EDITORIALE. Fuori Luogo. DWF e Lucha y Siesta tra i molteplici possibili della fantascienza femminista

Di Mara Bevilacqua e Federica Castelli

 

Introduzione 1. Il racconto di Mara

Nella tarda primavera del 2018, in una riunione di programmazione del gruppo Biblys della Casa delle Donne Lucha y Siesta, che organizza la biblioteca e parte del calendario culturale, all’ombra precaria degli alberi del nostro giardino, prendiamo nota di un volume che appare oltremodo promettente, a partire dal titolo che invoglia come le sirene di Ulisse: Le Visionarie, una corposa raccolta di fantascienza femminista curata dai coniugi VanderMeer. Nell’aria aleggiano i commenti successivi alla visione della serie The Handmaid’s Tale e qualcosa scatta: queste scintille divampano nell’eccitata decisione di organizzare una rassegna dedicata a fantascienza e femminismo. Per noi – amanti o meno del genere – è subito chiaro come la fantascienza (o il fantasy) possano essere canali per parlare dei temi che sentiamo urgenti, mentre intorno a noi continua (e anzi prende abbrivio) il processo di sgretolazione sociale che ci consegna a un governo sempre più di destra. Anche per quelle di noi che solitamente leggono altro, non è difficile fare nomi di scrittrici femministe di fantascienza; poi, una rapidissima ricerca ci fa capire che la fantascienza declinata in accezione femminista trabocca di altri temi paralleli e soprattutto punti di vista altri, non normati, queer, non patriarcali, non bianchi, non occidentali; e ci sembra pure un modo fantastico per avvicinarci a ragazze e ragazzi più giovani. L’idea ci elettrizza.

Un’altra decisione naturale è la scelta di chiedere a DWF di creare la rassegna con noi.

Affatto nuove a queste collaborazioni, le nostre due realtà avevano in un certo senso già lavorato in sinergia su varie iniziative attraverso Federica Castelli: dal blog Al di là degli stereotipi, nato dal progetto omonimo che Lucha porta avanti da due anni nei licei per abbattere gli stereotipi di genere attraverso una serie di incontri con fumettiste e disegnatori; al percorso per e in Non Una di Meno e le piazze animate insieme; alla giornata di studi sugli spazi delle donne “La libertà è una passeggiata”, a maggio del 2018; al dialogo intrecciato nelle aule di Roma Tre nell’ambito del Master in Studi e politiche di genere; vari articoli che Lucha negli anni ha scritto per DWF stesso.

La rassegna – il cui toto-nomi vedrà vincere Fuori luogo – ha funzionato come il processo di creazione delle reti neurali, quindi su interconnessioni di informazioni scaturite esattamente dalla collaborazione tra LyS e DWF. Crogiuolo di conoscenze e competenze femministe sfaccettate, DWF ha fatto da ponte tra i desideri di Lucha e la realtà (i corpi) delle studiose più adatte da cooptare. Federica e il resto della redazione hanno risposto coi nomi, i contatti, le relazioni, all’esigenza di portare nella nostra Casa altre sorelle e compagne d’elezione che non solo avrebbero incantato chi fosse venuto agli incontri, ma sarebbero entrate anche in sintonia col luogo unico che Lucha è. La maggior parte, a onor del vero, sapeva già benissimo chi fossimo. Undici anni di attivismo politico femminista, undici anni di contrasto alla violenza di genere e di promozione di pratiche inclusive hanno significato anche creare una rete intorno al nostro palazzetto primo Novecento in cui coagulare pensieri e percorsi affini.

E nella costruzione cooperativa di un progetto in cui tutte ci siamo riconosciute e di cui abbiamo sentito forte il desiderio necessario – e la gioia non banale di creare una cosa bella – sono pure nate amicizie, proposte di lavoro, momenti di festa, una comunità.

Per Fuori luogo abbiamo creato una grafica ad hoc e messo su due edizioni a strettissimo giro, tanto è stato il successo dell’idea, un po’ inaspettato a dire il vero. La prima edizione di tre incontri (tra ottobre e dicembre 2018) ci ha trovate a parlare delle Visionarie, ovviamente, con  Veronica Raimo, una delle curatrici; di Margaret Atwood con Gaja Cenciarelli; Ragazze elettriche di Naomi Alderman con Lorenzo Gasparrini e Sara Pollice. Mettere insieme la seconda edizione è stato facilissimo – come probabilmente sarà organizzare le future – ché i fili tematici sembrano saltarci addosso, così tra aprile e maggio 2019 abbiamo invece discusso di fantascienza italiana contemporanea col romanzo Quando nascesti tu, stella lucente di Nadia Tarantini accompagnata da Lorella Reale; Ursula K. Le Guin con Alessandra Chiricosta e Gaia Leiss; Donna Haraway e il cyborg/post-umano con Angela Balzano e infine della madre delle creature mostruose, Mary Shelley, con Anna Maria Crispino.

E la generosità di queste scrittrici, studiose e militanti risuona nelle pagine che seguono, echi delle lunghe, serene ore trascorse a discutere di femminismo e fantascienza.

Introduzione 2. Il racconto di Federica

Noi di DWF ci eravamo già interrogate sui nuovi immaginari femminili nella recente ondata di eroine all’interno della cultura mainstream con il numero del 2016, Dalla parte delle eroine. Istruzioni per l’uso. Nel numero ci eravamo soffermate a valutare, e rilanciare, le nuove figure eroiche femminili in un’ottica femminista che tenesse conto delle poste in gioco politiche senza cedere a facili trionfalismi.

Ma la domanda sulla fantascienza riemerge come un’urgenza per noi, di tanto in tanto. Una di quelle urgenze che non ti aspetti, perché solleva nodi politici da un posizionamento inusuale, a cui si è poco abituate e che per alcune appare inessenziale, non centrale. La redazione aveva dedicato un numero al tema, Aliene Quotidiane (1991, n. 13/14), dove, tra i tanti contributi preziosi, brillavano le riflessioni di Simonetta Spinelli, della quale molto sentiamo la mancanza, che hanno acceso in me una scintilla, un’intuizione politica, laddove anche per me, inizialmente, la fantascienza era vista come una passione salvifica e vivificante, ma di cui, ahimè, mi sfuggiva ancora l’evidente valore politico:

«Le scrittrici di fantascienza che hanno attraversato, personalmente o storicamente il femminismo […] mi sembrano assumere la funzione essenziale di ‘cantastorie’. Circolando in un pubblico di massa, sono portatrici di un racconto che è singolare e collettivo, e che ha la possibilità – proprio perché della narrazione popolare ha la suggestione, il ritmo, l’apertura tematica, l’aggancio con il quotidiano – di trasmettere assonanze, visioni, linguaggio, di delineare ipotesi che non appartengono, almeno esplicitamente, alla speculazione filosofica o all’azione politica. Cantastorie in un mondo dove la tradizione orale si è perduta, utilizzano l’ironia, raccontano il ‘mondo possibile’ riscoprendo e descrivendo i mondi possibili dell’immaginario delle donne» (p. 63).

Ovviamente, l’invito da parte delle donne di Lucha era un’occasione chiara, e molto piacevole, per mettere a tema tale nodo politico e fare della fantascienza un momento di connessione e condivisione tra pratiche e spazi politici diversi. Come ha anticipato Mara, l’incontro tra me e Lucha era già avvenuto in moltissime occasioni, così come il dialogo con la redazione. Ultimo fra tanti, penso al numero sugli spazi femministi (L’indirizzo ce l’ho. La Casa internazionale delle Donne di Roma, 115-116, 2017). Questi intrecci pregressi hanno favorito fin da subito la riflessione condivisa e acceso milioni e milioni di intuizioni nelle nostre teste.

Ci siamo incontrate all’intreccio tra passione politica, desiderio e amore per la scrittura/lettura. Fin dal primo incontro la nostra domanda è stata precisa: perché lo facciamo? Che senso ha oggi una rassegna sulla fantascienza femminista? Stiamo cavalcando l’onda del dilagare di figure eroiche e fantascientifiche femminili negli immaginari pop? La risposta è stata netta: no.

Non era questo il punto. Non ci bastava nemmeno quell’immenso piacere che ci dava il progettare insieme, e il progettare qualcosa che si intrecciava con le nostre passioni letterarie individuali. Certo, il piacere era una componente importante. Ma la posta in gioco per noi era sintetizzata in questa domanda: che scommessa politica c’è dietro alle visioni – utopiche e distopiche – dell’altrove che la fantascienza femminista apre nelle nostre vite?

Su questo eravamo sicure, fin da subito: la fantascienza femminista ha una sua politicità, racconta e contemporaneamente inaugura lotte, pratiche, alleanze politiche tra donne (come raccontano le bellissime illustrazioni di Clara Mogno, Frad e Rita Petruccioli contenute in questo numero di DWF). Inoltre, cosa non da poco, proiettando lo sguardo verso il futuro, opera una doppia azione di politicizzazione del presente: da una parte, permette di riguadagnare la prospettiva di un mondo diverso, che le condizioni economiche e sociali attuali sembrano negare (si pensi al soffocante «There is no alternative» di Margaret Thatcher), orientandoci verso una molteplicità infinita di presenti alternativi; dall’altra, ci costringe a mettere a fuoco, alla luce dei presenti alternativi fondati da uno sguardo visionario e carico di desiderio, cosa impedisce oggi alle nostre vite di essere piene, autodeterminate. Anziché fuggire dal presente, la lettrice di fantascienza fa i conti continuamente, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, con le condizioni attuali (e immediatamente future) delle nostre vite.

Una riflessione condivisa su fantascienza e femminismo

Pensare il presente altrimenti: non un superamento del reale ma una messa a tema delle contraddizioni dell’esistente. Questo è particolarmente evidente negli immaginari distopici, che spesso si muovono in un futuro che non è nemmeno ipotetico, ma rimane ancorato alla realtà – politica, sociale, economica, ecologica – del nostro contemporaneo. Altre volte, per citare Margaret Atwood, la fantascienza ci porta a ragionare su cosa può accadere se situazioni già «avvenute almeno una volta nella storia», o attualmente in corso, venissero portate alle loro estreme conseguenze.

La fantascienza si pone dunque come una pratica – contemporaneamente individuale e collettiva – di analisi e immaginazione, di sperimentazione e responsabilità verso le vite che viviamo e vivremo; apre alla possibilità per ridisegnare le mappe del mondo, per costruire nuovi collettivi e alleanze tra donne, specie, macchine, tra ciò che è stato chiamato umano dalla tradizione occidentale e il cosiddetto “non umano” (come racconta Antonia Caruso a proposito di Octavia Butler all’interno di questo numero di DWF). Nuovi immaginari, nuove pratiche, nuove forme di sorellanza e alleanza, nascono in un gesto – mai solitario – che non è una fuga dal presente ma anzi, apertura di uno spazio di interrogazione continuo.

Il possibile torna a essere possibile.

La fantascienza ci porta a immaginare, creare, spazi nuovi e condivisi di relazioni, pratiche, cambiamento. Lo fa funzionando come una bussola: anche se non raggiungeremo mai i punti cardinali, l’ago magnetico ci indica in che direzione continuare a viaggiare.

In fondo, come Donna Haraway ha sostenuto in Manifesto Cyborg, «il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica» (p. 40).

Anche la scelta delle autrici da affrontare all’interno della rassegna si muoveva secondo questo registro intrecciato: da una parte la voglia di ri-leggere assieme e discutere le pagine che ci hanno appassionato; dall’altra, la necessità di evidenziare i nodi e le urgenze politiche del nostro presente. Tra passione e politica, ci siamo mosse così – un po’ a tentoni all’inizio, poi sempre più sicure – nell’individuare le autrici e i mondi che ci parlavano. Con ognuna di loro abbiamo imparato a guardare il mondo con occhi nuovi, abbiamo dialogato (in presenza o tramite i testi, come fanno d’altronde in Poliedra Giada Bonu con Pedra Tzilla e Federica Castelli con il gruppo Donne, dadi & dati), a volte abbiamo anche discusso. Ognuna di loro ha aggiunto un pezzetto di vetro colorato al caleidoscopio visionario che andavamo costruendo.

Donna Haraway ci ha dato le parole per descrivere quello che stavamo facendo. Abbiamo trovato chiaro e tondo quel che per noi era un sentire ancora senza una voce : la fantascienza femminista come risorsa politica per pensare la realtà al di là delle polarizzazioni tradizionali del pensiero occidentale – siano esse di genere, sessuali, tra umano e animale, umano e macchina – e al di là delle cristallizzazioni identitarie, anche nella politica femminista. Il cyborg di cui lei ci parla nel suo manifesto (1985/1991) sovverte le dicotomie di genere, sesso, razza, mette in questione la stessa definizione di “Uomo” così come l’“Occidente” l’ha concepita: sempre in opposizione al suo “altro” – la donna, l’animale, la macchina; mostra l’artificialità e l’inefficacia dei dualismi del pensiero e delle loro ricadute sociali – che creano gerarchie, oppressioni e violenza. La sua teoria, rivela un potenziale politico e trasformativo altissimo, che fa grande uso dell’ironia (il cyborg è ironico). Haraway, inoltre, ci insegna che la tecnologia non è neutra, e la scienza ancor meno, ma sono anzi prese tra le linee di potere che attraversano la società e i soggetti, potere che incarnano, riproducono e a loro volta ridefiniscono. Le immagini dei cyborg possono indicarci una via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti. I cyborg possono essere metafora dei nostri vissuti (che alla luce delle nuove tecnologie, dell’aderenza fisica tra noi e i nostri dispositivi di comunicazione, degli interventi sui nostri corpi per motivi di salute, estetici, di “miglioramento” – cadono fuori dalle definizioni tradizionali di umanità); possono essere strumenti per una nuova ontologia politica e nuove pratiche di un femminismo non identitario, fatto di alleanze tra attori e attrici umani/e e non umani/e, volta a creare legami e parentele (non solo genealogiche), al di là di ogni deriva ideologica (cfr. i testi di Balzano e Pinto nel numero).

Ringraziamo Mary Shelley per questa intuizione geniale. Abbiamo dedicato l’incontro finale della nostra seconda edizione a lei, al Dottor Frankenstein e alla Creatura. Abbiamo scelto di chiudere tornando agli inizi di quel pensiero visionario e carico di interrogazione sul presente che è il racconto di fantascienza.

Shelley è stata la prima ad attraversare quel confine labile tra umano-inumano-disumano, nel 1818; a gettare uno sguardo penetrante sul suo presente, sulla deriva prometeica, disumanizzante del positivismo e della logica scientifica moderna. E lo ha fatto portandola alle estreme conseguenze e mostrando i suoi effetti contraddittori. Mostrando come sia proprio l’umano, “normodotato” e “naturale” ad essere la creatura più disumana, odiando con disprezzo ciò che è altro da sé, eppure figlio del loro tempo, dei loro gesti, senza assumersi la responsabilità delle proprie azioni/creazioni. Di fronte a loro, una creatura “mostruosa” dalle passioni ingenue eppure violentissime, il cui dolore è straziante e colpisce come una lama pagina dopo pagina. La sua rabbia cieca non è figlia della sua condizione non umana, bensì del mancato riconoscimento da parte del proprio creatore, da parte del resto dell’umanità, della disperata legittimità di quella richiesta d’amore che gli umani continuamente gli rifiutano.

Shelley inoltre, come ha ben sottolineato Anna Maria Crispino durante la serata, pone al centro un ulteriore nodo fondamentale, quello del corpo tra creazione e riproduzione. Per questo è significativo il rifiuto di Frankenstein di creare una creatura di sesso femminile per dare al “mostro” qualcuno da amare e da cui essere amato: questa seconda creatura sarebbe incontrollabile, poiché la femmina è dotata – a differenza dello scienziato creatore – della capacità di riprodursi: la specie umana tutta sarebbe minacciata dalla sua potenza generatrice (cfr. Crispino all’interno del numero).

Quello della riproduzione è sin dal Frankenstein di Mary Shelley un tema cruciale del genere fantascientifico e in particolare della narrativa a firma femminile, che spinge a interrogarsi sul senso e il modo di procreare, e che chiama inevitabilmente in causa il corpo, umano e d’altre specie, nell’intreccio di infinite relazioni: possibili, temibili, auspicabili.

Così come ne Il racconto dell’ancella  (1985) di Margaret Atwood, dove la questione del potere tra oppressione dei corpi e autodeterminazione che si dà nella relazione tra donne oppresse diviene centrale (Cfr. Cossutta, Bonu, Bevilacqua/Cenciarelli nel numero). Il Racconto ci parla di un futuro distopico ma non troppo lontano, in cui le donne sono asservite alla mera funzione riproduttiva, in un incubo biopolitico in cui i corpi femminili sono oggetto di controllo costante e pervasivo e a cui è sottratta ogni valenza personale e politica. Così anche nel libro di Nadia Tarantini, Quando nascesti tu, stella lucente, che ci ha portate a  pensare altrimenti il rapporto tra corpo, memoria, emozioni, evidenziando l’importanza delle relazioni e dei processi associativi nella costruzione di questa relazione (Cfr. Reale/Tarantini nel numero). Ambientato anch’esso in un futuro distopico, a seguito di un disastro ambientale (in cui il tema ecologico si intreccia al discorso sulla ripresa del corpo e delle emozioni), Tarantini ci mostra un parallelismo tra desertificazione del mondo e desertificazione dei soggetti, tra la perdita delle emozioni e il disastro ecologico, la cui origine comune è il corpo rimosso. Il corpo è visto infatti come elemento che media tra emozioni e ambiente: se non hai contatto con le tue emozioni non ce l’hai nemmeno con il tuo corpo e il tuo ambiente.

Con Ursula Le Guin, l’autrice che più di tutte ci ha rubato il cuore, abbiamo viaggiato, tra fantascienza e fantasy, in mondi nuovi, con uno sguardo puntato su identità e strutture sociali e di genere tra qui e l’altrove. Alla stregua di Haraway, ci ha mostrato come coniugare fantascienza, femminismo e ambientalismo, ma con Ursula – ci piace chiamarla così – siamo approdate a mondi fortemente anarchici, che portano a riflettere sulle possibili configurazioni dell’(auto)organizzazione sociale e politica e sui sistemi di valore incarnati e innescati dalle nostre utopie e distopie quotidiane (cfr. Chiricosta/Leiss in questo numero). Abbiamo insomma viaggiato in “ambigue utopie”, quelle che, anche se sembravano realizzare tutti i nostri desideri di cambiamento e libertà, poi finivano, una volta divenute cristalli, dogmi fissi  cui aderire senza se e senza ma, col diventare fonte di nuove oppressioni. Oppressioni, su noi stesse e sugli altri, create con le nostre stesse mani. La lezione è stata importante: «Ogni utopia contiene una distopia, ogni distopia contiene un’utopia», come ha scritto la stessa Ursula nel saggio No Time to Spare del 2017.

Il punto è chiaro: occorre abbandonare le utopie chiuse per evitare il rischio intrinseco che esse possano rovesciarsi in distopie.

Quel che abbiamo fin da subito individuato nella sua scrittura è il suo ricorrere spesso a società e culture aliene (umane ma non terrestri) e magiche, come lente d’ingrandimento verso le forme e le caratteristiche delle nostre società e culture, e su come queste ci rendano libere o intimamente oppresse. I protagonisti delle sue storie sono spesso uomini, ma uomini che, per educazione, cultura o relazioni, portano con sé una visione non patriarcale e non gerarchica del rapporto tra i sessi. In questa scelta specifica abbiamo intravisto una scommessa e una ricerca nella scrittura che rende Ursula senza eguali: non occorre infatti che la protagonista sia una donna per rendere una storia femminista. Una storia che parla a donne e uomini in modo non sessista è una storia che descrive mondi e modalità di relazione non patriarcali e gerarchiche, a prescindere dalla voce che narra. Su questo punto Ursula ci ha dato gli strumenti per leggere con occhi nuovi l’ondata di eroine che popolano oggi gli immaginari pop globali, in un fiorire di reboot al femminile (si pensi al malaugurato Ghostbusters del 2016), ai film incentrati su eroine (Wonder Woman, molte delle eroine dei film Marvel, come d’altronde sottolinea Francesca Lopez in questo numero) o, per citare la categoria che l’algoritmo di Netflix ci propone più spesso, ai “film con una protagonista femminile forte” (!) che poi riproducono implicitamente modelli già visti e conosciuti, o eccezioni inarrivabili che non fanno che ratificare cosa sia il “femminile normale”.

Con Ursula il punto è chiaro: il patriarcato è un modo di organizzare ed esercitare il potere. È affare di gerarchie, ruoli, dicotomie oppositive senza alcun contatto con la realtà. Per questo, spesso nei suoi testi si sofferma a indagare il potere, il modo in cui si esercita e le modalità e pratiche alternative al potere fallologocentrico e patriarcale. Nelle sue storie, come ad esempio nella saga fantasy di Terramare (1968-2001), avanza una critica al nesso sapere-potere e a come questo produca esclusione (in particolare delle donne), oppressione (delle forme viventi naturali non umane), riduzione del sapere a tecnica di esercizio di potere e controllo sulle forme viventi, coincidenza tra autorevolezza e status sociale, e la paura di ogni pratica e ogni sapere non gerarchico, basato sulle relazioni, in contatto con la natura e le forze della vita (derubricato a sapere femminile o barbaro, rozzi e incontrollabili)

Ragazze elettriche di Naomi Alderman è stato l’unico libro su cui la discussione durante la serata ha preso (anche) le vie del disaccordo. Fuori luogo, pur partendo dalla volontà di parlare delle scrittrici caposaldo della fantascienza femminista, ha cercato in entrambe le edizioni di portare anche la contemporaneità nella rassegna. E, quando l’abbiamo messo in calendario, Ragazze elettriche aveva già fatto molto parlare di sé in quanto distopia femminista sul potere con vendite importanti anche in Italia (e una serie tv in produzione). Il titolo originale è ancora più chiaro nell’indicare il tema di fondo: The Power, nella doppia accezione del potere, appunto, e dell’energia elettrica che diventa l’arma con cui le donne prendono questo potere. È innegabile che la riflessione sottesa al romanzo di Alderman tocchi corde a noi care, ma se da una parte è facile concordare sul fatto che sia un certo tipo di esercizio del potere in sé la questione fondamentale che lo innerva e su cui vuole portare la nostra attenzione, allora il sesso di chi lo esercita – come lei stessa ci mostra nel libro – è assolutamente secondario e ininfluente, visto che si ripetono le stesse pratiche patriarcali, violente e autoritarie proprie del mondo maschile e maschilista in cui viviamo (e creiamo/leggiamo storie) da qualche millennio; dall’altra, allora, che le protagoniste siano donne non ha alcun valore o peso reale nella storia né la rende automaticamente una storia femminista. Durante l’incontro, le sostenitrici del romanzo hanno apprezzato la riflessione che porta sotto la lente il problema del potere tout court – è chiaro che laddove una parte della popolazione controlla, bracca, abusa e limita la libertà di altri, il resto passa a dettaglio; eppure, concentrandosi unicamente su un ribaltamento solo di genere e tutto sommato pedissequo delle pratiche di potere patriarcali che conosciamo, Ragazze elettriche non lascia spazio alcuno per immaginare – fosse anche solo in parte, a mo’ di esperimento – un esercizio del potere veramente femminista (cfr. Pollice nel numero). E così facendo, non fa solo uno sgarbo alla fantascienza e all’immaginazione, ma anche alla Storia.

Sisters of the Revolution è il titolo originale della raccolta Le Visionarie curata dai coniugi Vandermeer, con cui abbiamo aperto la nostra rassegna. Ci sentiamo così: proiettate al futuro, con uno sguardo verso moltissimi altrove, lottiamo in un presente contraddittorio senza schemi fissi, senza dogmi, intrecciando desideri, osando visioni, intrecciando relazioni tra soggetti non previsti. Mai sole, sempre in alleanza. Sorelle.

 

Torna a DWF Sister of the revolution