PUNTO DI FUGA di Lucia Biagi, Diàbolo, 2014 e PIENA DI NIENTE di Alessia Di Giovanni e Darkam, Becco Giallo, 2015

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Parlare di aborto in Italia significa sempre più spesso parlare dell’aumento dell’obiezione di coscienza che minaccia l’applicazione della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza, di tagli ai servizi che dovrebbero garantire la salute sessuale e riproduttiva delle donne, di iniziative dei cosiddetti pro-life per impedire l’autoderminazione femminile, di proteste e azioni dirette a difendere il diritto di ciascuna di decidere del proprio corpo. Dell’aborto in sè, invece, si parla poco: le esperienze di chi ha affrontato un’interruzione di gravidanza non trovano, per lo più, spazi di parola e condivisione.

Due fumettiste e una sceneggiatrice, Lucia Biagi in Punto di fuga e Darkam e Alessia di Giovanni in Piena di niente, hanno scelto di mettere le storie di cinque donne che hanno vissuto l’esperienza dell’aborto al centro dei loro ultimi lavori. Attraverso scelte stilistiche molto distanti tra loro – tavole estremamente pulite in bicromia di blu e giallo per Punto di fuga, tratto crudo e sfumature intense per Piena di niente – entrambe le graphic novel riescono a tenere insieme la singolarità delle vite delle cinque protagoniste – Sabrina nel primo, Giulia, Monica, Elisa e Loveth nel secondo – e il difficile contesto che interferisce, a livello istituzionale quanto sociale, con la scelta di ciascuna.

Il contesto, però, non prende il sopravvento nella narrazione, è invece una delle lenti attraverso cui leggere e capire quanto accaduto nelle vite di alcune donne che per motivi diversi hanno interrotto una gravidanza indesiderata. Il giudizio è sospeso, non è carne da spartirsi per campagne antiabortiste o per il diritto all’aborto, le ragioni non sono meno valide quando sono meno drammatiche, le difficoltà di una non sono necessariamente di tutte, non ci troviamo di fronte a una galleria di personaggi edificanti, che dovremmo difendere o giustificare.

Si tratta solo di ascoltare le storie di donne che hanno sperimentato, nella scelta di abortire e nel portarla a termine, una grande solitudine. E che, come tante e tante altre, non hanno trovato voce, nè nella determinazione, nè nella paura, nè nel perdersi, nè nel ritrovarsi. Donne ammutolite, tanto dal frastuono del dibattito pubblico, dello scontro ideologico e dei media, quanto dal pregiudizio e dall’indifferenza, e in questo silenzio ancora più sole.

Angela Lamboglia in DWF (105-106) A tratti femminista, 2015, 1-2