In viaggio (Ingeborg Bachmann) di Helena Janeczek

C’è un libro che ho istintivamente ricambiato dell’amore esposto a tutto ciò che racconta: Malina di Ingeborg Bachmann. Ero abbastanza piccola quando mi capitò tra le mani, uscita ammaccata da un primo innamoramento e solo da qualche anno consapevole di esistere grazie al caso che fece scampare i miei genitori alla macchina di morte nazista in cui Bachmann si cala come in un tritacarne. Quel romanzo conserva a tutt’oggi la temperatura adolescenziale con cui lo lessi ma soprattutto quella che trasmette: una temperatura portata agli estremi di un coraggio che si ribella a ogni potere rischiando di perderci la testa e la vita, la lingua e la forma. La rivolta radicale, più radicale di quella proposta da Camus, per giunta unita al filo dell’amore: la sua felicità pazzesca, le sue dipendenze.

Conoscevo le poesie di Ingeborg Bachmann ma quelle non le ho mai amate veramente. Amavo invece moltissimo quelle del poeta che lei ha amato e anche quell’amore esclusivo per Paul Celan (di cui in Malina affiorano chissà quante tracce) ci accomunava. Percepivo inoltre che con quella prosa spericolata Bachmann stesse attentando alla propria immagine di suprema poetessa del dopoguerra, persino alla sua poesia così composta e musicale. Era un motivo in più per amarla e ammirarla.

All’epoca leggevo soprattutto poesia, scrivevo poesie, non avevo la minima idea che un domani sarei passata al campo della narrativa. Non ho mai pensato a quel romanzo come modello. Malina resta importante per quel senso totale e gratuito di adesione alla lettura, quel primo amore che non si scorda mai, benché scriverlo e temere di scadere nel ridicolo sia tutt’uno.

Io il coraggio della Bachmann non c’è l’ho, non sulla carta. Quando scrivo ho un mare di pudori e reticenze (no, non ho ricevuto nessuna educazione religiosa); lo sbrodolamento viscerale, la deriva sentimentale, il kitsch dietro l’angolo, mi tengono sempre sulle spine. Ho affrontato i maggiori disastri e orrori della Storia recente prima di cimentarmi con una storia in cui l’amore c’entra. Fare la guerra mi è risultato più facile che fare l’amore (per mettere giù un paio di righe con due che fanno sesso c’ho perso una giornata!) però l’amore e il sesso sono spesso il punto debole dei libri, per ragioni direi opposte e correlate. C’è un campo semantico sputtanato e l’altro strappato al tabù, con quel suo lessico che non è solo da maschi maschilisti ma soprattutto di stupida bruttezze e grettezza.

Poi amo da sempre le narrazioni apparentate all’epica (un primissimo, piccolissimo tentativo di scrittura, quasi ancora da bambina, era un fantasy), quelle narrazioni che al solito si definiscono maschili anche se penso di avere un modo femminile di trattarle. Gli eroi mi piacciono quando non sono né solitari né tutti belli in riga, quando vivono delle loro contraddizioni, nelle relazioni strette e necessarie, quando, sotto sotto, sono più comuni che eroici. Questo vale sia per i personaggi femminili che quelli maschili, visto che mi viene da inseguire e inventare tutti e due: se riconosco un limite finora insuperabile è la capacità (o la voglia) di calarmi in un personaggio negativo.

Il personaggio che fa attrito con l’immaginazione è un’altra cosa: la molla stessa che porta alla scrittura come esplorazione di ciò di cui soltanto un primo strato appare noto sin dall’inizio. E se finora non ho quasi mai inventato nulla di punto in bianco ma sono sempre partita da materiale autobiografico o documentale (storico, giornalistico), seguendo quelle tracce il più stretto possibile, è stato in molta parte per il piacere di entrare in una dialettica tra quel che è un dato preciso di conoscenza e ciò che da lì in avanti bisogna inventarsi. Se vogliamo chiamarlo un metodo, somiglia un po’ al gioco “Unisci i puntini” de La settimana enigmistica.

In più, sono una persona disorganizzata che non è capace di costruire una trama vera e propria (né, d’accordo, mi interessa); perciò andare verso l’ignoto con alcune intuizioni di una struttura complessiva, tenendomi ancorata agli agganci delle mie ricerche, m’aiuta a procedere strada facendo. Forse applico ancora i criteri compositivi della poesia ai romanzi, un’idea di equilibrio tra le parti quasi d’una struttura musicale.

Per me scrivere (e leggere) è innanzitutto “una cosa tutta per sé”, per parafrasare Virginia Woolf. Possono esserci momenti complicati però la sostanza dell’impresa forse non può andare troppo storta visto che il punto d’arrivo vale tanto quanto il percorso nel tempo per arrivarci. Fin qui è stato così, ma incrociare le dita non fa male…

in DWF, Fino all’ultima riga 2, 2016