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DWF - I giorni dell’ira. Donne e figure della violenza, 2009, n. 2 (82) PDF Stampa E-mail

DWF - I giorni dell’ira. Donne e figure della violenza, 2009, n. 2 (82)

 

NOTA EDITORIALE

MATERIA

POLIEDRA

SELECTA

 



NOTA EDITORIALE  
(versione integrale)

Sebbene l’agenda nazionale e internazionale abbiano tra le priorità la violenza sulle donne, da qualche parte il contemporaneo ha registrato una nuova forza femminile, soprattutto nei codici dello spettacolo, dai film alle serie televisive, passando per la letteratura. Tuttavia quando si scende sul piano della realtà – e dei mezzi che della realtà pretendono di dare conto, giornali, telegiornali – sembra che le codificazioni simboliche non siano all’altezza di questo mutamento. Violenza sulle donne-donne violente, non li pensiamo come due poli contrapposti, piuttosto consideriamo la violenza come segno della portata del mutamento che segna gli inizi del XXI secolo.

Come sempre accade, la differenza tra i sessi fa da “operatore” per distribuire le posizioni: così gli uomini saranno agenti e assoggettati a questa violenza – tradizionalmente agenti di essa, ma anche codificatori dell’angoscia di morte associata alla figura femminile. Così le donne, reincarnanti le madri assassine, o le donne guerriere senza l’indipendenza delle amazzoni ma inquadrate tra i loro commilitoni. Da non dimenticare sono le figure della transizione, trans- soglia della contesa tra uomini e donne, soggetti “a venire”, infedeli ai confini ereditati, che sono oggetti di violenza epistemologica o agenti di rivolte, come ci ricordava Lalitha Gopalan in “Donne vendicatrici” (DWF, 37-38, 1998). Abbiamo preso allora come punto di partenza – a contropiede con la manipolazione a uso securitario della figura della donna-oggetto di violenza – il rapporto attivo tra donne e violenza: due soggetti che incarnano un tempo che non si fa scandire da epoche storiche. Tempo ciclico, che sempre ritorna, eppure di cui possiamo dire solo attraverso le figure che si danno di epoca in epoca.

In questo numero apriamo un’indagine su quanto l’immaginario contemporaneo offra canali di espressione, e quali – dal ritorno di fantasmi arcaici del materno terribile e di modelli e paradigmi virili, tra violenza bruta e potere, alle memorie anticipatrici di una “forza di civiltà”. Dopo l’introduzione, che si propone di porre la questione come apertura per ulteriori ricerche, una buona parte è dedicata all’analisi delle rappresentazioni della violenza agita per parte di donne – perché questa è la dominante di queste figure femminili, si tratta di donne violente. Mentre il testo di Emma Schiavon è dedicato, grazie alle ricerche che ha svolto in questi anni, al cortocircuito tra la violenza reale della partecipazione alle guerre e le rappresentazioni d’arte, ad alcune altre autrici (Turco, Andreani) abbiamo chiesto di mettersi in ascolto della tensione, sul piano dell’immaginario, tra lo stereotipo ritornante della donna violenta e quel che di inedito potrebbe apparire nelle pieghe del già noto. La presa di parola di donne senza esperienza diretta del femminismo degli anni Settanta ha significato per noi approfittare dello sguardo e del sentire di chi vive come prima esperienza questo nodo d’epoca.

Madsen, per parte sua, pur concludendo che nei film esaminati non c’è una consistente dislocazione del rapporto tra la violenza e la sua incarnazione femminile, lavora più sul crinale del significato potenziale che questa connessione riveste per la politica delle donne, in un’epoca che definisce “post femminista”. Siamo infine particolarmente felici di presentare qui l’intervista a Dolores Turchi. Studiosa delle tradizioni sarde, ci ha restituito con le sue ricerche un profilo, fino a poco tempo fa più immaginario che reale, quello di s’accabadora: l’anziana che veniva chiamata a porre fine alla “lunga agonia”. Michela Murgia, che ha già all’attivo un piccolo e prezioso libro sulla violenza delle nuove forme di lavoro, chiude Materia con una lettura politica di questa figura. Un saluto a Rosetta Stella che con la cura dello scorso numero “Invenzioni quotidiane” conclude il suo percorso di redattrice. (fg e es)

 


MATERIA


I giorni dell’ira
Introduzione
di Federica Giardini e Emma Schiavon  

"L’idea di questo numero nasce da un incontro fortunato, quando abbiamo capito di avere iniziato, ciascuna per proprio conto, una riflessione che giungeva a conclusioni simili partendo da presupposti piuttosto lontani. A unirci è stata l’intuizione che il proliferare negli ultimi decenni di immagini di donne violente – reali e immaginarie – costituisce un sintomo significativo del tempo che stiamo vivendo, e un nodo semantico aggrovigliato non ancora sciolto in modo soddisfacente. Subito abbiamo percepito che la nostra posizione di donne diventate adulte all’inizio degli anni 1990 ci conferiva una posizione privilegiata di osservazione per un fenomeno che è profondamente intrecciato con la svolta epocale di quel momento, nella cui scia siamo ancora immerse..."


Donne violente come segno dei tempi
di Emma Schiavon

"Negli anni 1980 uno dei gruppi punk più accreditati, composto da soli maschi, aveva scelto come nome Violent femmes, e probabilmente l’idea di usare il francese invece dell’inglese era dovuta alla sottolineatura della “femmina”. All’epoca bastava dunque accostare le due idee di “femmina” e di “violenza” per ottenere l’effetto osceno e trasgressivo di rigore per quella tendenza. Credo che oggi, dopo il diluvio di donne violente offerte dal cinema, dalle serie tv, dai videogiochi, quell’effetto si sia perso o che un nome come quello sarebbe preso troppo sul serio. Il carosello di assassine psicopatiche, vendicatrici di stupri subiti, guerriere imbattibili, boxeuses, maestre di arti marziali e sadiche dominatrici che ha affollato l’immaginario cinematografico, pubblicitario e i videogiochi degli ultimi venti anni non ha paragoni con il passato, e senza dubbio incarna bisogni oscuri e profondi dell’oggi. Né vale l’osservazione che alcune figure reali, apparentemente nuove e potenti, possono aver contribuito a produrre questa tendenza..."


Trascendenza e violenza. Donne e arti marziali nei film americani

di Deborah L. Madsen

"Alcuni recenti film hollywoodiani – da La tigre e il dragone (2000) a Kill Bill (2003-2004) ai due episodi di Charlie’s Angels (2000-2003) – si sono contraddistinti per l’uso della violenza attraverso le arti marziali, anziché attraverso le armi da fuoco. Inoltre i soggetti di questa violenza sono donne e in particolare donne asiatiche: Lucy Liu partecipa a tre dei film citati. Intendo indagare qui le connessioni tra la femminilità asiatica e la messa in scena di una violenza “orientale”, in questi film e nel testo letterario di Maxine Hong Kingston, La donna guerriera (1992). Il lavoro di Kingston è stato fondativo sia per gli sviluppi di una letteratura asiatico-americana sia per il movimento etnico delle donne. Il suo successo è stato addotto a una congiuntura storica, la pubblicazione del volume sarebbe arrivata in un momento in cui il movimento femminista esercitava un forte impatto sulla società americana. Kingston raccontava alle americane quel che volevano sentirsi dire, così si sostiene. Ma che dire della rappresentazione della donna guerriera in epoca postfemminista?..."


Assassine, vendicatrici: donne “non troppo sbagliate” nella fiction seriale italiana. Uno sguardo semiotico

di Federica Turco

"La televisione e il cinema ci hanno da tempo abituati ad un uso massiccio e a volte invadente di immagini che richiamano forme di violenza perpetrata a danno delle donne. Ma cosa succede quando ad essere violente sono le donne stesse? Che tipo di rappresentazioni di violenza femminile ci propongono i media? L’argomento è tanto interessante quanto complesso e nelle poche pagine che seguono non potrò che proporne uno sguardo parziale e, per forza di cose, circoscritto, prendendo spunto dalla fiction seriale trasmessa in Italia negli ultimi anni. In particolare prenderò in considerazione due produzioni: la prima, dal titolo Donne sbagliate è andata in onda nel marzo del 2007 sulla rete in chiaro Canale 5, la seconda, invece, più recente, è una serie prodotta per Fox Channels Italy da Wilder ed Esperia Film, con la regia di Alex Infascelli e Francesco Patierno, il cui titolo è Donne assassine. Entrambe le fiction mettono a tema un aspetto particolare della violenza femminile, ricco secondo il mio parere di molteplici e interessanti percorsi di lettura, che è quello della vendetta, ovvero al programma narrativo della vendetta fanno riferimento i diversi programmi d’uso che si sviluppano nel corso delle puntate..."


“Stragi, furore e morti. Il cantico di guerra alzate e forti”. Metafore del potere e donne violente nel melodramma

di Monia Andreani

"L’opera come forma artistica sui generis, che sotto l’egida della musica ha coniugato parole e rappresentazione teatrale in forma drammaturgica, costituisce uno degli spazi in cui – a partire dalla modernità – è stato in qualche modo veicolato l’immaginario antropologico e politico della società europea. Non occorre infatti risalire alle pagine indimenticabili della Certosa di Parma di Stendhal per ricordare che molta della letteratura europea degli ultimi tre secoli inserisce l’opera lirica nei momenti salienti della trama, e soprattutto mette in scena il teatro d’opera come spazio in cui si consuma una parte non secondaria della vita sociale e politica. Se davvero l’opera ha assunto questo importante ruolo nella società borghese già dal settecento – quindi prima del suo secolo d’oro, che è anche il secolo d’oro del melodramma romantico e del belcanto –, allora è lecito farsi delle domande circa i ruoli maschili e femminili che nell’opera sono rappresentati, e che trasmettono un immaginario sociale e politico, quasi uno specchio capace a sua volta di trasformare nel gioco rappresentativo ciò che in esso si rispecchia..."


“Ho visto agire s’accabadora”. Le ricerche di Dolores Turchi
Intervista a cura di Federica Giardini

"Lei lavora da molti anni intorno alla figura di “s’accabadora”, di cosa si tratta?
Accabadora era il nome che si dava in alcune zone della Sardegna alla donna che veniva chiamata a por fine a una lunga agonia che si protraeva giorni e giorni, tra indicibili sofferenze, senza che il moribondo riuscisse a effettuare il trapasso dalla vita alla morte. Ho cominciato a indagare su questa figura, che secondo alcuni era puramente fantastica, alla fine degli anni Ottanta e ne ho scritto più volte dopo aver acquisito varie testimonianze..."


Il sapere necessario
di Michela Murgia

"È un refrain sempre in auge quello intorno al volto nascosto della femminilità, il presunto lato oscuro che incute timore e diffidenza non in quanto pericoloso, ma in quanto femminile. La matrice che lo genera non è quella del legame attivo tra donna e violenza, ma è piuttosto il doppio binomio donna/conoscenza e donna/potere, che solo in seconda battuta generano e codificano nell’immaginario narrato figure femminili capaci di violenza sul reale. La sottotraccia è palese: una donna sapiente e potente è per definizione una donna violenta. Da questa lettura trae alimento l’immaginario sulla donna-strega, la donna-fattucchiera, l’oscura donnaparca che opera sul destino o la donna-sacerdotessa che domina forze misteriose in virtù del suo essere insieme femmina e sapiente. Spesso sono donne anziane, doppiamente pericolose perché libere dai vincoli della fertilità, vedove o senza impedimenti di cura dei figli, e quasi sempre sono figure solitarie, ai margini della comunità anche quando viene riconosciuto il valore sociale della loro funzione. In Sardegna uno dei nomi che si danno alla rappresentazione di questa femminilità oscura è quello dell’accabadora, che nel suo operare combina proprio sapienza e violenza..."


POLIEDRA


Voi che mi chiamate
di Anna Ingrao Boccia


Le parole in forma di poesia di Anna Ingrao Boccia
di Laura Fortini

"Parole in forma di poesia, in questo modo Anna Ingrao Boccia era solita definire il suo lungo, costante e inesausto lavorìo intorno alle parole che non osava chiamare poesia, “perché la poesia è una cosa seria”, aggiungeva sempre. Talmente seria che ad essa Anna ha dedicato quasi trenta e più anni della sua vita, e ha congedato due raccolte, Ospite messaggera nel 1993 e Fiamma e accostamento nel 1997, mentre Compie il suo senso è la raccolta alla cui redazione definitiva stava lavorando quando è morta all’ospedale di Fondi il 17 agosto 2006. La prima parola che io ricordi di Anna è una parola di poesia, e non è parola privata, anzi, pronunciata prima all’Assemblea delle donne del consultorio di Primavalle a Roma, poi al Laboratorio di poesia organizzato dal Centro Donna sempre di Primavalle. Si era agli inizi degli anni Ottanta e come sovente accadeva durante quella stagione le donne che si incontravano tutte le settimane all’Assemblea delle donne del consultorio erano le stesse che animavano il Centro Donna del quartiere, con una sottile e indefinibile linea di separazione ma anche di positivo rimescolamento tra quanto si discuteva anche animatamente al consultorio e quanto si discuteva altrettanto animatamente al Centro Donna..."


Irene Brin tra invenzione del sé e scritture letterarie
di Claudia Sechi

Irene Brin pubblicò libri, si occupò di traduzioni, scrisse costantemente sui giornali, fu Rome editor per la nota rivista americana “Harper’s Bazaar” ed entrò – prima donna – nella redazione del “Corriere della Sera”; inoltre fondò e gestì con successo, fino alla morte, la galleria d’arte L’Obelisco a Roma, accesso alla ribalta per talenti sconosciuti e tribuna offerta agli artisti stranieri posti al bando dal fascismo che esposero per la prima volta in Italia proprio alla galleria di Irene Brin e del marito Gaspero del Corso1; infine operò per la promozione e la diffusione della moda italiana nel mondo, al punto che fu insignita dell’importante onorificenza di Cavaliere ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica Italiana e, l’anno della sua morte, venne istituito il Premio “Irene Brin” presso l’Accademia di Costume e Moda di Roma. Tuttavia a fronte dei vari ambiti in cui Brin si espresse e dei ragguardevoli traguardi raggiunti, di lei non rimane quasi traccia, il suo riserbo e le mancanze altrui celarono perfino i dati più banali della sua vita. In anni recenti la casa editrice Sellerio ha ripubblicato alcuni suoi testi, nonché il volume Cose viste 1938-1939 (Brin 1994), una raccolta di alcuni suoi articoli composti per la rubrica Giallo e rosso della rivista “Omnibus”. Frutto dell’esperienza di “Omnibus” e volontà della giornalista, morta nel 1969, fu invece il testo Usi e costumi 1920-1940 (Brin 1944), ripubblicato appunto da Sellerio nel 1981.
 


SELECTA


Recensioni e schede

di Buttarelli e Giardini/Nicolini, Conti Odorisio e Taricone, Timeto, Morselli, Pantano

ANNAROSA BUTTARELLI, FEDERICA GIARDINI (a cura di) Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008, pp. 480
"Nato in occasione del XII Simposio dell’IAPh (l’Associazione Internazionale delle Filosofe, fondata a Berlino agli inizi degli anni ‘70), Il pensiero dell’esperienza raccoglie, e sistematizza in forma scritta, i diversi interventi occorsi durante lo svolgimento dell’omonimo Simposio tenutosi, dal 31 Agosto al 6 Settembre 2006, presso l’Università di Roma Tre. Le due curatrici, Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, si sono preoccupate, in prima istanza, di rispecchiare la struttura dell’incontro, dividendo i contributi per sezioni tematiche diverse, al fine di restituire proprio quella atmosfera di continuo scambio di idee, espressione di opinioni talvolta discordanti, ricerca di nuove categorie concettuali e spostamenti semantici che caratterizzano, fin dalle sue origini, il percorso di indagine critica svolto dagli studi delle donne, dentro e fuori le università e le discipline tradizionali..." (Ottavia Nicolini)

GINEVRA CONTI ODORISIO, FIORENZA TARICONE, Per filo e per segno. Antologia di testi politici sulla questione femminile dal XVII al XIX secolo
, Torino: G. Giappichelli, 2008, pp. 313.

FEDERICA TIMETO (a cura di), Culture della differenza. Femminismo, visualità e studi postcoloniali, Torino: UTET, pp. 202

GRAZIELLA MORSELLI, Nel corpo è l’origine. Studio sui vissuti femminili della procreazione, Roma: Armando, pp. 79

ALESSANDRA PANTANO(a cura di), Contaminazioni. Il pensiero della differenza in Francia, Padova: Il Poligrafo, 2008, pp. 261


Le autrici

Federica Giardini, redattrice di DWF, insegna Filosofia politica all’Università “Roma Tre”. Collabora con la comunità filosofica “Diotima” e fa parte del comitato direttivo della IAPh (Associazione Internazionale delle Filosofe). Ha recentemente curato, con A. Buttarelli, Il pensiero dell’esperienza (Milano: Baldini Castoldi Dalai 2008).

Emma Schiavon ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea con una tesi sulle donne nella prima guerra mondiale. Ha approfondito il nesso donne-guerra-cittadinanza in varie epoche e contesti e sull’argomento ha pubblicato saggi e articoli. Collabora con il CIRSDE (Centro Interdipartimentale di Studi delle Donne dell’Università di Torino) per cui quest’anno ha coordinato il ciclo interdisciplinare di seminari “Dall’embrione alla nazione. Maternità, fecondazione, biopolitiche”? fra le socie fondatrici dell’ARDP (Associazione per l’Archivio delle donne in Piemonte) e socia della Società Italiana delle Storiche.

Monia Andreani è dottora di ricerca in Antropologia filosofica presso l’Università di Urbino; già assegnista di ricerca in Filosofia Politica all’Università di Verona, è docente di Diritti Umani presso l’Università per Stranieri di Perugia. È autrice del libro: Il terzo incluso. Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo (Roma: Editori Riuniti, 2008). Ha pubblicato saggi sul tema della differenza nella riflessione politica ed etica contemporanea con particolare attenzione al pensiero femminista, è anche una grande appassionata di opera lirica.

Deborah L. Madsen è Professoressa di Inglese e di Letteratura Americana all’Università di Ginevra. È Presidente della Società Svizzera per gli Studi Nord Americani. Tra i molti libri pubblicati, il più recente è Chinese American Literature (Gale 2002).

Michela Murgia, nata a Cabras nel 1972, ha pubblicato per ISBN il diario inchiesta Il mondo deve sapere, che ha liberamente ispirato il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì. Collaboratrice di svariate testate, ha pubblicato per Einaudi la guida per perdersi Viaggio in Sardegna ed ha contribuito alle antologie Lavoro da morire (con il racconto, Alla Pari) e Questo terribile intricato mondo (con il manifesto femminile sulla memoria sarda, Altre Madri). Altri suoi interventi compaiono nelle antologie Cartas de Logu per Cuec (A pezzi, sul tema dell’identità) e Sono come tu mi vuoi di Laterza, sul tema del lavoro flessibile.

Federica Turco è dottore di ricerca in Semiotica presso l’Università di Torino ed esperta di Comunicazione. Svolge attività di ricerca in diversi ambiti, tra cui: l’immagine urbana, i grandi eventi, la comunicazione pubblica, la rappresentazione dell’immagine femminile nei media. Ha pubblicato, tra le altre cose, “La governance dell’immagine. I nuovi volti di Torino”, in Cambiare città. Cinque sguardi su Torino, a cura dell’OPET – Osservatorio sulle Politiche degli Enti Territoriali, Torino, 2008; “Narrazioni olimpiche: l’immagine di Torino nella stampa nazionale ed internazionale”, in A Giochi fatti. L’eredità di Torino 2006, a cura del Centro OMERO, Roma: Carocci, 2007 e ha inoltre curato, insieme a Maria Teresa Silvestrini e Franca Balsamo, la pubblicazione degli atti del convegno A sessant’anni dal voto. Donne, diritti politici, e partecipazione democratica, Torino: Ed. Seb 27, 2007.

Dolores Turchi, studiosa di tradizioni popolari, vive a Oliena. Ha fondato e dirige il semestrale di cultura “Sardegna Mediterranea”. Ha curato diverse opere di Grazia Deledda. Tra i suoi libri, Leggende e racconti popolari della Sardegna (1984), Maschere, miti e feste della Sardegna (1990), Samugheo (1992), Lo sciamanesimo in Sardegna (2001) e “Ho visto agire s’accabadora” (2008).

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