Alle alte cariche dello stato italiano e dell’Unione europea, lettera della Redazione

Al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella

Al Presidente del Senato della Repubblica Italiana, Pietro Grasso

Alla Presidente della Camera dei Deputati Italiani, Laura Boldrini

Al Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker

Al Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani

Al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk

      All’Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri, Federica Mogherini

 

Gentile Presidente,

siamo la redazione di una rivista italiana – Donnawomanfemme – nata a Roma nel 1976 e ci occupiamo di politica, sapere e cultura delle donne. La longevità della nostra rivista ci ha permesso di veder cambiare nel tempo le nostre lettrici e i nostri lettori; ciò che è rimasto costante è l’interesse a capire, al di là delle singole visioni, la materialità dei problemi delle donne e delle loro vite. Per questo le scriviamo oggi della condizione delle donne migranti e della necessità di promuovere politiche di genere in favore di rifugiati e richiedenti asilo.

La Sua attenzione ai temi dell’immigrazione, costante e ben al di là degli appuntamenti istituzionali, ci fa ritenere che Lei consideri il recente flusso di migranti verso l’Europa come un fenomeno di lunga durata, legato alla permanenza della guerra in aree geografiche e politiche a noi vicine. Lo confermano i dati mensili e aggiornati del flusso di persone che arrivano nella nostra area comune dal mediterraneo, in particolare quelli disponibili nel sito dell’UNHRC (http://data.unhcr.org/mediterranean/regional.php): contrariamente a quanto accadeva in precedenza, le donne e i bambini rappresentano oggi più del 30 % del totale dei migranti in arrivo in Italia e più del 50% di quelli approdati in Grecia. Un flusso migratorio imponente che non è accompagnato da politiche adeguate, accoglienti e innovative.

Nella percezione – e reazione – di molti cittadini europei, i migranti sono un’entità astratta, un feticcio minaccioso, senza un corpo, senza una storia e un’esperienza personale, uno schermo bianco su cui proiettare qualsiasi fantasma, qualsiasi paura, antica o presente. Una traccia di questo disumanizzante atteggiamento la rintracciamo anche nell’imbarazzo di chi insiste ad agitare lo ‘spettro dei migranti’ anche quando ci si trova davanti gruppi di donne e bambini che domandano asilo o accoglienza. La recente cronaca ne è tristemente testimone.

L’integrazione delle donne rifugiate e richiedenti asilo nell’Unione ha bisogno di misure e metodi che non ignorino la differenza sessuale e il significato dell’appartenenza al genere femminile nella costruzione ed evoluzione delle loro vite. Gli studi in materia – da ultimo il lavoro commissionato dal Parlamento europeo attraverso la Commissione on Women’s Rights and Gender Equality (FEMM) del febbraio 2016, PE 556929 — mostrano che le donne migranti hanno ridotte possibilità di apprendere la lingua dei paesi di accoglienza perché ricorrono alla traduzione di membri della propria famiglia per comunicare o informarsi.

La mancanza di una policy che favorisca l’apprendimento della lingua del Paese ospitante indebolisce il loro senso di indipendenza, oltre che la possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro e di usufruire dei training previsti per facilitarlo, laddove disponibili. Le stesse donne affrontano molteplici discriminazioni nell’inserirsi nel mercato europeo del lavoro perché su di loro ricade la responsabilità dei bambini e delle cure familiari e perché spesso il processo d’integrazione è ostacolato dalla cultura dei loro paesi di origine, dai loro stessi legami familiari. Un ostacolo più difficile da superare finché le misure di sostegno non riconoscano bisogni diversi in relazione al genere. Il risultato è che l’offerta ‘spontanea’ di occupazione per quelle donne tende a segregarle in impieghi a basso reddito prevalentemente nel settore del lavoro domestico.

E l’ignoranza della differenza di genere, anche rispetto alle diverse culture di provenienza, è spesso comune anche nelle strutture preposte alla prima accoglienza, nelle procedure di assistenza sanitaria, nelle prassi per l’identificazione e nel registro delle eventuali violenze subite, lasciando al caso, o alla sensibilità umana dei singoli soccorritori, la possibilità di trovare un ascolto operoso ai loro concreti problemi.

Sappiamo che l’Unione europea non ha finora competenze specifiche nell’area dell’integrazione dei migranti e, a maggior ragione, non c’è alcuna legge europea, tantomeno un piano di investimenti, che trattino direttamente il problema dell’integrazione delle donne migranti nei Paesi ospitanti, anche nel caso in cui siano accolte. Le differenze nel recepimento nazionale delle direttive europee sull’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo rendono anche il fatto di essere state oggetto di stupro in guerra o per appartenenza etnica non ovunque riconosciuta come una motivazione valida per chiedere asilo. Allo stato attuale del quadro regolamentare europeo le donne rifugiate e richiedenti asilo potrebbero trovare indirettamente risposta ai loro bisogni soltanto dalla combinazione di programmi europei finanziati per differenti ragioni (il superamento delle discriminazioni razziali e di genere, la coesione sociale, il contrasto al traffico di essere umani e alla violenza). Ma le sinergie necessarie non sono per niente scontate, né semplici da trovare nella complessa macchina amministrativa europea.

Di fronte a queste difficoltà, le organizzazioni non governative (ONG) possono svolgere un ruolo centrale anche nel sostenere l’arrivo delle donne rifugiate e richiedenti asilo, specialmente ora che si riducono gli spazi del welfare, si privatizzano molti servizi pubblici, si sono avviate politiche d’immigrazione restrittive e controlli ai flussi in entrata. Ma se per integrazione intendiamo il rendere le donne migranti capaci di diventare cittadine europee in senso pieno, il lavoro delle ONG dovrebbe evitare di cristallizzare la loro identità nell’immagine stereotipata di soggetti deboli, fragili, bisognosi e dipendenti.

Noi crediamo che l’Europa, e le nazioni che l’hanno scelta, possano rispondere positivamente al nuovo flusso migratorio cambiando il metodo con cui disegnano e attuano le politiche d’intervento in loro favore. Occorre il coraggio di pensare in pratica la differenza sessuale a livello europeo: le donne immigrate e richiedenti asilo dovrebbero avere sempre, in tutto il territorio europeo, un supporto legale rispondente alla loro condizione e poter esercitare il diritto di richiedere intervistatrici o interpreti donne; allo stesso modo, i centri di accoglienza dovrebbero disporre di aree di riposo e di assistenza separate per le donne cosi come di assistenti preparate a trattare i casi di violenza sessuale e servizi sanitari adeguati. Occorre conoscere, diffondere e applicare le buone pratiche che esistono in alcuni Paesi europei per accogliere e integrare i nuclei familiari, anche valorizzando il lavoro svolto dall’ECRE (European Council on Refugees and Exiles).

Occorre soprattutto il sostegno di istituzioni e di chi, autorevolmente, le rappresenta affinché l’Europa investa in modo continuativo in politiche d’integrazione differenziate in base al genere.

Sperando che voglia condividere le nostre ragioni,

un saluto,

La Redazione di DWF

Pubblicata in DWF (110-111) Europa. Ragioni e sentimenti/Europe. Senses and sensibilities, 2016, 2-3