NON NE POSSIAMO PIU’

La redazione

 

Primo atto
Siamo partite come sempre dal convocare la redazione allargata. Incontrarci
prima di tutto, guardarsi negli occhi, odorarsi, lasciare che i corpi – nella loro
autonomia – si affianchino, e forse parlino con noi. Il bisogno di vedersi nasceva
da un dubbio persistente sul nostro ‘stato d’animo’ politico: è possibile che alcuni
fatti – come gli attacchi alle case delle donne, i disegni di legge che sgretolano
diritti acquisiti come il divorzio e l’aborto, la triste costanza di uno Stato inerme
o complice di fronte alla violenza sulle donne, la chiusura degli spazi condivisi, –
siano gravi solo per noi?
Ci siamo viste. Alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, in redazione, al primo
piano. Al piano inferiore, in contemporanea, andavano avanti fitte e lunghe riunioni
per sbrogliare e rimettere ‘sui piedi giusti’ le matasse burocratiche con cui la giunta
capitolina, dichiaratasi post-ideologica, cerca di azzerare la storia della Casa (cfr.,
DWF 115-116, L’indirizzo ce l’ho. La Casa internazionale delle Donne di Roma,
2017, 3-4). Una storia che sta accadendo in tanti altri luoghi.

Democrazia esanime
Non è una novità che DWF s’interroghi su cosa sia per noi politica, perché non è una
novità la voglia di cancellare il femminismo dalla storia di questo Paese e, oseremmo
dire, del mondo. Lo sono invece le forme in cui avviene e le parole che la raccontano.
Per esempio la democrazia, invocata da tutti, è oggi esanime controfigura di sé, dove
l’unica sostanza è l’applicazione della norma a salvaguardia di un potere detenuto
dalla macchina amministrativa, l’unico che resta al cambiare dei governi e al saldo
demografico tra nati e morti dei partiti e gruppi politici. Per esempio, la decisione
di procedere con gara pubblica alla concessione di spazi alle realtà femministe
appartiene a questa idea della democrazia che non si interroga né garantisce
alcuna qualità, giustizia, bontà, utilità della scelta fatta, che è invece materia del
confronto/conflitto politico. Le derive autoritarie di leader democraticamente eletti
– gli Orban ungheresi o i loro emuli nostrani – sono la negazione persino delle più
semplici forme di democrazia liberale che prevedono almeno una dialettica nelle decisioni. Ma anche gli autoritarismi non sono tutti uguali: le ‘ansie sul rispetto delle
regole’ e la muscolarità di alcuni capibastone stavolta hanno l’obiettivo di cancellare
tutto quello che c’è – relazioni, percorsi, trasformazioni – oltre il rapporto tra
chi è ‘eletto al comando’ e le singole individualità. Il risultato è la possibilità di
mettere al muro e in silenzio la storia politica e umana dei soggetti che vivono nella
democrazia, consapevoli delle sue contraddizioni e dei suoi limiti.
Sì, è possibile, è già successo, e stavolta non è diverso.

Uno, due, molti
La mossa politica e culturale che da tempo si rivolge al femminismo è emblematica
di quello che tanti governanti vogliono dai propri cittadini in Europa e in Italia dopo
la grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio: la cancellazione dei soggetti politici,
delle comunità, dei beni collettivi, dei progetti condivisi, della cosa pubblica, dello
stato sociale, dei diritti personali. È una volontà politica precisa: il suo corollario
è la riduzione della vita sociale di ciascuno a contatti e non relazioni, ossia a una
sommatoria di entità singole che incappano l’una sull’altra, chiuse al confronto, alla
porosità e alla curiosità politica. Lì, indipendenti voci uniche, “coraggiose e non
vittime”: “uno vale uno”, un voto, uno smartphone, prima me, le mie proprietà. Uno
vale uno perché “il due è legione” – si diceva del diavolo nella tradizione popolare
– perché l’uno che disegna le piattaforme online è senza un corpo toccabile.

Progetti, proposte
Le donne invece hanno formulato domande, fornito risposte, offerto visioni.
Si sono mobilitate in forme varie, contingenti, resistenti. Hanno creato alleanze di
reti e di pratiche convergendo su lotte comuni. Hanno dato vita a movimenti globali
e transnazionali, in forme a volte impreviste, o ri-significando pratiche politiche
tradizionali – come nel caso degli scioperi femministi – creando alleanze inedite
tra soggettività diverse. Questi movimenti, lontani dal declamare una solidarietà
ideologica, un corpo e un’identità collettiva, mettono al centro temi vecchi e nuovi,
pratiche condivise. In alcuni ritroviamo eco e toni di rivendicazioni femministe dei
primi anni, in altri storie e genealogie di donne che hanno combattuto il patriarcato
e promosso una politica fondata sulla differenza e la molteplicità delle pluralità
femminili.
Spesso ci si allea. Non si parla per le altre, ma si prende parola assieme a loro. In
questo modo, le donne possono denunciare con efficacia la dimensione strutturale
della violenza che si nutre e si rafforza attraverso numerosi dispositivi culturali,
politici, sociali, economici, i quali creano effetti pervasivi sulle vite di ognuna, eppure in modo specifico e sempre diverso. Non abbiamo mai sopportato l’intreccio tra le
linee di potere segnate sui nostri corpi dalle retoriche sulla “razza”, dal sessismo,
dalle differenze di classe, dalle discriminazioni di genere o legate agli orientamenti
sessuali, dall’avere un corpo “abile”, e così via. Da qualche generazione abbiamo
anche le parole per dirlo e le alleanze per combatterlo.

Narrative dominanti
A trecento anni dalla pubblicazione di Robinson Crusoe, il maschio bianco, europeo,
capitalista, globalizzato per interesse, sogna di tornare il solo abitante di un’area
ordinata, perché deserta, certo di saper dominare e mettere a lavorare per sé
qualsiasi malvenuto intruso o inaspettata intrusa. E certo, il capitalismo è ancora
una religione, con lo stesso officiante e le stesse bugie sul mestiere più antico del
mondo, che è la schiavitù e non la prostituzione.
Forse è il momento di dire che non siamo tutte e tutti in pericolo allo stesso modo:
la diseguaglianza tra le differenti condizioni di vita e di reddito pesa anche sulle
nostre lotte, sulla capacità di resistere alle derive non democratiche e incivili della
politica. E anche solo per questo dovremmo impegnarci a ridurre la diseguaglianza
sociale. Le differenze pesano sul coraggio di riprendere la parola politica che ci
piace, ci appassiona e ci coinvolge. Tornare a ragionare e a fare coscienza insieme
e dell’insieme è indispensabile, è una questione di responsabilità verso noi stesse,
proprio oggi che è fortissimo il ruolo dei media e dei ‘social’ nella disintermediazione
della comunicazione politica; è essenziale, ancora, per poter ridire chi, cosa, è
incluso o escluso dalla vita sociale e politica, dal ‘contratto’, dagli spazi comuni.

Politica sformata
Le idee talvolta deragliano. Le migliori intenzioni possono finire in una domanda
retorica, per la solita eterogenesi dei fini, come lo è trasformare il sostegno
politico alle lotte del femminismo nella lista delle rivendicazioni di parte o nelle
maglie appiccicose del networking; come il riuscire ad affogare nell’apatia e nella
rassegnazione personale le rivolte agli attacchi al welfare, al reddito, ai diritti
conquistati. Dobbiamo ripartire dal fatto che il femminismo ha prodotto e produce
non solo una visione del mondo ma progetti e politiche che possono davvero
cambiare le vite di tutti. È giunto il momento di metterci alla prova, di prendere
tutte parola, di uscire da questo piano troppo modesto in cui da tempo si stanno
costringendo i discorsi e anche i provvedimenti politici, discutere e confliggere sui
nostri progetti, a partire da una base comune: sulla ricchezza, sul valore di una
differenza abbiamo già riletto la storia dell’umanità, spiegato la cruda materialità su cui crescono le pretese epistemiche del patriarcato, aperto un varco da cui passare
per un oggi e un futuro su cui scommettere.

 

In DWF (120) IN MOVIMENTO. Conversazioni politiche, 2018, 4