DWF (81), Invenzioni quotidiane, 2009, n. 1

cop 81Torniamo a interrogarci sul presente a partire dalla situazione italiana, dalla sua opacità e difficoltà, cercando di individuare quanto sta cambiando nei modi di inventarsi quotidianamente delle donne, a partire da quello di alcune giovani donne (Eleonora Mineo, Claudia Bruno, Teresa Di Martino, Angela Lamboglia, Maria Teresa Margiotta, Rachele Muzio e Sonia Perrone) che raccontano le loro modalità di inventarsi e inventare le loro vite, mentre Adriana Lorenzi scrive della sua esperienza del laboratorio di scrittura in carcere a Bergamo e Lidia Decandia del laboratorio Màtrica di Alghero.

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MATERIA
  • Invenzioni quotidiane
    Introduzione, di Laura Fortini e Rosetta Stella  
  • Istruzioni per inventarsi un quotidiano (il mio)
    di Eleonora Mineo
  • Monologo a più voci
    di Claudia Bruno
  • Vivere la vita che più mi somiglia
    di Teresa Di Martino
  • Desiderio di vivere lussuosamente
    di Angela Lamboglia 
  • Un’altra giornata di ordinaria follia
    di Maria Teresa Margiotta, Rachele Muzio e Sonia Perrone
  • La scrittura dietro le sbarre
    di Adriana Lorenzi
  • Una operazione di fermentazione urbana
    di Lidia Decandia

POLIEDRA

  • Un libro in giro per il mondo: come viaggiano il sapere e le pratiche femministe
    di Kathy Davis

SELECTA

  • Recensioni e schede, di Fusaschi

 

NOTA EDITORIALE

L’apertura a volo prospettico dei numeri che come DWF abbiamo dedicato nel 2008 a “Femminismi d’Europa” e “Femminismi del mondo” ha posto la questione del tornare a interrogarci sul presente a partire da qui, dalla situazione italiana, dalla sua opacità e difficoltà, accompagnato, questo interrogativo, da una ricerca di individuazione di quanto e come si sta spostando nella politica delle donne.

Partendo però dalla quotidianità, banale, ripetitiva come sovente appare, sovrastante, anche, ma che risulta essere il terreno su cui il lavoro della politica e del pensiero delle donne risulta più fine e fruttuoso, e questo non accade solo in Italia, come il numero sui femminismi del mondo dimostra, e il pensiero va alle strepitose donne del babaçu in Brasile, di cui ha scritto Beatrice Costa nell’ultimo numero, oppure – ma le citazioni non possono né vogliono essere esaustive, ovviamente – alle splendide invenzioni della casa editrice Kali for Women, come ha messo in evidenza l’intervista nello stesso DWF di Monica Capuani a Urvashi Butalia.

In questo numero Adriana Lorenzi scrive dell’inventarsi attraverso il laboratorio di scrittura in carcere a Bergamo e Lidia Decandia di un modo di progettare gli interventi sul territorio che parte dalla vita quotidiana e dalla memoria dei luoghi del laboratorio Màtrica di Alghero a Santu Lussurgiu in Sardegna. Si tratta di due situazioni lontane geograficamente ma non nelle modalità con cui si interrogano su come e in che modo cambiare di segno a questo presente, così opaco, e che hanno il carattere di invenzioni, esempi di modi migliori d’azione, quelli che una volta fatti, nota Rosetta Stella nell’“Introduzione” a questo numero, ci fanno stare meglio: gesti che trasformano la banale quotidianità in contemporaneità e così facendo diventano forme impensate della politica.

Così come continuamente nuovo appare, negli scritti delle giovani donne cui abbiamo chiesto di raccontarci di sé, il divenire donna. Rispetto cui ci piace riportare quanto scritto da Paola Masi in uno scambio epistolare con Maria Teresa Margiotta, Rachele Muzio e Sonia Perrone, autrici de “Un’altra giornata di ordinaria follia”: “ Uno dei motivi per cui il vostro scritto ha per me un senso politico è nel messaggio che mi trasmette. Ad una prima lettura non mi è stato subito chiaro, anzi mi sembrava che raccontaste con parole e scene di vita di ‘giovani donne del terzo millennio’ qualcosa di già noto: la fatica di conciliare tempi di lavoro, di sogno, di svago, di desiderio di esistenze femminili urbane. Credevo che la storia di un vostro giorno fosse soprattutto un aggiornamento di qualcosa che, tuttavia, anche la mia generazione ha ben conosciuto. C’era però qualcosa che non mi quadrava, qualcosa che sfuggiva ed era di più rispetto al già visto. Certo anche la vostra domanda mi responsabilizzava a guardare meglio, ma la mia sensazione non poteva essere dovuta (solo) a questo, pur nella novità della formula. Poi, improvvisamente, mentre in aereo leggevo un intrigante romanzo giallo, come per caso, ho capito. La novità del vostro racconto non è nel rapporto con il tempo o con il concreto vissuto dell’incertezza e del precariato, è, al contrario, nel mostrare l’esperienza del ‘tenere insieme’ sé stesse, di collegare con un filo sottile e fortissimo i tanti quadri in cui siamo ogni giorno. Mi sono venute in mente certe decorazioni nelle architetture dei castelli manuelini in Portogallo, dove robuste e pesantissime colonne sono ‘tenute insieme’ da lievi fiocchi e nastri di pietra; senza quei fiocchi le colonne sarebbero uguali a tante altre, ripetizioni, varianti senza novità. Se leggo il vostro scritto come un racconto dell’esperienza del ‘tenere insieme’, lì scopro la vostra singolarità, la trama che non c’era, ‘il movente del giallo’, ciò che è cambiato rispetto alla mia generazione.”

Sebbene il testo di Kathy Davis non risponda direttamente alle interrogazioni poste dal numero, dedicato come è alla fortuna di un classico del femminismo come Noi e il nostro corpo, questo testo è stato un’invenzione, forse l’esempio migliore e meglio riuscito di invenzione quotidiana che potessimo mai pensare, con l’augurio di pensarne anche migliori per efficacia e circolazione. (lf e rs)

 

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