DWF (95) La pratica della storia vivente, 2012, 3

copertina95In questo numero, la rivista DWF ospita gli scritti delle donne della Comunità di Storia Vivente con le quali alcune di noi hanno una relazione.

Si tratta di donne che raccontano la storia a partire dall’indagine interiore del soggetto che la fa: storia vivente appunto. Una pratica politica che parte da sé, come è nella genealogia femminista in cui ci riconosciamo e che condividiamo, pur nelle diverse e autonome esperienze e pratiche.

La Comunità di Storia Vivente si è rivolta a noi per essere ospitate da DWF. La redazione ha risposto di sì e, con piacere, vi invita a leggere questo numero.

Questo numero è disponibile solo in pdf, per l’acquisto del fascicolo scrivere a redazione@dwf.it

MATERIA

  • La pratica della storia vivente
    Comunità di Storia Vivente (Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini)
  • La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre
    Marirì Martinengo
  • La storia respinta, storia come vita significante
    Laura Minguzzi
  • Il volto ambiguo della preferenza. Un percorso storico
    Marina Santini
  • Gli oscuri grumi del disordine simbolico
    Luciana Tavernini
  • La storia vivente: storia più vera
    Maria-Milagros Rivera Garretas (traduzione di Clara Jourdan)

POLIEDRA

  • Scrivere biografie di donne
    Graziella Bernabò
  • Una storia personale. Omaggio alla memoria, madre del percorso storiografico
    Marirì Martinengo
SELECTA
  • Recensioni: Bottero, Di Salvo, Farè/Minguzzi; Bernabò/Tavernini

 

INTRODUZIONE

a cura della Comunità di Storia Vivente

 Nel 2005 Marirì Martinengo pubblicò un libro di storia su sua nonna. Il libro dal titolo La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”, narra della sottrazione alla nipote, alla memoria familiare e alla storia del suo tempo di questa donna, rinchiusa nel 1895 in una casa di cura, dopo la nascita dell’ultima figlia. Tra nipote e nonna, pur non essendosi mai conosciute, si instaurò una relazione profonda. Il silenzio familiare generò una presenza continua nell’inconscio della nipote e fu all’origine del suo desiderio di fare storia, che negli anni produsse ricerche innovative su donne famose come Ildegarda di Bingen o sconosciute in Italia come le trovatore. Tuttavia Marirì continuava a porsi un forte interrogativo sul senso del fare storia che, dal 1988, condivise con le amiche della Comunità di pratica e riflessione pedagogica e ricerca storica, all’interno della Libreria delle donne di Milano.Finalmente in questo libro riuscì ad affrontare il nodo oscuro che si annidava dentro di lei e, come dice la storica di Barcellona María-Milagros Rivera Garretas, propose un modo rivoluzionario di fare storia, presentandoci una storia che esprime l’amore, attraverso il dialogo implacabile tra la storica e la relazione con una persona, un problema, una domanda che sono all’origine del suo desiderio di fare storia. E dunque non solo attraverso i dati delle fonti considerate dalla tradizione. Così è nata la storia vivente che nel 2006 ha provocato un cambiamento di pratica nella Comunità di storiche intorno a Marirì, che da allora ha preso il nome di Comunità di storia vivente.In questo numero, dedicato a questa pratica politica per una scrittura femminile della storia, troviamo nella sezione MATERIA la narrazione – riflessione intorno alla pratica della storia vivente e ai cambiamenti avvenuti nel corso di questi ultimi anni come, ad esempio, l’allargamento ad altre quattro donne.Vi è poi una selezione da La voce del silenzio che, pur non sostituendo la lettura del libro, permette di cogliere l’idea sorgiva di questo modo di fare storia.Seguono quattro articoli, già pubblicati nel 2011, in spagnolo e catalano, sulla rivista DUODA dell’Università di Barcellona.Laura Minguzzi, attraverso la drammatica vicenda di sua madre, ci propone una rilettura del passaggio, negli anni ’60 in Italia, dal mondo contadino a quello industriale, evidenziando forme di resistenza estreme che segnalano una capacità di preveggenza rispetto ai danni ambientali che oggi riconosciamo.Marina Santini indaga il rapporto problematico tra giudizio, uguaglianza e preferenza femminile vista nella sua ambigua valenza, valorizzante ed escludente, scoprendo come questo intreccio possa fare ostacolo alla presa di parola pubblica, e sia una possibile origine della difficoltà delle donne che si trovano nella solitudine del potere.Luciana Tavernini esamina il nesso tra capacità di dire pubblicamente e alcune esperienze che rendono difficile fidarsi di ciò che si sente, nel senso dato al sentire da María Zambrano come funzione che ci costituisce più di ogni altra. Inoltre presenta modelli di autorità femminile per un altro modo di abitare il mondo, come quello delle ‘salvatrici delle situazioni impossibili’ e pone la differenza tra munificenza e ricchezza.María-Milagros Rivera Garretas descrive come la relazione tra il pensiero italiano della differenza sessuale e alcune storiche spagnole abbia modificato la storiografia in lingua castigliana e catalana. In particolare si sofferma sulla storia vivente, una forma di conoscenza femminile che lega esperienza, parola e scrittura, mostrando l’intimo legame tra il desiderio per la storia e la propria esperienza personale che richiede di essere interpretata perché le interpretazioni date non bastano.In POLIEDRA sono inseriti due articoli uno di Graziella Bernabò sul suo modo originale di scrivere biografie e l’altro di Marirì Martinengo sulla storia personale. Si trovano in questo numero per evidenziare la diversità tra alcune modalità, legittime e interessanti, di fare storia, che mostrano le vite delle donne e la pratica della storia vivente che nasce dalle profondità dell’essere di colei (o colui) che scrive, è frutto dello scavo intorno e dentro al grumo oscuro che portiamo al nostro interno, quasi sempre ignoto o non interrogato. La storia che prende avvio, si snoda e si libera a partire da qui, una volta venuta in luce, mostra la radice di comportamenti, di scelte di vita successive che sempre in qualche modo hanno dovuto fare i conti inconsapevolmente con quel taciuto-tacitato, e che invece nel corso dell’esistenza sono sembrati dettati, secondo i casi, da ragione, necessità, dovere, opportunità. Si tratta quindi di un partire da sé radicale che genera elementi di simbolico che possono rendere tutte e tutti più liberi.

 

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