Editoriale di DWF (123) #FEMMINISTE. CORPI NELLA RETE

Ad ogni risveglio, allunghiamo la mano e con gli occhi ancora socchiusi controlliamo chat, social network, prime pagine dei giornali on line. Per raggiungere un posto seguiamo Google Maps e condividiamo geo localizzazioni con le persone per avvertirle che stiamo arrivando. Durante la giornata, navighiamo nel web per informarci sugli eventi cui vogliamo partecipare, o per comunicare che ci saremo, o almeno che ci interessano. Abitiamo luoghi virtuali attraverso strumenti che ci permettono di entrare e uscire. Smartphone, tablet, smartwatch, computer: appendici che, più o meno consapevolmente, trasformano le possibilità dei nostri corpi. Più che del diventare cyborg – come evocato da Haraway – questo processo ha del “essere connesse”. Continuamente, costantemente, in ogni dove. Una mutazione antropologica, dunque?

Arrivate a questo punto ci è sembrato che per DWF fosse il momento di (ri) aprire una riflessione, situata e femminista, sul ruolo che la comunicazione e la connessione hanno nella nostra esperienza individuale, e soprattutto collettiva. Se la ritualità accennata in apertura riguarda la dimensione individuale, esiste una ritualità collettiva che interessa i movimenti femministi? Negli anni Settanta la notizia di un corteo, di una iniziativa, di un incontro, viaggiava sul “tam tam”. Bastava un gettone telefonico: una compagna avvertiva un’altra, e quest’ultima un’altra ancora, così a catena le donne si ritrovavano in piazza in migliaia. Oggi viene da chiedersi se la relazione in presenza, che è stata il presupposto del femminismo, ha ancora un ruolo cosi fondante visto che ‘ritrovarsi’ può voler dire riunirsi o rivedersi, ma anche connettersi a una piattaforma digitale o tramite un canale di messaggistica istantanea come Whatsapp. Una nuova Rete si è distesa: una rete virtuale, pervasiva, e che interessa anche la politica (non solo quella femminista). Possiamo affermare senza troppe remore che negli ultimi tre anni la Rete ha legato a livello transnazionale l’emersione di rinnovati movimenti femministi – dall’Argentina alla Polonia, dal Brasile all’Italia, dal Cile alla Turchia, dalla Spagna agli Stati Uniti e così via. Possibilità di connessione e comunicazione inedite, che rendono immediata la trasmissione di messaggi, meme, gif animate, documenti, comunicati, video, azioni, mail, foto. Il video El violador eres tu del collettivo cileno Lastesis, una performance di donne bendate che cantano e danzano una canzone ritmata contro la violenza degli uomini sulle donne, è nella sua viralità emblematico.

In poche ore è stato diffuso sul web, nell’arco di una settimana in centinaia di città del mondo la performance è stata riproposta da collettivi femministi locali e nuovamente diffusa sul web. Il ‘contagio’, o la ‘storm’, la tempesta, sono dinamiche comunicative che all’incrocio tra tecnologia e politica rendono alcuni contenuti più o meno (in)visibili.

Alcune battaglie digitali sono state opportunamente associate al femminismo, che si dice le abbia in qualche modo ispirate; un’estensione delle lotte reali ai luoghi virtuali, come le battaglie contro la violenza online e offline, lo svelamento dei meccanismi di potere che sottendono al web, il diritto ad ‘essere dimenticate’ (proprio nel luogo in cui nulla una volta entrato può essere cancellato). Eppure a volte si è sentita la necessità di difenderci da tutto questo, come nel caso del Lessico minimo di autodifesa digitale, un piccolo dizionario nel quale il collettivo Ippolita riprende e spiega termini del web 2 e 3.0.

Ogni Social network o App ha un pubblico specifico e veicola contenuti con format precisi. Se Fotolog e MySpace ormai non esistono più, anche Facebook, tra i più celebri e diffusi Social network, è progressivamente considerato dai/dalle più giovani obsoleto, in favore di Instagram (vero e proprio diario fotografico che ha avuto nuova vita) o Tik Tok (che consente il rapido montaggio di brevi video). I canali Social investono sempre più sulla rapidità del messaggio che pare essere sinonimo di efficacia, in una parabola che dalla centralità della parola (Facebook, ma ancora di più Twitter), passa all’immagine istantanea o animata (Instagram, Tic Tok): in questo senso il visuale e le sue rappresentazioni sono parte significativa dell’imperativo comunicativo contemporaneo. E i movimenti o i gruppi femministi, ormai ampiamente presenti su queste piattaforme, in cosa investono e con quali attese? E soprattutto questo essere nella Rete può essere considerata una pratica politica o è piuttosto una risposta a una necessità, quella di non scomparire? Aprire una pagina su uno o molti Social, creare un evento per coinvolgere un maggior numero di persone, postare i tweet, organizzare le dirette streaming, creare gli album su FB e Flickr hanno cambiato la politica delle donne? E se sì in che modo? È su queste domande e altre riflessioni che abbiamo costruito questo numero della rivista.

A inizio ottobre dello scorso anno insieme ad attiviste che su questi temi hanno ragionato prima di noi, ci siamo dedicate un’intera giornata alla Casa internazionale delle donne. Guardarci, ragionare in presenza, toccarci: ai luoghi virtuali che in alcuni casi ci hanno addirittura fatte ‘incontrare’, è stato necessario affiancare un luogo reale, dove rimettere insieme alle parole i corpi. Ci interessava soprattutto comprendere in che modo l’utilizzo dei Social e dei mezzi comunicativi contemporanei sia in grado di preservare (o meno), due elementi centrali delle pratiche femministe, uno relativo alla relazione e l’altro alla centralità del corpo. Se è vero che il cuore della politica femminista è la relazione in presenza, in che modo, ci siamo chieste, ciò si traduce e moltiplica nei luoghi immateriali e senza corpo della comunicazione virtuale? Se la politica senza la Rete sembra ormai impensabile, ci sembrava però necessario interrogare come questo rapporto modifichi i linguaggi, le strategie e le pratiche, e quanto questa mutazione sia o meno un ponte tra genealogie politiche differenti. Le possibilità di raccontare e raccontarsi, come abbiamo scritto, sono infatti elementi centrali della politica femminista, e lo sono anche dei Social network.
L’auto-narrazione, come una confessione foucaultiana perenne, non conserva però di per sé alcun intento politico, non è una pratica, non è il partire da sé. Dunque dove si distinguono le femministe nell’uso della Rete e dei canali Social? Come ci stanno dentro, come li hanno sovvertiti, eventualmente disertati, sabotati, oppure come si sono sottratte? Alla nostra chiamata hanno risposto in tante. Con entusiasmo siamo entrate nelle contraddizioni di questi nodi, rivelandone complessità e dualismi. Ognuna ci ha restituito una immagine sfocata e dinamica, del proprio sguardo sul rapporto tra femminismi e luoghi digitali. Al ragionamento sulla trasformazione delle rappresentazioni delle donne e i movimenti femministi (Crispino), si è affiancata una riflessione puntuale e critica (Di Elle): i Social non sono sovrapponibili alla Rete, ma ne sono uno degli elementi, e conoscerne i meccanismi, gli interstizi, i pericoli degli uni e dell’altra è di fatto una strada per immaginare pratiche di resistenza femminista. Essere in grado di leggere le piattaforme, centrare il punto del loro potere, dell’uso delle informazioni, delle gerarchie che stabiliscono, della governance è inoltre la sfida che i movimenti transfemministi incontrano affacciandosi sulla Rete (Ferrante). Comprendere il ruolo delle foto e visualizzazioni, adattarsi a dei codici, è un’altra parte ineludibile di questa sfida; non a caso una costante è avere un logo e un’immagine coordinata provando spesso a eccedere nel (di)segno (Bonu/Cacciante). Il lavoro inesauribile sull’auto-difesa che interroga criticamente le piattaforme digitali come luoghi da abitare o da disertare (le Smagliatrici); da configurare con il nostro registro linguistico, l’immaginario, le agenzie di comunicazione digitale femministe (Coco); ancora luoghi che offrono opportunità di aggancio tra le comunità virtuali e quelle reali, come la piattaforma Obiezione Respinta (Mizzoni e Lombardo); di dare spazio alle Web radio libere e alla voce collettiva del movimento lesbico in Italia (Biagini). Le campagne internazionali – come quella emblematica del #MeToo (Corsi e Zacchia).

Certo è che la questione della nuova comunicazione contiene anche quella delle generazioni politiche – e anagrafiche. Fin dall’inizio delle nostre discussioni di redazione sono emerse sensibilità diverse, relazioni non lineari né risolte con i mezzi comunicativi contemporanei. Gli atteggiamenti condizionano l’utilizzo dei “medium”: chi è più disinvolta impara a conoscerli nel profondo e a proprio modo a sovvertirli, chi ne è più lontana tende a privilegiare il rifiuto, o meglio la sottrazione.

Se dovessimo fare una sintesi complessiva di quello che è stato scritto, potremmo dire che la Rete viene considerata prima di tutto un ‘luogo’ non sempre facile da abitare; ma anche un orpello necessario alla nostra politica in presenza, fatta di pratiche e di azioni. Utilizzare strumentalmente le piattaforme sociali per sfruttare al massimo le potenzialità della Rete, provare a rompere le “bolle”, lavorare sulle identità collettive virtuali, sono solo alcuni degli sforzi cui i femminismi sono stati chiamati. Nel continuare a inventare quel Soy feminista (Dillon) ci sembra che su questi temi dobbiamo continuare a confrontarci perché ci sono ulteriori domande ancora latitanti: cosa cambia? cosa prendo? cosa lascio?

(gb, rp)

Sitografia

https://gendersec.tacticaltech.org/wiki/index.php/A_feminist_internet_and_its_reflection_on_ privacy,_security,_policy_and_violence_against_Women consultato 03-12-19

https://archive.org/stream/tecnologiedeldom0000ippo/tecnologiedeldom0000ippo_djvu.txt consultato 05-12-19

https://www.genderit.org/articles/feminist-principles-internet consultato 10-12-19


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