DWF (93) Saper fare comune, 2012, 1

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I tempi sono potenti. In negativo, certo, non vogliamo dimenticare i suicidi che risuonano sempre più come un urlo. Ma sono anche sotto il segno di un di più di vita, di una potenza che troviamo nella politica che si riunisce sotto l’espressione “beni comuni”. Espressione che dal 2008 in poi è proliferata, ovunque.

Per evitare lo scivolamento nell’indifferenziato, nella ripetizione, abbiamo deciso di ancorare questa parola ai suoi riferimenti concreti: ci siamo riallacciate alle pratiche, alle esperienze e competenze di donne e uomini che provano a rideclinare la politica. Così, dai beni comuni al vivere comune al saper fare comune.

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MATERIA

  • Presidiare il comune. Pratiche in Valle di Susa
    Barbara De Bernardi
  • Governi e autogoverni
    Eleonora De Majo
  • I Cantieri che vogliamo
    Emilia Guarino
  • Fronte del Porto. Una sala da the
    Intervista di Nicoletta Stellino
  • Vicini come? Relazioni, andata e ritorno
    Claudia Bruno
  • Politica. Il filo teso tra l’agire e il più personale
    Valeria Mercandino
  • L’educazione sentimentale di una bambina cresciuta in una Comune
    Cristina Pacella

 

POLIEDRA

  • Il femminismo e la politica dei beni comuni
    Silvia Federici

SELECTA

  • Recensioni: Muraro/Mercandino; Bemporad/Andreotti; Simone/Balzano

 

INTRODUZIONE

I tempi sono potenti. In negativo, certo, non vogliamo dimenticare i suicidi che risuonano sempre più come un urlo. Ma sono anche sotto il segno di un di più di vita, di una potenza che troviamo nella politica che si riunisce sotto l’espressione beni comuni. Espressione che dal 2008 in poi – l’anno della legge che prevedeva la privatizzazione dell’acqua e dell’università e dunque l’anno in cui cittadine, cittadini e studenti hanno rilanciato il modo di intendere la politica – è proliferata, ovunque, in qualsiasi contesto. Per evitare lo scivolamento nell’indifferenziato, nella ripetizione, ma anche contro il rischio che questa politica diventi mera tutela di diritti a rischio, abbiamo deciso di ancorare questa parola ai suoi riferimenti concreti: più che cercare una definizione più o meno stringente di cos’è bene comune, ci siamo riallacciate alle pratiche. Se è vero, come crediamo, che l’espressione beni comuni è sempre vincolata e generata dalle pratiche, c’è anche da chiedersi di quali pratiche si tratti, quali siano le esperienze di donne e uomini che provano a rideclinare il comune, la politica e anche i criteri di questo fare insieme, andando oltre le parole d’ordine circolanti. Si tratta di calare l’espressione nella concretezza delle esistenze, nella quotidianità delle vite, e di vedere come sia capace di autoregolazione – alcune ed alcuni lo chiamano “autogoverno” – e di misurane la tenuta di fronte al conflitto e alle difficoltà che attraversano ogni relazione significativa. Quindi, dai beni comuni a vivere comune a saper fare comune. Quello che ci interessa è cosa si mette in moto, le invenzioni e le gioie del comune, le relazioni che ne rendono possibili i discorsi e le pratiche, le problematicità e i nodi di pratiche non sempre distensive. Beni comuni è un’espressione che comincia ad avere una storia lunga, anche nei nostri singoli percorsi. È un nome in cui sono confluite molte ricerche e azioni di questi ultimi anni e indica l’esigenza di un cambia- mento nelle forme della politica che sperimentiamo. Solo due anni fa DWF raccontava, con i due numeri del 2010 Diversamente Occupate e Lavoro. Se e solo se, il desiderio di uno spazio pubblico in cui trasformare storie singolari in progetti politici condivisi. Allora partivamo dal- l’esperienza e dalla narrazione per cercare di tessere insieme ad altre e altri – che altrove e in certi casi da molto tempo preparavano la stessa possibilità – una dimensione collettiva. Cercavamo parole e percorsi per sottrarci a rappresentazioni che ci collocavano o nella posizione delle eterne vittime o in quella di esemplari del “fattore D”, chiamato a ridare linfa a meccanismi per noi distruttivi. Dalla performatività a ogni costo alla retorica del merito, dalla femminilizzazione del lavoro – come precarizzazione di tutti – al paternalismo verso i soggetti da tute- lare. Cercavamo insomma di connettere i singoli racconti, per delinea- re dove stesse il nostro desiderio e per ridiscutere l’ordine delle nostre priorità. Di quell’attenzione al desiderio e alle passioni c’è traccia nei due numeri del 2011, Questo sesso che non è il sesso 1 e 2. Ma nel frattempo lo scenario era cambiato. La mobilitazione degli studenti, le donne a piazza del Popolo, la prima piazza dei precari il 9 aprile, i metalmeccanici FIAT, i comitati per l’acqua pubblica e la vittoria al referendum, l’occupazione del Teatro Valle, lo sciopero dei migranti e le tante altre tappe degli ultimi anni hanno reso visibile e circolante una dimensione pubblica, che mentre diventava più visibile all’esterno, si radicava sempre più sui territori senza però diventare localistica. La partecipazione alla lotta No-Tav in Italia, le acampadas spagnole e il movimento trasnazionale di Occupy ne sono gli esempi più evidenti. La parola ha così cambiato di segno: dalla ricerca di parole per condividere l’esperienza siamo passate alle parole che restituissero in modo appropriato quella dimensione comune in cui siamo coinvolte, di cui già riconosciamo i contorni e la capacità generativa di forme differenti del vivere. Sono tutti movimenti che mettono al centro le pratiche – non solo quel- le di resistenza, ma soprattutto quelle che generano da subito altre con- dizioni di vita. In effetti tra le forme politiche dei beni comuni e la vocazione non rappresentativa del femminismo si dà una forte consonanza. Di più, non si tratta solo di un incontro tra una storia più lunga, quella femminista, e una appena nata: in questi contesti, che per lo più sono misti, circola autorevolezza femminile. Non è scontato, non va da sé, è un fatto che richiede pensiero e messa in parole. C’è effettivamente, come ci sembra, il riconoscimento anche da parte degli uomini di un di più di valore alla politica fondata sull’esperienza, sulla priorità delle pratiche e sull’attenzione alle relazioni, anche se la cosa non è pacificamente assodata una volta per tutte. È comunque una novità che forse chiede anche, alle femministe di lungo corso, di sporgersi al di là delle parole consolidate, di avere fiducia nello spirito di una politica che riprende e rinnova i fondamentali delle pratiche sorgive del femminismo. E in effetti, questa politica è segnata da un’eccedenza rispetto alle categorie che pretendono di esaurire e irreggimentare il nostro modo di stare al mondo. Quel che constatiamo è che non c’è solo la spinta a modificare le condizioni del nostro vivere – dal lavoro fino ai gesti più quotidiani – ma anche un grande impegno per raccontare altrimenti chi e dove siamo. Non vittime di una crisi che non offre risposte politiche alternative a una progressiva erosione dei diritti, bensì soggetti attivi che desiderano altro e insieme intraprendono la strada per realizzarlo. Le nostre vite intercettano il contemporaneo attraverso una serie di tensioni, tensioni sul lavoro, sulla sessualità, sul quotidiano, tensioni intercettate e composte in maniera personale, soggettiva, politica… In tutto questo sono implicati i nostri corpi, la nostra emotività, la nostra capacità e desiderio di esserci. Se pensiamo alla sessualità come energia e non come tecniche sessuali, appare il nesso fra sessualità e vive- re comune ed è evidente che abbiamo bisogno di nuove parole per nuove passioni. Non la paura e la tristezza, ma la sensazione che questo comune riempie le nostre vite, che sconfina dall’ordinario, è la vitalità di pratiche di resistenza condivise che va oltre la reazione al torto e che rimette in discussione forme e modelli, che di passione sono invece svuotati, gli automatismi, nel lavoro come nella politica. In questo numero, e nel prossimo, il punto di partenza oramai consueto è quello delle narrazioni di esperienza che, nella loro incarnazione, rispettano la singolarità di ciascun luogo ma insieme – proprio perché pensiero narrativo e non argomentativo, a tesi già concluse e astratte – si offrono alla ripresa e al rilancio da altre, da altri, e al contempo per- mettono di disegnare alcuni punti di pensiero. A partire dai testi qui pubblicati e dalle esperienze in cui siamo a nostra volta coinvolte, ne proponiamo alcuni. Una politica del vivere comune tiene insieme i corpi e le intelligenze, non soggiace alla separazione tra bisogni e desideri, tra quel che sarebbe necessario e quel che sarebbe facoltativo. L’esperienza e la relazione in presenza sono le passioni elementari di questa politica. Non si può apprendere in automatico e una volta per tutte ciò che serve a nutri- re un luogo, una situazione. È nel condividere, nel capire insieme le necessità, le urgenze, mettendole in parola, che si può trovare la forma appropriata e contingente a quel vivere insieme. Si rilancia così una scoperta del femminismo: esiste un’intelligenza del corpo, una costante capacità autoregolativa dell’essere umano, che non scinde tra le relazioni sempre a rischio di caos e violenza e un ambito propriamente politico che detta legge e stabilisce l’ordine. Saper fare e sapere procedono di pari passo: conoscere le nervature e i dettagli più minuti dei luoghi in cui viviamo si potenzia attraverso letture, scambi e formazione. Siamo già oltre la dicotomia tra un sapere astratto, o riservato a pochi e dunque di qualità, e un sapere pragmatico, costretto nella risoluzione di problemi pragmatici (gli skills del problem solving). Se di competenze vogliamo ancora parlare, ebbene questa politica le intende contro la doppia astrazione della competenza astratta ed esclusiva dei tecnici e del sapere meramente esecutivo e gestionale. È un sapere più grande della contrapposizione tra l’utile e il superfluo: l’economia, il diritto, la letteratura e la filosofia entrano tutte nel gioco, alla sola condizione che stiano in un rapporto vitale e generativo con i luoghi, con le situazioni e chi le vive. Si ridefinisce dunque che cosa intendiamo per ricchezza. Al di là del circuito produzione-consumo, che riconosce una cittadinanza oramai dimezzata a occupati e a disoccupati, questa politica agisce sulle con- dizioni di vita, qui e ora, in una gamma di gesti che sono insieme di resistenza e di creazione, di un no all’ingiustizia e della realizzazione concreta di un ordine più materiale e reale, di riappropriazione di quel che ci viene tolto e di restituzione a una rete più ampia di relazioni. Conflitto, ospitalità e cura dunque si tengono. Contro un ordine che ci vuole individui isolati, che si relazionano sulla sola base del calcolo dei costi e benefici, la resistenza e la protesta è consistente nella misura in cui rigenera il senso di partecipazione, dell’essere parte sapiente nel divenire di quel che ci è necessario. Non da ultimo, in questi tempi che accomuna autoctoni e migranti in una promessa di cittadinanza, sempre più svuotata, tradita o disconosciuta, una nuova idea di democrazia vede la luce, forte della condivisione, dello scambio non solo a mezzo denaro, e di un prendersi cura che è preciso ma mai chiuso nell’interesse locale (fg e al).

 

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