DWF (83-84), Segni eccentrici, 2009, n. 3-4

cop 83-84

Nel percorso intrapreso quest’anno, che in “Invenzioni quotidiane” ha visto al centro della riflessione la materialità delle nostre vite e il difficile equilibrio con cui ne teniamo in bilico i pesi tramite uno scarto di invenzione, e in “I giorni dell’ira” ha voluto indagare il rapporto attivo tra donne e violenza – controcorrente rispetto alla manipolazione a uso securitario della donna oggetto di violenza – seguitiamo in questo numero a interrogare l’agire delle donne in una realtà soggetta a codificazioni così infeltrite da stare strette. Lasciamo che siano i loro segni eccentrici a parlare di questo, segni che scardinano il senso comune, i generi, il tempo, creano nuove pratiche, aprono possibilità di trasformazione del reale, riescono a dar vita a nuovi spazi pubblici. Una capacità trasformativa che passa attraverso le opere di Marisa Merz e Rachel Whiteread – artiste di cui ci parla Maria Vinella – e lo scardinamento dei generi e del senso comune di cui danno conto Lara Ge e Cloé Anturia con l’esperienza del corpo di traduzione. I segni eccentrici delle donne abitano anche il campo delicato e controverso della percezione altra della realtà e del proprio corpo, che il sistema sociale post basagliano tende a riportare nei rassicuranti recinti della normalità: ne raccontano Barbara Della Polla ripercorrendo una sua esperienza teatrale, e Fabrizia Di Stefano articolando il complesso itinerario della condizione transessuale. Infine la storia dell’IMOW – International Museum of Women – presenta il progetto di un museo virtuale ideato per dare voce e potere alle donne al di fuori delle barriere spazio/temporali.

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POLIEDRA

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NOTA EDITORIALE

Nel percorso intrapreso quest’anno, che in “Invenzioni quotidiane” ci ha visto mettere al centro della riflessione “la materialità delle nostre vite, il difficile equilibrio con cui teniamo in bilico tutti i pesi [...] tramite uno scarto possibile di invenzione” (Stella), e in “I giorni dell’ira. Donne e figure della violenza” ha “preso come punto di partenza – a contropiede con la manipolazione a uso securitario della figura della donna-oggetto di violenza – il rapporto attivo tra donne e violenza” (Giardini e Schiavon), seguitiamo in questo numero a indagare l’agire delle donne in una realtà soggetta a codificazioni così infeltrite da stare strette.

Lasciamo che siano i loro segni eccentrici a parlare di questo, segni che scardinano il senso comune, i generi, il tempo, creano nuove pratiche, aprono possibilità di trasformazione del reale, riescono a dare vita a nuovi spazi pubblici, compiendo nuovi “reati di aggiunta e mutamento” – nel senso di “aggiunta [...] di mondo al mondo, aggiunta che lo modifica, ne altera potentemente il profilo e le leggi, e si esprime come profonda capacità trasformativa” (Farnetti in DWF, nn. 2-3, 2005). Una capacità trasformativa che passa attraverso le opere di Marisa Merz e Rachel Whiteread – entrambe artiste che interrogano e sfidano i canoni riconosciuti di fruizione dell’opera d’arte, che “adattano l’arte alla vita e non viceversa”. Per entrambe, “persa la lettura testuale, gli oggetti ne acquistano una metaforica che ri-costruisce una realtà altra, una identità diversa, un senso differente”, come scrive Maria Vinella illustrando il loro lavoro, certamente diverso nelle forme che assume e nei materiali che utilizza, ma accomunabile per spinta innovativa e per la loro concezione della “misura estetica dello spazio […] intesa come dimensione del corpo fisico e mentale, e delle sue relazioni esistenziali”.

Riplasmare i margini della fruizione codificata e scardinare i generi è quello che fanno Lara Ge e Cloé Anturia quando spediscono in pacchi postali le parti del loro corpo di traduzione. Corpo “creato con materiali di scarto, ovatta da imbottitura, fili di cotone, impunture e gradazioni di colori, métissages, pelle, suture, cicatrici di un attraversamento costante di confini”, corpo di traduzione “perché si autotraduce da un genere all’altro senza risolversi, circola al di là dei blocchi territoriali imposti tra e sui corpi, circoscritti dai confini linguistici della e nella Nazione”.

I segni eccentrici delle donne si spingono fino al campo delicato e controverso della percezione altra della realtà e del proprio corpo che il sistema sociale post basagliano tende a riportare nei rassicuranti recinti della normalità attraverso la medicalizzazione e la scienza (quanto esatta?) della psichiatria. Ma dove inizia e dove finisce la normalità? Non sarà piuttosto che ci mancano ancora le parole per nominare queste realtà altre? Lo abbiamo chiesto a Barbara Della Polla – che ha voluto come attrici con regolare contratto per il suo spettacolo Sconfinamenti le donne del Centro Salute Mentale di Trieste – e a Fabrizia Di Stefano – che ci parla del tempo in itinere della transessuale, della “trasgressora” involontaria e di “un’identità nuova che si ribella contro le identificazioni ereditate”.

Infine ci è sembrato che un museo virtuale che ha come obiettivo quello di dare voce e forza alle donne facendo leva sul tempo e sullo spazio aperti di internet fosse un esempio tangibile di quello che le donne riescono a fare agendo sulla realtà anziché essendone agite. Il museo in questione è l’IMOW – International Museum Of Women – ed è nato dall’idea di tre donne sedute al tavolo di un ristorante di San Francisco che volevano “non semplicemente un luogo che aggiungesse le donne alla Storia bensì espandere i canoni della storia per incorporare gli effetti e le implicazioni delle azioni e delle idee delle donne”.

In un numero precedente di DWF (“Spazio”, nn. 3-4, 2002) avevamo detto che “sessuare lo spazio significa esserci ma non nel modo dell’assimilazione (inclusione) a una logica preesistente [...] piuttosto [...] nel ridefinire e rinominare il proprio stare nel mondo, con la propria storia e il proprio corpo, e nello stesso tempo leggere in questa ottica lo stare al mondo delle altre”.
Di questo le donne continuano a dar conto.  (rm)

 

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