Le cospiratrici. Rivoluzionarie russe di fine Ottocento e memorie di Olimpia Kutuzova Cafiero, Martina Guerrini, BFS Edizioni, 2016

cospiratriciLa storiografia dei movimenti sociali ha spesso eluso la questione di genere o l’ha relegata alla marginalità di ambiti specifici, appendice della storia ufficiale, maschia per definizione, nella quale sciogliere fino alla sua scomparsa il protagonismo femminile. Il libro di Martina Guerrini rovescia metodologicamente questa prospettiva, immergendosi in quel largo, composito fenomeno dal carattere unitario del populismo russo di fine Ottocento, proprio a partire dall’esperienza delle donne che vi presero parte, rivisitando la questione nel suo insieme.

Lo sfondo sociale è quello del mondo contadino russo basato sull’osbščina, un nucleo sociale e produttivo coeso e retto da una rigida struttura patriarcale che, per la sua caratteristica comunitaria, affascinò le avanguardie sociali le quali, prospettandone una profonda trasformazione, vi intravedevano la possibilità dell’edificazione di una società egalitaria ed estranea al giogo statale. Attirando su di sé utopie romantiche e programmi rivoluzionari, essa fu al centro delle variabili considerazioni dello stesso Marx che la rifiutò in un primo momento per tornarci in seguito in maniera più possibilista, mentre, per il suo carattere conservativo e patriarcale, più netto e negativo risultava il giudizio di Bakunin. In ogni caso, essa fu il termine di paragone di un’intera generazione di innovatori e innovatrici, con la quale si confrontarono anche le femministe, liberali e radicali, animatrici delle prime associazioni femminili che, in breve tempo, costituirono una fitta rete di autoaiuto. Erano esperienze di natura diversa e dalle differenti finalità, come scuole, iniziative editoriali, laboratori professionali, in cui si componeva una società di donne attraversata e nutrita da tensioni eterogenee, che dovettero presto far fronte a una feroce repressione statale.

Al loro interno crebbe un confronto serrato tra le ipotesi promosse dal femminismo di stampo liberale e una nuova generazione di donne, le nichiliste, che rifiutavano la sola dimensione della beneficenza e del filantropismo caritatevole, ricercando una via di protagonismo diretto «spostando in profondità la riflessione all’interno della sfera privata, nella famiglia, all’interno del matrimonio, nelle relazioni sessuali» (p. 22) e in quelle sociali. Il progetto liberale, per quanto innovativo e per quanto andasse incontro ad alcune delle esigenze femminili, si rivelò incapace di affrontarne le drammatiche condizioni di vita, non riuscendo a mettere in discussione la struttura sociale e patriarcale della società russa. Le nichiliste, andarono oltre una sorta di emancipazionismo liberale muovendosi verso una direzione “contemporanea” dove il personale si faceva politico. Ciò che accadeva nella vita della maggior parte delle donne russe, nelle famiglie, nelle coppie, trovava un terreno comune nella diffusa mancanza di libertà, nell’impossibilità di scegliere sui propri corpi e quindi sulle propria vite. Lo spazio privato, angusto, definito e silenziato dal patriarcato, fu messo in discussione dalla voce delle donne, che aprirono invece spazi pubblici di confronto e si presero   il tempo comune per fare delle proprie vite e delle problematiche che le avvolgevano strettamente una questione di riscatto complessivo. Non è un caso che la prima cosa che saltasse all’occhio nell’incontrare una nichilista era il suo aspetto, che sfuggiva al consueto disciplinamento dei corpi. Queste ragazze indossavano sempre abiti neri, portavano grandi occhiali blu, capelli dal taglio corto e sportivo, vestendo talvolta “da uomo” per evitarne le soventi molestie: i corpi per primi si ribellarono a qualunque definizione tradizionale di genere. Una rivolta estetica, volta a disconoscere non solo il valore sociale dell’abbigliamento femminile, improntato alla seduzione del maschio, nell’ottica della normalizzazione matrimoniale, ma anche a mettere in discussione un intero immaginario ottocentesco.

L’effrazione estetica diventò motivo di repressione; la veste nichilista fu infatti messa al bando, tanto che chi osava ostentarla fu oggetto di decreti di espulsione dalle città con il conferimento del passaporto giallo, quello delle prostitute.

Spostando così la questione su un terreno esistenziale e materiale, le nichiliste proponevano la necessità di una trasformazione complessiva, economica e morale, incentrata su un individualismo inteso quale irriducibilità a ogni omologazione ai costumi e agli obblighi sociali di derivazione patriarcale e di tradizione nazionale. Rifiutata la famiglia per la sua caratteristica di negazione delle libertà e dell’affermazione personale, era prassi tra le nichiliste contrarre matrimoni fittizi con uomini solidali e complici, per uscire dalle famiglie di origine senza approdare a una nuova, potendosi così dedicare agli studi scientifici, in particolari medici, e all’impegno nelle scuole, nei laboratori professionali e nelle cooperative mutualistiche, moltiplicatisi negli anni sessanta dell’Ottocento, diventando luoghi di crescita culturale, di emancipazione materiale e di politicizzazione diffusa.

Veicolo di profondo rinnovamento, l’impegno femminista delle nichiliste confluì nella folle estate del 1874 in cui studentesse e studenti si riversarono nella campagne russe dando vita a una vivacissima campagna propagandistica ed educativa tra i contadini. Un’andata al popolo da cui sarebbe sorto un movimento rivoluzionario di tipo nuovo che culminò nel 1878 nell’attentato alla vita del feroce governatore di Pietroburgo, il generale Trepov, per mano della giovane Vera Zasulič.

Il coinvolgimento di diverse donne in atti terroristici sfida un altro stereotipo duro a morire che vede nella debolezza della donna e nella sua “naturale” inclinazione alla pace un preciso ruolo da ricoprire. La forza femminile, che può anche trasformarsi in violenza, viene comunque estirpata alla radice, impedendone qualunque manifestazione anche quando è una adeguata e commisurata risposta all’oppressione.

Il gesto di Vera Zasulič aprì comunque una fase cospirativa e terrorista, che si sarebbe conclusa nel marzo 1881 con l’assassinio dello zar Alessandro II, in cui le nichiliste esercitarono un ruolo di primo piano, in particolare nelle questioni organizzative e propagandistiche, costituendo un terzo della direzione dell’importante movimento clandestino della Narodanja Volja, ma anche teoriche sostenendo il superamento delle derive giacobine insite al progetto della lotta armata.

L’epopea delle nichiliste russe travalicò i confini della madrepatria proiettandosi in una dimensione cosmopolita e transnazionale. Tra di esse, per le ricadute che ebbe anche in Italia, una menzione speciale Guerrini la dedica alla vicenda di Olimpia Kutuzova, detta Lipa – della quale pubblica pagine diaristiche e mémoir, documenti storici che arricchiscono l’intero volume – appartenente allo stretto entourage di Bakunin, ambiente nel quale conobbe il giovane rivoluzionario Carlo Cafiero, già corrispondente di Engels e fondatore della I Internazionale in Italia, nonché primo teorico del comunismo anarchico, con il quale stabilì una lunga relazione ideale e sentimentale.

Grazie al lavoro di Martina Guerrini, il transnazionalismo rivoluzionario della seconda metà dell’Ottocento trova attraverso la storia di genere, una possibilità conoscitiva più ampia e più profonda, restituendoci le sfumature di una storia complessa riguardante le origini in larga parte sconosciute del femminismo radicale, ma anche quelle del socialismo in Italia

 

Serena Fiorletta e Roberto Carocci in DWF (110-111) Europa. Ragioni e sentimenti, 2-3, 2016