Introduzione. Per una prospettiva (trans)femminista sulla salute ai tempi del neoliberismo

Beatrice Busi e Olivia Fiorilli
 
‘Per noi donne salute vuol dire controllo del nostro corpo’. È sull’espropriazione del corpo che si fonda la nostra condizione materiale di sfruttamento e di oppressione: per questo è così importante, per le donne più che per ogni altro gruppo di oppressi, lottare per la sua riappropriazione[1].

Al principio degli anni Settanta, quando il corpo era saldamente al centro della politica delle donne, il tema della salute faceva prepotentemente il proprio ingresso nel discorso del movimento, acquisendo centralità nel percorso personale e collettivo di rivendicazione di una autonoma soggettivazione femminista. Per essere reso operativo in una lotta che avesse al centro l’autodeterminazione, esso doveva innanzitutto essere strappato al monopolio epistemologico di una medicina che – attraverso il binomio normale/patologico – si era storicamente dimostrata pronta ad arginare ogni forma di ribellione spontaneamente espressa dalle donne, mettendone sotto tutela e controllo la sessualità, sorvegliandone ogni espressione corporea e silenziando i bisogni eccedenti la riproduzione intesa come “naturale” principio organizzatore del “corpo femminile”. La medicina, infatti, aveva avuto un ruolo chiave nella naturalizzazione e cristallizzazione di quelle “funzioni femminili” che il femminismo stava iniziando a contestare: i corpi delle donne, constatavano le femministe, sono l’oggetto storicamente privilegiato del controllo veicolato dalla medicina e dalle sue istituzioni. «Noi donne (…) affidiamo ai medici non soltanto la nostra patologia, ma anche una serie di manifestazioni che fanno parte della nostra vita sociale e biologica», osservava nel 1974 il Gruppo femminista per una medicina delle donne di Milano, annunciando la fondazione di uno dei molti consultori autogestiti ai quali il movimento stava dando vita in quegli anni. L’elaborazione della nozione di medicalizzazione[2], è stata quindi consustanziale alla critica femminista alla medicina. Gli effetti disciplinari del dispositivo di medicalizzazione, tuttavia, non sono familiari solo al movimento femminista: negli anni Ottanta e Novanta, in piena crisi HIV/AIDS, i movimenti LGBTQ*  si organizzano per riappropriarsi del diritto alla salute e alla vita – messo in scacco da un’organizzazione sociale strutturalmente omofoba e da un capitalismo mortifero – con la consapevolezza che il sapere biomedico aveva storicamente costruito corpi, sessualità e piaceri non etero-riproduttivi come intrinsecamente “malati”[3]. Il concetto di medicalizzazione, inoltre, è stato fondamentale anche per la riflessione sulla de-patologizzazione delle espressioni, traiettorie e identità trans cresciuta in seno a un movimento transnazionale che ha rivendicato l’autodeterminazione dei corpi e delle soggettività oltre le strettoie dei percorsi di transizione istituzionalizzati e dei protocolli che li regolano. Un movimento sociale che non ha solo combattuto la patologizzazione dell’esperienza trans e il controllo biopolitico su questa esercitato dal sapere psichiatrico, ma ha anche rivendicato la possibilità di veder garantito a tutt* l’accesso alle tecnologie desiderate[4].

Infine la categoria di medicalizzazione è ed è stata centrale per il movimento intersex/dsd, che, a partire dagli anni Novanta, ha contestato i trattamenti e gli interventi chirurgici di  “normalizzazione” dei genitali considerati “ambigui” – ovvero, non corrispondenti ad a una norma anatomica rigidamente binaria -, a tutt’oggi praticati su* neonati, al di là di ogni ragionevole concetto di “consenso informato” e che,  in generale, ha messo in discussione la costruzione dei corpi con variazioni intersex come essenzialmente “patologici”.

Tutti questi movimenti sociali hanno costruito prospettive e pratiche politiche in grado di contrapporre alla “salute”, intesa come dispositivo biopolitico di amministrazione della popolazione in funzione della “ottimizzazione” della sua (ri)produttività e strumento di management dei corpi e delle condotte, una nozione di “benessere” che ha invece saputo tenere al centro l’autodeterminazione e le soggettività.

Rileggere queste diverse esperienze non è solo un esercizio genealogico fine a se stesso. Siamo convinte, infatti, che questo patrimonio politico sia fondamentale per tutte e tutti coloro che oggi intendono costruire una risposta alla ristrutturazione neoliberista e alle politiche di austerità che sulla nostre pelle – fuor di metafora – stanno smantellando il welfare e la sanità per come li abbiamo conosciuti fino ad oggi in Europa. Crediamo sia necessario costruire una risposta conflittuale e trasformativa a queste politiche, senza cedere alla tentazione di una difesa pura e semplice dell’esistente. Pensiamo che sia urgente rilanciare piuttosto che lasciarci paralizzare dal ricatto delle retoriche sul debito, dal “non ce n’è più per nessuno” o “non è il momento di avanzare certe questioni”. Ma, per costruire una prospettiva politica che sovverta la razionalità e il discorso neoliberista tenendo al centro la questione dell’autodeterminazione contro la norma eteropatriarcale, sentiamo l’urgenza di un deciso passo verso l’intersezione di diverse prospettive. Crediamo sia vitale incrociare riflessioni, esperienze, prospettive situate per produrre una critica alle forme del controllo biopolitico veicolato dalla medicina e dalle sue istituzioni ai tempi dell’austerità. Una critica che prenda in considerazione le condizioni materiali che influiscono sul benessere, il fatto che le soglie di accesso alle tecnologie mediche e le possibilità di negoziazione nel loro utilizzo sono regolate da classe, “razza”, cittadinanza, genere. Solo attraverso uno sguardo intersezionale possiamo articolare una critica alla medicalizzazione che non sia transfobica, che non si affidi alla problematica nozione di corpo autentico/naturale e sappia sfuggire ai rischi dell’essenzialismo binario uomo/donna: una critica, dunque, che non sia tecnofobica e che prenda sul serio sia il rifiuto dei trattamenti sanitari socialmente obbligatori (come quelli sui corpi intersex), sia il desiderio/bisogno di accesso alle tecnologie mediche (come quello espresso dalle soggettività trans e non solo).

Il posizionamento politico nel quale ci sembra che tutte queste tensioni possano trovare una parziale ma convincente sistemazione, è quello transfemminista, in particolare nella sua accezione “meridiana”, ovvero soprattutto per come si è configurato in Spagna[5].

Quando abbiamo letto per la prima volta il Manifesto per un’insurrezione transfemminista della Red PutaLesboNeraTransFemminista, come tantissime altre compagne con le quali condividiamo i nostri percorsi di attivismo, siamo rimaste folgorate dal senso di eccitazione che riusciva a trasmettere. Si tratta di un testo, infatti, che ha una sorprendente capacità: nel momento stesso in cui sta impietosamente nominando i limiti storici dell’identitarismo radicale e del pariopportunismo istituzionale (o più semplicemente del femminismo), li sta già contemporaneamente trasformando nella fondazione di un nuovo campo di soggettivazione politica, incitando alla lotta comune. In quel branco furioso abbiamo visto correre insieme gridando alla carica le guerriere di Monique Wittig, la mestiza di Gloria Anzaldua, la fica futura di VNS Matrix e Harriet Tubman alla testa delle compagne del Combahee River Collective: praticamente un supergruppo di supereroe, il The Avengers delle femministe.

Come descrive benissimo Miriam Solà nell’introduzione all’antologia Trasfeminismos. Epistemes, fricciones y fluidos, se l’influenza del pensiero queer aveva consentito l’articolazione dei discorsi e delle pratiche politiche, artistiche e culturali che stavano emergendo nelle comunità femministe, di occupanti, lesbiche, anticapitaliste, froce e trans durante gli anni Novanta, favorendo le connessioni tra soggettività, il gesto di rivendicazione del concetto transfemminista è riuscito a suggerire una nuova forma organizzativa all’altezza di quelle connessioni.

Questo nuovo vocabolo materializza la necessità politica di farsi carico della molteplicità del soggetto femminista. Ma è anche un termine che vuole situare il femminismo come un insieme di pratiche e teorie in movimento che danno conto di una pluralità di oppressioni e condizioni, mostrando anche la complessità che le nuove reti devono affrontare e la necessità di una resistenza congiunta/comune riguardo a genere e sessualità (pp. 19-20).

Sebbene non si sia ancora delineato come specifico campo di intervento, il tema della salute è, in un certo senso, un “naturale” oggetto della politica transfemminista. Sono già diverse, infatti, le esperienze di attivismo sui temi della salute, del benessere e della medicina che assumono  esplicitamente una prospettiva transfemminista o che presentano le caratteristiche di una prospettiva di questo tipo. In Europa, alcune di queste esperienze sono emerse in Spagna, in Francia e in Italia: sono soprattutto queste ultime che vanno a comporre la Materia di questo numero di DWF.

In che senso, quindi, crediamo che un postura transfemminista possa aiutarci a costruire discorsi e pratiche politiche sul corpo e la salute che siano all’altezza delle sfide poste dalle nuove forme della normalizzazione biomedica?

Tra i limiti della politica su corpo salute e medicina cresciuta in seno al femminismo della “seconda ondata”, perlomeno negli Stati Uniti, le femministe nere avevano già criticato la “bianchezza”[6] e le lesbiche la forte eteronormatività. Il ricorso a un’idea di “esperienza femminile” e alla nozione di corpo (femminile) “autentico” e “incontaminato”[7] per resistere alla “colonizzazione” biomedica e alla medicalizzazione, nonché la conseguente “accusa” di “subalternità” al tecno-patriarcato spesso implicitamente (e, talvolta, esplicitamente) rivolta a molte forme di approccio desiderante alle tecnologie mediche, ci rende oggi evidente anche il fatto che questo tipo di critica alla medicina ha rischiosamente (ri)prodotto un discorso essenzialista e cis-normativo.[8] E’ proprio da un punto di vista femminista, dunque, che -˗ se vogliamo farci carico di questi limiti storici e, contemporaneamente, attualizzare il portato politico di liberazione del movimento femminista per la salute -˗, dobbiamo concederci la possibilità di ibridarlo con altre prospettive, (ri)connettendolo alle altre genealogie politiche incarnate che in questo campo hanno riflettuto e agito.

In che modo, dunque, i transfemminismi ci offrono un vantaggio nella riarticolazione del discorso e delle prassi femministe sulla salute?

In primo luogo, un approccio transfemminista ci consente di interpretare la liberazione e la lotta contro la medicalizzazione non dentro un orizzonte di sottrazione alle tecnologie, bensì dentro una logica di riappropriazione. Tale riappropriazione può essere tradotta su diversi piani.

L’esperienza di GynePunk e dei suoi bio-lab DIY (do it yourself) DIT (do it together), di cui rende conto uno dei testi di questa raccolta[9], ad esempio, la concretizza in una pratica trans-hack-femminista: il DIY/DIT che strappa le tecnologie al controllo delle istituzioni mediche e le risignifica in una logica trans-femminista, decoloniale e anticapitalista, diviene quindi, quasi una ripetizione eterodossa, spuria e cyborg, del gesto fondativo della riappropriazione dello speculum nel self-help o della diffusione dal basso del metodo dell’aspirazione attraverso le “illegali” cliniche autogestite per l’aborto degli anni Settanta.

Dentro una logica di riappropriazione trasformativa, possiamo collocare anche la lotta contro la psichiatrizzazione/patologizzazione dell’esperienza trans – centrale nella politica transfemminista. Rifiutando caparbiamente di accettare la patologizzazione come l’unica garanzia di accesso alle tecnologie mediche, questa lotta prefigura un “modello sanitario”[10] basato sull’esercizio attivo dell’autodeterminazione, che si oppone alla reificazione e all’infantilizzazione intrinseche al modello medico basato sull’amministrazione del “sano” e del “malato”. Un modello, che, come mostra chiaramente l’articolo di Viviana Indino in questo numero, non permea solo i protocolli che regolano “il percorso di transizione”, ma anche, ad esempio, quelli oncologici.

Una politica della salute fondata sulla logica dell’empoderamento può essere la chiave di volta anche per il ribaltamento dei rapporti di forza  e potere che storicamente governano la relazione tra corpi – in particolare, tra i corpi fuori norma – e le istituzioni mediche, come spiega l’articolo di Michela Balocchi e Egon Botteghi del collettivo Intersexioni: motore di questa politica non può che essere la costruzione di intersezioni, di ponti, di connessioni tra soggettività – umane e non umane – e il riconoscimento della molteplicità che le attraversa, come mostra anche l’articolo della Consultoria Queer di Bologna. Si tratta di un movimento fondamentale per aggredire il dispositivo biopolitico di “amministrazione delle differenze”, che informa anche il modello sanitario vigente, e spiazzare i meccanismi di soggettivazione/assoggettamento che le categorie del sapere medico producono.

Il carattere costitutivamente intersezionale dei transfemminismi, quindi, può essere un ottimo punto di partenza per la costruzione di un approccio “espansivo” alla politica della salute, che si faccia carico della distribuzione differenziale del benessere regolata da determinanti sociali quali classe, cittadinanza, “razza” etc. e, contemporaneamente, presti costantemente attenzione anche agli effetti che le stesse forme dell’attivismo producono. Come scriveva l’associazione trans-femminista francese OUtrans nel 2013, «per pensare la salute in modo globale [...] ci serve uno sguardo largo, critico attento alla complessità delle poste in gioco della politica su diversi livelli della vita sociale»[11]. Esemplare, in questo senso, il documento Santé trans. Pour une approche féministe de notre santé sexuelle, diffuso dal gruppo in occasione dell’Europride di Marsiglia di quell’anno, nel quale il discorso sulla salute viene incorporato nella critica alla gentrificazione prodotta anche da questo tipo di grande evento, in un intreccio in cui divengono immediatamente rilevanti le questioni del reddito, della casa, del razzismo istituzionale, della precarietà e dello sfruttamento. Crediamo infatti che posizionare il nostro sguardo all’intersezione tra i diversi modi in cui viene esercitata l’esclusione, possa anche aiutarci a smarcarci dalla retorica dei “diritti”, dal neoindividualismo (singolare o comunitario) alimentato da una concezione neoliberale di libertà, sforzandoci di rimettere al centro della nostra politica anche le condizioni materiali che regolano l’accesso al benessere. In questo senso, le lotte transfemministe per la salute, sono lotte per la giustizia sociale, per il sovvertimento dell’organizzazione sociale capitalistica. Allo stesso tempo, però, un posizionamento transfemminista ci mostra che non possiamo limitare la nostra azione politica alla difesa dello status quo, ma dobbiamo pensare le lotte contro l’austerità e le politiche neoliberiste di smantellamento del welfare come a un laboratorio politico per una diversa organizzazione sociale.

E’ proprio in questa prospettiva che possiamo leggere i riferimenti al neomutualismo che attraversano il contributo della Queersultoria di Padova e sono alla base del progetto della Consultoria Queer di Bologna, entrambe impegnate nella discussione su questi temi che si è sviluppata nel Sommovimento NazioAnale.[12]

Le consultorie transfemministe/queer, infatti, proprio perché si collocano esplicitamente nella genealogia femminista che ha portato alla nascita dei consultori pubblici, intendono assumersi fino in fondo la parabola di quell’esperienza: il fatto che il femminismo degli anni Settanta abbia trasformato il welfare costruendo nuove istituzionalità dal basso, che sono poi state progressivamente svuotate della loro valenza politica, non deve distogliere dalla potenza sovversiva che quell’esperienza ha saputo esprimere. Oggi, non si tratta quindi di costruire nuovi ambulatori o “sportelli”, ma piuttosto di creare spazi politici di consapevolezza personale e collettiva – come dimostra l’autonarrazione di Viviana Indino – per dinamitare l’asimmetria tra corpi/sessualità e il potere medico/statuale tipica dei servizi di ciò che rimane del welfare familista, e contemporaneamente darsi la possibilità di sperimentare nuove relazioni costituenti. Come sottolinea la Consultoria Queer di Bologna:

Non vogliamo, infatti, che le nostre reti rispondano a una logica di emergenza o di sussidiarità, ovvero che si limitino a “tappare i buchi” del welfare statuale consentendogli di tirare a campare grazie al nostro lavoro gratuito: al contrario, vogliamo orientare il nostro agire politico verso la costruzione di relazioni mutualistiche nella lotta e nella resistenza, per reinventare e continuare a costruire insieme nuove “istituzioni”.[13]

In conclusione, quindi, non potevamo progettare la Materia di questo numero di DWF se non come un archivio aperto di esperienze e pratiche politiche collettive. Soprattutto in questi tempi di enclosure dei saperi e individualizzazione della produzione intellettuale, la scelta stessa di privilegiare riflessioni che sono il frutto dell’intelligenza collettiva e della cooperazione cresciuta dentro movimenti sociali, assume per noi un valore politico. Abbiamo infatti valorizzato questo aspetto tanto nella scelta dei contributi quanto nell’organizzazione della raccolta, chiedendo ai gruppi e alle attiviste che hanno partecipato a questo numero di dare ai loro contributi la forma che preferivano.

Speriamo quindi che questo archivio possa essere utile a potenziare le esperienze di attivismo sui temi del benessere e della salute emerse negli ultimi anni in Italia, che in parte sono già in relazione all’interno del movimento transfemminista e queer. Da questo punto di vista programmaticamente “militante”, affidare la chiusura all’esperienza di GynePunk, oltre a costituire un’apertura politica su una prospettiva bio-gyne-hack femminista e decoloniale, vuole suonare anche come un vero e proprio invito a creare connessioni e avviare convers/azioni transnazionali. La cartografia disegnata da questa raccolta vuole – e non può che essere – contingente e aperta, non solo perché non potremmo né abbiamo l’intenzione di definire una volta per tutte il campo di forze dell’attivismo transfemminista su questi temi, ma soprattutto perché ci auguriamo che possa funzionare come uno strumento di lavoro o – chissà – come un innesco per nuove esperienze di attivismo.

Indicazioni bibliografiche

Arfini, E. A. G., Crocetti, D. (2015), I movimenti intersex/DSD in Italia: stili di militanza e biomedicalizzazione del binarismo di genere, in M. Prearo (a cura di), Politiche dell’orgoglio. Sessualità, soggettività e movimenti sociali, Pisa, ETS, in corso di stampa.

Busi B. (2005), Hermaphrodites with attitude, in DeriveApprodi, n. 25, pp. 67-70

Busi B. (2012), Modificazioni. MGF, trans e intersex, in Femministe a parole. Grovigli da districare, Roma, Ediesse

Crocetti D. (2014), L’invisibile intersex, storie di corpi medicalizzati, Pisa  ETS 2014

Chase C. (2006), Hermaphodites with attitude: mapping the emergence of intersex political activism, in Stryker, Whittle, The transgender studies reader, cit. pp. 300-314

Eherenreich Barbara, English Deirdre, Le streghe siamo noi. Il ruolo della medicina nella repressione della donna, Milano, La Salamandra

Gould D. B. (2009), Moving Politics: Emotion and ACT UP’s Fight against AIDS , Chicago, University of Chicago Press

Hausman B. (1995), Changing sex, transsexualism, technology and the idea of gender, Durham, Duke University Press

Hilderbrand L. (2006), Retroactivism in GLQ: Journal of Lesbian and Gay Studies , 12(2), pp. 303-317

Jourdan C., (1976), Insieme contro, esperienze dei consultori femministi, Milano, La Salamandra

Koyama E. (2003), The Transfeminist Manifesto, in Dicker , Piepmeier (eds) Catching A Wave: Reclaiming Feminism for the Twenty-First Century, Northeastern University Press

Miller Jaffe J. (2008/9), Borderland Bodies: Queering Intersectional Health Activisms, tesi di laurea, Wesleyan University

Missé, M., Coll Planas G. (2010), El género desordenado, critica en torno a la pathologización de la transsexualidad, Barcellona-Madrid, Egales

Padovano R. (2014), Ballarin C., Esquimesi in Amazzonia. Dialoghi intorno alla depatologizzazione della transessualità, Milano, Mimesis

Percovich L. (2005), La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta, Milano, Fondazione Badaracco-Franco Angeli

Shepard B., Hayduk R. (eds.) (2002), From ACT UP to the WTO: Urban Protest and Community-Building in the Era of Globalization, Verso

Solà M., Urko E. (2013), (a cura di), Transfeminismos. Epistemes, fricciones y flujos, Tafalla, Editorial Txalaparta

Spade D. (2006), Mutilating gender, in Stryker S., Whittle S., The transgender studies reader, New York London, Routledge, pp. 315-332

Thomas M. Y., Espineira K., Alessandrin A. (2012), La trans-yclopedie, Les ailes sur le tracteur

Tozzi S. (1989), Corpo e scienza nel movimento per la salute. Un percorso di difficile lettura, in Atti del Seminario Esperienza storica femminile nell’età moderna e contemporanea, Unione Donne Italiane, Circolo  “La Goccia”, Roma



[1]     Centro per la salute della donna, Salute e condizione materiale della donna, Padova, 1974, cit. in Jourdan C., (1976), Insieme contro, esperienze dei consultori femministi, Milano, La Salamandra, p. 14. Sul movimento per la salute/medicina delle donne negli anni Settanta in Italia si veda anche Percovich L. (2005), La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta, Milano, Fondazione Badaracco-Franco Angeli;  Tozzi S., Corpo e scienza nel movimento per la salute. Un percorso di difficile lettura, in Atti del Seminario Esperienza storica femminile nell’età moderna e contemporanea, Unione Donne Italiane, Circolo “La Goccia”, Roma 1989. Si veda inoltre il numero speciale di Memoria,11-20, 1984.

[2]     Con il termine medicalizzazione non ci riferiamo tanto – o solo – all’intervento massiccio – talvolta violento – delle istituzioni o delle tecnologie mediche nella vita corporea delle donne cis o – come vedremo – delle persone trans, queer, LGB, o di quelle il cui corpo presenta tratti intersex. Con questo termine ci riferiamo piuttosto – o soprattutto ˗ agli effetti performativi delle categorie del sapere medico-scientifico nell’organizzazione delle possibilità espressive dei nostri corpi e al ruolo della biomedicina nella definizione delle norme che regolano la loro intelligibilità.

[3]     Ci riferiamo qui, in particolare, all’esperienza di ACT UP!. Su ACT UP! E il suo “stile della militanza”, si veda, tra gli altri Gould D. B. (2009), Moving Politics: Emotion and ACT UP’s Fight against AIDS , Chicago, University of Chicago Press; Shepard B., Hayduk R. (eds.) (2002), From ACT UP to the WTO: Urban Protest and Community-Building in the Era of Globalization, Verso;  Hilderbrand L. (2006), Retroactivism in GLQ: Journal of Lesbian and Gay Studies , 12(2), pp. 303-317.

[4]     Le origini dei movimenti per la depatologizzazione trans si possono forse far risalire agli inizi degli anni Novanta negli Stati Uniti nel contesto di una emergente “new gender politics” e dell’ascesa del movimento transgender (nel 1993 Transgender Nation contestò la convention dell’American Psychiatric Association per protestare contro la patologizzazione della “transessualità”). In Europa un movimento per la depatologizzazione trans ha preso forza soprattutto nei primi anni di questo millennio.  Per un’idea delle rivendicazioni portate avanti da una campagna mondiale tra le più attive su questi temi si rimanda a Stop Trans Pathologization 2012 http://stp2012.info/old/it. Si consiglia inoltre la lettura di Missé, M., Coll Planas G., El género desordenado, critica en torno a la pathologización de la transsexualidad, Barcellona-Madrid, Egales 2010;  Thomas M. Y., Espineira K., Alessandrin A. (2012), La trans-yclopedie, 2013, Les ailes sur le tracteur; Spade D. (2006), Mutilating gender, in Stryker S., Whittle S., The transgender studies reader, New York London, Routledge, pp. 315-32; per l’Italia si veda Padovano R., Ballarin C., Esquimesi in Amazzonia. Dialoghi intorno alla depatologizzazione della transessualità, Mimesis 2014.  Altri siti  internazionali utili da consultare sono https://octubretransbcn.wordpress.com/octubre-trans-2014/; http://www.observatoire-des-transidentites.com/; http://transactivists.org/; http://www.icath.org/ Inoltre sebbene ormai fermi, si vedano anche http://transencolere.free.fr/index_2.htm e http://guerrilla-travolaka.blogspot.pt/.

[5]     Per una genealogia “americana” del trasfemminismo si veda Koyama E. (2003), The Transfeminist Manifesto, in Dicker , Piepmeier (eds) Catching A Wave: Reclaiming Feminism for the Twenty-First Century, Northeastern University Press, oppure http://eminism.org/readings/pdf-rdg/tfmanifesto.pdf

[6] In particolare le femministe afroamericane avevano criticato il focus esclusivo del movimento sul diritto di scelta in tema di aborto e contraccezione che ostacolava lo sviluppo di una nozione espansiva di “giustizia riproduttiva” che prendesse in considerazione le condizioni materiali delle donne non bianche a cui semmai era spesso negato il diritto di avere figli o la possibilità di crescerli. Si veda Eherenreich Barbara, English Deirdre, Le streghe siamo noi. Il ruolo della medicina nella repressione della donna, Milano, La Salamandra. Si veda anche Miller Jaffe J., Borderland Bodies: Queering Intersectional Health Activisms, tesi di laurea, Wesleyan University, aa. 2008/9, http://wesscholar.wesleyan.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1347&context=etd_hon_theses, (ultimo accesso 17 marzo 2015).

[7]     Fiorilli O., Biomedicina. Affari di donne, in Mascat, Marchetti, Perilli, Femministe a parole, cit., p. 37-43.

[8]     Per un esempio si veda Hausman B. (1995), Changing sex, transsexualism, technology and the idea of gender, Durham, Duke University Press.

[9]       Questo ha una genesi complessa e collettiva: esso è il frutto di materiali che Anarcha Gland ci ha inviato rispondendo alla nostra sollecitazione e che noi abbiamo tradotto dallo spagnolo e dall’inglese e organizzato per la pubblicazione. A questi, su suo invito, abbiamo aggiunto altri frammenti, ricavati dal sito http://anarchagland.hotglue.me/.

[10]    Fernandes S., Derechos sanitarios desde el reconoscimiento de la diversidad. Aternativas a la violencia de la psiquiatrización de las identidades trans in Missé, Coll Planas (ed.), El genero desordinado, cit. p. 178.

[11]    Si veda http://outrans.info/infos/articles/transfeminismes. Il documento Santé trans, da cui sono tratte le citazioni, si trova all’indirizzo http://outrans.info/infos/articles/sante-trans-pour-une-approche-feministe-de-notre-sante-sexuelle-intervention-outrans-a-leuropride, ultimo accesso, 17 marzo 2015.

[12]    Per un ulteriore approfondimento vedi il report del tavolo di discussione sul neomutualismo che si è svolto durante la prima campeggia transfemministaqueer nel 2013:

http://sommovimentonazioanale.noblogs.org/files/2014/01/report-tavolo-neomutualismo.pdf

[13]    Dal progetto della Consultoria Queer di Bologna, consultabile sul blog (ancora in costruzione, ultimo accesso 17 marzo) all’indirizzo http://consultoriaqueerbologna.noblogs.org