a disposizione del quartiere e della città di Padova un centro di documentazione sulle tematiche di genere, che prevede la possibilità di consultazione di libri, riviste e di materiali autoprodotti relativi ai corpi e alle sessualità per tutt*. Vi è anche uno spazio dedicato alla distribuzione di materiali informativi su vari temi inerenti la sessualità (contraccezione, prevenzione, erotismo, pornografia e sex toys), l’orientamento sessuale e il genere . In un’ottica di diritto alla salute e alla libera scelta abbiamo condotto una mappatura dei servizi offerti dalle diverse strutture sanitarie e parasanitarie del padovano (ospedali, consultori, altri istituti), in particolar modo per quanto concerne i sistemi e le possibilità abortive in città e gli spazi e le strutture nei quali disporre di informazioni complete sull’identità sessuale e di genere, l’orientamento sessuale e le esperienze di transito.

Infine, proprio nel corso degli ultimi mesi, siamo riuscit* a costruire relazioni solidaristiche e di cooperazione sociale con giovani famiglie del quartiere che hanno dato vita a progetti di doposcuola autogestiti e di percorsi di educazione alle differenze e alla sessualità per genitori e bambin*.

Tutti i discorsi critici rispetto al concetto di salute e alle strutture sanitarie pubbliche, insieme alle prospettive analitiche che ci hanno guidato in questo percorso collettivo, sono riusciti a confluire all’interno di un percorso politico molto forte e potente che è stato quello contro le politiche anti-abortiste in Europa per l’autodeterminazione e che ha portato durante l’anno appena trascorso nelle piazze e nelle strade centinaia di migliaia di donne, di uomini, di compagn* sotto lo slogan #IODECIDO.

Con queste parole abbiamo voluto ribadire come non solo non ci sia spazio per discorsi e politiche neofondamentaliste, fasciste e reazionarie che vorrebbero addomesticare e controllare i corpi e la libertà sessuale delle donne, ma anche che non accettiamo che nessuna forza politica e istituzionale possa decidere e legiferare sulle nostre vite utilizzando argomentazioni morali e religiose utili solo al mantenimento dello status quo e al governo neoliberista delle eccedenze.  L’autodeterminazione dei corpi, il diritto all’aborto e a una salute riproduttiva laica e in generale le lotte contro tutte quelle politiche che vorrebbero fare pagare a noi, ai nostri corpi e alle nostre vite i costi di un sistema economico e politico al collasso, sono temi che riguardano tutt*!

Le piazze dell’8 marzo 2014 e di #iodecido sono state, infatti, il primo passo verso un percorso in cui si è partiti da istanze apparentemente molto specifiche e genderizzate per arrivare a parlare di noi tutt*, precar*, student*, donne, uomini, trans, intersex e di come la formulazione di nuove forme di welfare e la riappropriazione di reddito siano gli unici strumenti e le uniche pratiche in grado di garantire a tutt* una vita autodeterminata e libera.

Riflessioni finali

Dopo questi primi due anni di attività possiamo dire che la Queersultoria è tutto questo e molto altro: è spazio di socialità e di soggettivazione, è lo spazio politico entro cui mettere a tema problematiche e possibilità. È però innanzi tutto un progetto di ricerca e inchiesta in continua trasformazione e arricchimento capace di tradurre desideri e bisogni che da personali e soggettivi si fanno immediatamente politici. Abbiamo fatto nostre le esperienze del passato per calarle nell’oggi, riprendendo la ricchezza politica e la rivoluzione epistemologica dei femminismi degli anni Settanta per utilizzarne gli strumenti nel paradigma biocapitalistico contemporaneo e le nostre r-esistenze precarie.

La prima grande ricchezza che questo percorso ci consegna è l’intreccio con esperienze e saperi altri che vogliamo contaminare e che ci contaminano a loro volta attraverso i dibattiti, gli incontri e le iniziative di piazza. Le pratiche, i saperi e le metodologie che stiamo mettendo in atto con la Queersultoria sono costituenti di quel partire da sé che orienta il percorso stesso. Riteniamo che questo approccio permetta di formulare e sviluppare nuovi terreni di conflitto a partire dai bisogni e dalle necessità che ogni soggettività esprime. Proprio in quest’ottica, scegliendo di dare priorità alla processualità del percorso, non intendiamo farci schiacciare dall’urgenza di formulare risposte ai bisogni e alle necessità che emergono, ma ripartiamo dalle indicazioni che le attività fin qui svolte ci hanno fornito. Una primissima direzione ce la dà l’ampia partecipazione agli incontri che problematizzano sessualità, riproduzione, desiderio e relazioni perché ogni volta che abbiamo introdotto questi temi il dibattito è stato molto vivo e partecipato, dimostrando come la messa al centro della discussione di queste tematiche sia –ancora- necessaria. Altrettanto, in questo lasso di tempo relativamente breve, abbiamo avuto modo di relazionarci con associazioni e soggetti differenti, innescando processi di soggettivazione, personale e politica, che ci permettono di mettere le basi per nuove prospettive.

Uno dei grandi temi che stiamo affrontando oggi è la discussione, presente già nelle esperienze dei consultori autogestiti degli anni Settanta, relativa alla scelta di qualificare lo spazio della Queersultoria come servizio/sportello autogestito oppure mantenerla prioritariamente spazio politico di confronto e conflitto. Questo nodo è cruciale sotto molti punti di vista e abbiamo ritenuto in questi mesi di non arrivare ad una definizione precisa, ma lasciare spazio ai processi che ci stanno attraversando, preferendo un’interazione e una contaminazione con chi lavora nei servizi, laica e funzionale ai presupposti che hanno dato avvio a questo percorso. In questo senso, la sfida è aperta e intendiamo portarla avanti a partire dalla rimessa in discussione del concetto di salute nella consapevolezza delle ambivalenze insite nel rapporto con il sistema sanitario attuale.

La scelta di concentrarci sulla Queersultoria come spazio di elaborazione politica trova un altro suo cardine nell’attraversamento che stiamo facendo dei percorsi di lotte sociali per il reddito di autodeterminazione e contro l’austerity. La rinnovata centralità del dibattito sulla giustizia sociale e sul benessere in Italia e in Europa ci permette di confrontarci con realtà differenti e con problematiche spesso articolate o che si esplicano in modo disomogeneo nei territori.

Infine, la genealogia femminista ci ha consegnato la potenza del pensiero critico e della critica ai saperi positivi, e, attraverso l’esperienza dei consultori e delle pratiche di mutualismo, ci ha permesso oggi di declinare questa ricerca nella costruzione di percorsi di conflitto e soggettivazione autonoma. Lontano da una prospettiva di sostituzione o – peggio ancora – compatibilità col paradigma estrattivo del biocapitalismo cognitivo, le consultorie queer costituiscono per noi gli spazi fisici e cognitivi in cui riformulare un diritto alla salute che risponda all’esigenza sempre più urgente di sottrarci alla morsa delle politiche di austerità e al ricatto della precarizzazione esistenziale, attraverso la sperimentazione di pratiche di cooperazione e la riappropriazione e condivisione di saperi situati.

Fondamentali restano per noi, in questo percorso di ricerca, il confronto e la messa in comune di queste esperienze con tutte le sperimentazioni di mutualismo transfemminista queer che si stanno moltiplicando nelle nostre città. Da qualche mese, infatti, all’interno di un percorso di movimento come quello dello Sciopero Sociale – spazio politico di discussione e di intervento che si interroga sulle forme della precarietà e dello sfruttamento all’interno del mercato del lavoro ai tempi del Jobs Act e dell’austerity – si è riusciti ad affrontare il nodo del lavoro gratuito, del lavoro di cura e del diritto alla salute, provando non solo ad immaginare nuove forme di sottrazione dalla cattura, da parte del capitale, delle nostre vite e delle soggettività, ma anche interrogandoci rispetto ai processi di riappropriazione di spazi di vivibilità e di cooperazione solidaristica che nascono e agiscono sul terreno della sperimentazione di welfare dal basso.

In questo senso le esperienze di consultorie queer presenti sul territorio nazionale possono rappresentare la base da cui partire per costruire momenti di autoformazione e di discussione collettiva che sappiano partire da dimensioni e bisogni territoriali per riuscire a costruire chiavi di lettura, strumenti analitici e metodologie generalizzabili sui temi del neo-mutualismo e del welfare.



[1] http://amatrix.noblogs.org/post/2007/10/23/fuori-dalla-famiglia-fuori-dal-lavoro-reddito-per-l-autodeterminazione/

[2]http://99agora.net/rights/healthcare-movements