Fare come al Paroliere. Un incontro con Fabrizia Di Stefano

Viola Lo Moro

 

Con Fabrizia ci incontriamo a Monteverde, andiamo a pranzo insieme in un’Osteria romana deliziosa.

 

Abbiamo pensato ad un’intervista con lei in questo numero per il suo libro di teoria queer e per la costante relazione che DWF ha mantenuto con lei in varie occasioni di incontri politici. Le ho scritto una mail con alcuni spunti di riflessione, come delle suggestioni generali sulle quali avrei voluto dialogare con lei. Le chiedevo se parlare di salute queer, di esperienze di cura autorganizzate, ci potesse dare uno spunto anche teorico per riflettere sui corpi queer e se, a partire dai corpi, potesse avere senso ritrovare un corpo queer politico collettivo.

 

Dalla prima volta che ci siamo incontrate, ormai almeno tre anni fa, ho sentito una grande sintonia con Fabrizia. Mi perdo sempre durante i suoi discorsi, ma il senso complessivo di ogni chiacchierata mi arriva alla fine in modo definito e chiaro. Parlare con Fabrizia mi fa entrare in una strada di campagna in cui solo i contorni degli alberi, dei pochi animali, degli odori dell’erba tagliata, restituiscono l’esperienza di essere proprio lì, su quella strada, in quel posto. E non da qualche parte perduta. Sapevo che sarebbe stato così anche questa volta, e le nostre parole insieme, le sue in particolare, sono una pratica queer: una vertigine di suggestioni (non a vanvera), anche molto complesse («mia cara» – penso spesso – «se solo avessi letto tutto quello che hai letto tu…»), alla fine delle quali c’è una possibilità di senso. La pratica di parola e di analisi queer di una questione ci mette a rischio: c’è una possibilità non indifferente di arrivare al nulla, di aver camminato per ore senza arrivare al torrente, o al rifugio, ma è un rischio divertente. Con Fabrizia mi diverto sempre – è la sua ironia sicuramente a fare questo effetto – anche quando affrontiamo i nostri drammi d’umanità.

Date queste premesse non era possibile che tra me e lei ne uscisse un’intervista convenzionale. Quello che riporto è una sintesi di un dialogo politico. Inserirò in corsivo le parole di Fabrizia che daranno corpo alla mia sintesi, che rimane ovviamente parziale.

 

Fabrizia comincia subito a parlare a partire dal suo libro.

Quando ho cominciato a scrivere il libro, pensavo di intervenire nel dibattito queer, focalizzando questo tema del corpo e sottoponendolo alla discussione del pensiero filosofico e psicoanalitico europeo… poi siccome la scrittura va oltre le intenzioni che tu hai, anzi che poco te se fila… la cosa che mi ha sorpresa di più è stata la scarna, scarsa, o nulla adesione del milieux intellettuale queer, anche solo per una semplice interlocuzione, e il fatto invece che abbia visto moltiplicare interesse da settori che non immaginavo proprio, come il teatro.

Giovanna Giuliani ha tratto uno spettacolo teatrale dal libro di Fabrizia, Don Giovanna. Il corpo senza qualità, che ha girato in tour in molti festival teatrali italiani. Io stessa l’ho visto rappresentato alla Casa Internazionale delle Donne di Roma due estati fa, trovandolo non solo molto bello, ma anche spiazzante, perché riusciva a mettere in scena l’essenza del libro senza mai sovrapporsi al suo registro stilistico, rendendo così il testo teorico-filosofico un divertente canovaccio per uno spettacolo teatrale. Ora mi racconta anche che una sua amica che lavora nel teatro da molto tempo sta costruendo uno spettacolo sempre a partire dal libro, completamente diverso da quello di Giuliani. Mi sembra molto bello che un saggio così complesso e teorico possa essere stato uno spunto per la costruzione di due rappresentazioni teatrali, un notevole spostamento. Tuttavia mi domando, e le domando, come mai secondo lei il Corpo senza qualità non è diventato un punto di riferimento né degli studi queer, né dei movimenti. C’è una parte di me che sa come molti testi teorici, soprattutto quelli complessi – e onestamente anche difficili, come il suo – che tengono insieme molti piani, vengano riscoperti molti anni dopo dalla loro pubblicazione: arriva poi il momento della rilettura, del “lo dicevamo già da tanti anni”, e il “come era all’avanguardia quel libro”. Ma esiste anche una verità più profonda legata al fenomeno di fortuna nella trasmissione dei testi, e la strada me la indica Fabrizia stessa.

A un convegno del movimento transessuale, al quale tra l’altro ero invitata come relatrice, il mio libro non è stato affatto citato tra le fonti del movimento transessuale, nonostante nel libro di transessualità si parli molto… Però poi ho capito: come in molti movimenti, direi giustamente, anche in quello queer, le fonti più usate sono atti di convegni, seminari, più che i libri. Si tiene molto conto della discussione nel momento. 

Della materia, prima che diventi forma. 

Mi dispiace che del mio libro, per esempio, non è stata ripresa nel dibattito quella parte in cui parlo di autoginefilia, cioè di un modo di vivere la trasformazione del corpo in modo un po’ solipsistico, che porta alla frigidità, alle difficoltà di relazione, al fatto che sei solo tu e lo specchio, che è esattamente la versione del corpo nuovo che proprio vorrei evitare.

Quest’ultima frase mi colpisce molto, e le chiedo quindi di approfondire: condivido, infatti, il timore, se si rimane solo sul proprio desiderio, di onnipotenza della mente nella possibilità di modificare il proprio corpo.

È un’assunzione dell’altro dentro di sé, è un modo di considerare il rapporto con l’altro che non mi piace. Il rapporto con l’altro non lo devi risolvere per via breve con dei trucchi epistemici o filosofici. L’altro è sempre l’altro, sostanzialmente inassimilabile, con cui tu hai a che fare proprio in quanto inassimilabile, sennò è un trucco filosofico bello e buono. Da questo punto di vista bisogna uscire dalla filosofia. Sennò, se è così, mi conviene rimanere hegeliana!

Le controbatto però che un certo modo di esaltare questo trionfo dell’individuale appartiene, nel mio sentire, ad uno degli aspetti anche molto affascinanti della teoria queer. Quella parte eternamente adolescente che non vuole fare compromessi, che scansa sempre il rischio della normalizzazione.

È una cosa, infatti, che comprendo. Il problema è che ne è stata fatta una “sostanza”, non una “necessità” – per usare termini della filosofia tomistica –, che sia diventato un elemento esaustivo. È come quando dici “Il corpo è mio e me lo gestisco io”, che è una mossa inaugurale essenziale, ma se poi tutta la vita passi a ripetere ‘sto mantra, vuol dire che il rapporto con l’altro non scatta mai. Sei completamente chiusa in te stessa.

Aggiungo, quasi come un sospiro, sei anche molto sola!

Tra corpo e prospettiva di liberazione c’è una strada di “mediazione” che è quella adottata dalle femministe più concentrate sui diritti. Io mi sono sempre rifiutata di fare questo esercizio un po’ sciocco di sputare sui diritti, perché il problema è la rivoluzione culturale, così nel frattempo ce li hanno levati tutti… però la politica dei diritti è limitativa, perché è tutta prigioniera dell’immaginario. Sarebbe necessario trovare un’articolazione che non sia una semplice mediazione tra corpo e liberazione… il problema è che ti restituisco questo a livello di enunciazione, neanche ad un’abbozzata soluzione.

Non lo so neanche io.

 

Parliamo ora di salute. Subito ride quando le svelo il titolo di questo numero di DWF (Tutta Salute!, appunto). Come si può, mi chiedo e le chiedo, mettere insieme quell’eterno ragazzino o ragazzina che è una parte del queer, che sta tutta sul presente, sul qui e ora, che è disposta anche a teorizzare il No Future, con la costruzione di forme di assistenza medica?

Vuol dire che da quando il queer è nato, le persone che lo hanno fatto, ora si sono fatte grandi. E alla fine la biologia, anche se un po’ relativizzata, rientra sempre in campo. Se ti senti male, per esempio, non pensi più. Un mal di denti, un mal di testa, ti impedisce di pensare. 

Il corpo quando urla fa deperire il pensiero.

Per lo stesso identico motivo la famiglia è un’istituzione duratura nel tempo: perché malgrado l’evidenza per cui non si fa altro che morire da soli, a nessuno piace morire solo, per questo si vuole la famiglia. 

Morire, o essere malati, aggiungo.

Che il movimento queer stia sulla traccia della cura non mi rende contenta. Poi me ne do delle spiegazioni, ma fino a che c’ho un po’ di fiato vorrei avere la capacità di rilanciare. Cioè, se dobbiamo essere un sanatorio dove si pensa oltre che farsi le iniezioni, non è che mi renda felice! Preferirei altro.

Mi viene in mente che forse le condizioni materiali delle vite delle persone ritornano ad essere urgenti, così come lo erano agli albori del movimento queer. Forse, penso, nel qui e ora, è urgente costruire delle istituzioni alternative di welfare fondate su principi diversi dalla classica assistenza. Fondate piuttosto su sistemi di mutualismo, di supporto reciproco, di gratuità e che non richiedano di essere dei soggetti che rientrano dentro le tabelle di classificazione medica.  Le dico questo – e ne sottolineo il potenziale – ma al tempo stesso le confesso i miei dubbi: in questo sistema democratico io vorrei ancora che ci fossero delle istituzioni di welfare. Non voglio che il problema della salute e della cura stia sulle spalle dei singoli e delle loro comunità di riferimento. Vorrei non dover sostituire lo Stato dove lo Stato latita. Al tempo stesso, proprio a partire dalle urgenze delle persone, capisco benissimo che questi atti di costruzione diventano forme di resistenza fondamentali.

Come ho scritto nel libro Queer in Italia, un aspetto che ritengo ancora fondamentale del queer è che si può rifiutare di scegliere tra libertà e democrazia – e quindi tra morte e sopravvivenza. Perché è vero che la libertà pone in campo la morte. Quando c’è una pratica di libertà affermativa molto forte è chiaro che la sfida riguarda la vita stessa. Mentre la democrazia è …la libertà per tutti in una rete di relazioni che assicura più o meno la sopravvivenza. Cosa vuol dire allora rifiutarsi di scegliere tra i due piani? Tutto ciò può portare a un bel niente oppure può portare alla creazione di alcuni spazi. Tutte le volte in cui i movimenti si rimettono in una posizione di scegliere è sempre perdente… io mi rifiuto di dire a due gay o lesbiche che si vogliono sposare che non lo devono fare, perché devono essere un soggetto rivoluzionario. Non mi passa nemmeno per la testa. Tante amiche transessuali, lesbiche, si oppongono al matrimonio. D’altronde lo fa anche Giovanardi… è una situazione un po’ anomala! Bisognerà trovare un modo per uscirne.

 

Bisognerà fare come al paroliere, le dico ridendo. Penso a quando si scuote la scatola con le lettere e si deve ricominciare a trovare delle parole sensate seguendo dei piccoli sentieri che appena li percorri ti svaniscono sotto i piedi.

 

Non mi posso trovare stretta. Per questo il nodo tra libertà e democrazia è un nodo fondamentale ancora oggi. Se nella pratica delle relazioni riusciamo a tirare fuori qualcosa che non sta o nella libertà o nella democrazia, allora lì, sì. Certo penso ancora che delle istituzioni se ne debba occupare lo Stato. Se poi noi siamo in grado di creare delle istituzioni che non hanno quella pretesa di eternità….

 

Ci perdiamo poi in altri discorsi, dall’Isis a Marx, da Charlie Hebdò alle istituzioni familiari. Poi le chiedo, un po’ all’improvviso: «Com’è un corpo queer che invecchia?»

Non esiste un corpo queer che invecchia. Ogni corpo è diverso. Può esistere un modo queer di invecchiare.

«Qual è allora un modo queer di fronteggiare un corpo che invecchia?»

Ti posso dire il mio che è all’insegna di una certa rassegnazione, inerzia, e mi aggancio al fatto che con la testa posso sempre rilanciare qualche cosa. Posso non esistere solo nel subire, ma essere nel pensare. Se fossi stata un’artista ti avrei risposto in altro modo, perché avrei avuto la creatività, che è proprio un’altra cosa rispetto al pensiero.

 

Finiamo di mangiare con due dolci, spettegoliamo un po’, ci salutiamo con un abbraccio. Spero che in questo caso la scrittura un po’ mi si sia filata!