DWF (86), Lavoro. Se e solo se, 2010, 2

cop 86È accaduto che la vita e il lavoro siano legati in modo inestricabile, siamo lontane da quando si poteva separare tempo di vita e tempo del lavoro. Come già è emerso nel numero scorso – “Diversamente occupate” (1, 2010) – questa radicale trasformazione si offre come un’occasione per trovare e agire un senso della propria vita, ma comporta anche il rischio che “portare tutto al mercato” si tramuti in un’espropriazione di energie, desideri e progetti. Affinché sia occasione, sono necessarie relazioni tra donne, la messa in rete di energie e desideri e, soprattutto, la determinazione, insieme alla vigilanza rispetto ai modi in cui le istituzioni, gli istituti sociali, la società intera si riorganizzano oggi. In questo numero abbiamo così deciso di indagare il campo delle condizioni che permettono di sciogliere e di governare l’intreccio tra vita e lavoro, e l’impegno, il conflitto, le scelte che comportano.

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MATERIA

  • Negoziare con il sintomo
    di Laura Storti
  • Tra dipendenza e indipendenza. Relazioni familiari e precarietà
    di Ottavia Nicolini
  • Per una cultura politica delle relazioni nel quotidiano
    di Laura Colombo
  • Serve una teoria del lavoro che parli alle lavoratrici
    Intervista a Susanna Camusso a cura di Teresa Di Martino
  • Diritti e tutele, quale narrazione?
    di Pina Nuzzo
  • Il tempo della crisi. Analisi ed esperienze di negoziazione
    di Tiziana Vettor

POLIEDRA

  • Scorticare. Il senso del lavoro a partire dall’esistenza
    Studio Guagliema-Matri_x a cura di Federica Castelli
  • Oltre la semplice conciliazione
    Sara Gandini
  • Immagina che il lavoro
    Laura Colombo
  • Simone Weil. Lavoro e politica
    Silvia Fondi

SELECTA

  • Recensioni, Morini/Lamboglia; Genesis/Burchi, Irigaray; Stella/Mineo
  • Abstract
  • Autrici

 

NOTA EDITORIALE

È accaduto che la vita e il lavoro siano legati in modo inestricabile, siamo lontane da quando si poteva separare tempo di vita e tempo del lavoro. Come già è emerso nel numero scorso – “Diversamente occupate” (1, 2010) – questa radicale trasformazione si offre come un’occasione per trovare e agire un senso nella propria vita, ma comporta anche il rischio che “portare tutto al mercato” si tramuti in un’espropriazione di energie, desideri e progetti. Affinché sia occasione, sono necessarie relazioni tra donne, la messa in rete di energie e desideri e, soprattutto, la determinazione, insieme alla vigilanza rispetto ai modi in cui le istituzioni, gli istituti sociali, la società intera si riorganizzano oggi. In questo numero abbiamo così deciso di indagare il campo delle condizioni che permettono di sciogliere e di governare l’intreccio tra vita e lavoro, e l’impegno, il conflitto, le scelte che comportano. In una certa continuità con quanto già diceva Dwf, la capacità e possibilità di negoziare l’intreccio tra vita e lavoro va al di là della contrapposizione tra azioni istituzionali – cui era dedicato il numero “Il negoziato” (9, 1989) – e “modificazione interiore” (“Forme della politica”, Editoriale, 7, 1998, p. 6): le trac- ce e gli appigli per negoziare sulle condizioni di vita e lavoro si trovano in un corpo che già cattura e echeggia le ingiustizie e le opportunità del proprio tempo (Storti). Così, le relazioni familiari, come quelle di prossimità, sono parte integrante di un percorso di individuazione che si gioca tra autonomia e dipendenza, soggettiva, certo, ma anche e soprattutto materiale (Nicolini, Colombo). Tuttavia, le curatrici di questo numero hanno deciso di mettere l’accento sulle condizioni, positive e negative, che una donna affronta e di cui dispone quando ricerca una composizione – che non sia affidata soltanto all’ingegno della singola – tra vita e lavoro, meglio, tra tutte quelle attività, retribuite e non, che fanno una vita. L’intervista a Susanna Camusso, che illustra il percorso all’interno del sindacato di una donna consapevole della portata e degli sviluppi del femminismo, individua alcuni temi fondamentali: ripensare il diritto in un quadro lavorativo attualmente regolamentato con un’insospettata rigidità e tornare alla contrattazione dopo aver aperto alla delegificazione. Pina Nuzzo riflettendo con rigore sugli orientamenti politici dell’UDI in materia di lavoro, offre degli strumenti, guadagnati attraverso un’esperienza politica diffusa ed estesa, per distinguere tra diritti e tutele. Nel suo contributo Tiziana Vettor, esperta di diritto del lavo- DWF / Lavoro. Se e solo se 3
ro, illustra e riflette sulle nuove forme contrattuali che potrebbero valere come orientamento per nuove forme di negoziazione. La sezione “Poliedra” di questo numero è anch’essa dedicata al tema del numero, con la ripresa del pensiero di Simone Weil. Senza paradosso, l’inattualità del suo pensiero sulla condizione operaia diventa ricca di indicazioni per leggere il presente (Gandini, Colombo). Crollata l’organizzazione sociale che stava alla base della separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro, possiamo leggere nella sua esperienza di “non credere di avere dei diritti” la necessità di un ritorno agli elementi fondamentali dell’esistenza umana (Guglielma – Matri_x), alle ingiustizie e alle aperture che si danno quando riprendiamo in considerazione bisogni traditi o cancellati: la fame, la stanchezza, la paura, la costrizione (Fondi). Torniamo allora a parlare del lavoro, dell’intreccio tra vita e lavoro, partendo, o ripartendo, dalle condizioni materiali, dai corpi, dalle dipendenze e dai bisogni, per arrivare a ripensare la negoziazione delle donne, alla ricerca di uno stare al mondo – lavorativo ma non solo – che tenga conto del loro desiderio, come anche delle loro necessità. Di più. C’è la necessità di riconoscere all’interno dei luoghi di lavoro gli spazi decisivi per la contrattazione, quelli in cui agire per imprimere un segno di cambiamento – per altre e per altri – non lasciando la mossa al caso o alla sola ‘fiducia’ nella forza delle nostre relazioni Succede anche questo, per fortuna, ma ci sembra che la situazione presente richieda una capacità di lanciare funi, saldare maglie, laddove tende a prevalere la scalata solitaria, l’arrabattarsi quotidiano o il subire un ricatto comune. Se per qualcuna il femminismo ha avuto la colpa di fermarsi alle soglie del lavoro, si può anche dire che invece quella soglia le donne l’hanno varcata e non tanto per la presenza femminile nel mercato del lavoro, quanto perché altre donne il lavoro, retribuito e non, lo hanno messo a tema, ci hanno autorizzate a volerlo e a prendercelo, hanno in parte scombinato i rapporti con gli uomini, che con la distribuzione del lavoro tanto hanno a che fare. Quel discorso è un punto di partenza, che ha svelato come il nucleo dell’illibertà stesse nel rapporto tra i sessi, che va proseguito interrogando, nominando e agendo costantemente quel conflitto. Come dire che il femminismo è entrato nel lavoro, ma poi si è dato per un verso a curare i sintomi (vedi politica pari opportunità), per l’altro a sviluppare la libertà di dirsi e dire a partire dalla consapevolezza guadagnata (politica del simbolico), trascurando di “vigilare” sulle trasformazioni che esso stesso ha impresso alla realtà, accelerazioni che in parte l’economia e la politica dominanti hanno intercettato ed usato. Ora che, non solo abbiamo fatto esperienza del lavoro, ma c’è anche una rinnovata attenzione da parte delle donne, è arrivato il momento di costruire un desiderio e un pensiero su come il lavoro, con gioia o con fatica, arricchisce o condiziona o fa addirittura muro contro le nostre esistenze. Tenere presente quelle trasformazioni significa anche riconoscere negli spazi del lavoro altre soggettività con cui entrare in relazione e con cui “stringere alleanze” (Morini/Lamboglia). Alleanze possibili in un contesto che ci vede incrociare altre differenze e trovare rispetto ad esse parole-nodi – tempo, dipendenza, gratuità.- che raccontano esperienze condivise (fg, tdm, al).

 

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