Dignità delle persone e autodeterminazione: oltre i confini del binarismo di sesso/genere

Michela Balocchi e Egon Botteghi

Il presente capitolo, consdiviso dall’intero collettivo Intersexioni, vede in questo caso come autrici e autori: Michela Balocchi per i paragrafi 1 e 2, ed Egon Botteghi per il par. 3. Le altre fondatrici e fondatori di intersexioni, che costituiscono anche l’attuale nucleo direttivo, sono Miriam Abu Eideh, Andrea Barbieri, Alessandro Comeni, Nicole Braida, Alice Troise

Le intersezioni di intersexioni

Il collettivo intersexioni nasce nella primavera del 2013 dalla volontà di un piccolo gruppo eterogeneo di persone, già legate tra loro da esperienze pluriennali di collaborazione sul tema dei diritti umani e legate anche da forti rapporti di amicizia e stima reciproca. L’eterogeneità del gruppo è data da molteplici fattori: proveniamo da diversi percorsi lavorativi ed educativi, cosa che ci arricchisce reciprocamente; da diverse aree geografiche, cosa che ha reso la nostra presenza sul territorio più diffusa di quanto lo possa essere un’associazione con base locale; da diverse appartenenze o non-appartenenze identitarie e varii sono i nostri posizionamenti[1], cosa che ci rende buone alleate, decisamente allergiche a essenzialismi e determinismi biologici[2]. Ci accomuna l’interesse per l’analisi delle cause delle discriminazioni basate su caratteristiche ascrittive, così come di quelle economiche e sociali, l’impegno all’elaborazione teorica unito al desiderio di incidere concretamente sulla realtà per contribuire a cambiarla, a migliorarla, la contaminazione tra teoria e pratica, tra accademia e militanza e soprattutto uno sguardo intersezionale dai margini, anche come studiose di confine[3].

Quello di intersexioni è sicuramente un progetto ambizioso e complesso. Siamo state le prime, e al momento siamo le uniche, in Italia ad unire l’impegno sul tema della conoscenza scientifica delle questioni intersex e dell’advocacy per i diritti umani delle persone con tratti intersex/dsd[4], all’analisi di altre aree che vedono diritti umani violati e forme di oppressione e di prevaricazione per genere, identità ed espressione di genere, orientamento affettivo-sessuale, caratteristiche somatiche ed etniche. Se alcune di noi già lavoravano, dal punto di vista teorico e/o pratico, alla decostruzione delle strutture di potere collegate alle ideologie genderiste, sessismo, omotransintersex-negatività e razzismo, evidenziandone interconnessioni e forme di produzione e riproduzione macro e micro sociali, a questo si è unita – fin dalla fondazione del collettivo – una riflessione sullo specismo, che ci ha aiutate ad approfondire, da punti di vista per molte di noi inediti, le radici comuni tra le diverse forme di dominio e di violenza, di cui si possono riscontrare le origini comuni nell’economia e ideologia pastorale e patriarcale (Mason 2007).

Dunque, fin dalla nostra nascita come collettivo abbiamo cercato di mantenere l’attenzione e la riflessione sulle diverse aree tematiche, sulle loro interconnessioni, e nello stesso tempo ci siamo impegnate per essere presenti e attive sul territorio (locale, nazionale e internazionale) a diversi livelli e attraverso diversi piani di azione, allacciando collaborazioni con altri collettivi e organizzazioni non solo di area LGBTQIA*[5]  anche femministi, transfemministi, e antispecisti. Il portale on line ci ha permesso di affacciarsi sul mondo virtuale e di raggiungere concretamente tutti i continenti[6]: attraverso il sito facciamo informazione, comunicazione e divulgazione scientifica. Sul territorio organizziamo e realizziamo corsi di formazione per insegnanti, teniamo corsi per studenti delle classi primarie e secondarie, corsi e seminari universitari e post-universitari, corsi di formazione per professionisti e per volontari. Organizziamo convegni, seminari, workshop, in ambito accademico e non, e anche altre iniziative pubbliche come proiezioni di film a tema con dibattito, presentazioni di libri, eventi conviviali cruelty free.

A queste attività si aggiunge un punto informativo sulle questioni intersex, gestito da pari e da alleate/i espert*, prosecuzione di quello che avevamo aperto nel dicembre 2009 e che è stato il primo punto di accoglienza in Italia rivolto alle persone con variazioni intersex/dsd di qualsiasi tipo[7]; anche allora offrivamo prima accoglienza con lo scopo di dare supporto, informazioni, condivisione di esperienze, ma anche con l’obiettivo di creare una rete di contatti tra persone direttamente interessate, genitori, altri familiari, amic*, attivisti e operatori socio-sanitari alleati, e anche di agire concretamente non solo per informare sulle attuali prassi di gestione dell’intersessualità in Italia, ma anche per sensibilizzare sulle troppo spesso drammatiche conseguenze che queste hanno sulla vita e i corpi delle persone, e per modificare dunque quei protocolli medici in modo da renderli veramente rispettosi della persona  a partire dal diritto fondamentale alla propria integrità psico-fisica (Rodotà 2011, 2013). Oltre a questo offriamo anche un punto di contatto rivolto alle persone transgender e gender non conforming, per fornire informazioni sul percorso medico-chirurgico, per chi vuole intraprenderlo, e su quello legale, per l’accoglienza e il dialogo con i parenti e gli amici, per il confronto e la condivisione di esperienze nel caso in cui la persona in transizione abbia dei figli, sempre all’insegna della diffusione di una cultura rispettosa delle diversità e del diritto all’autodeterminazione. Queste, dunque, sono le attività che abbiamo portato avanti fino a oggi e su cui continuiamo a lavorare.

In questa occasione, infine, abbiamo deciso di parlare di due macroaree del nostro impegno come collettivo che agisce sul territorio e come gruppo che fa ricerca, formazione e informazione anche on line: a) la questione dei diritti umani delle persone che non rientrano nell’ideologia binaria di sesso/genere in relazione alle loro caratteristiche di sesso cromosomico, gonadico e/o anatomico, e le conseguenze della patologizzazione dei corpi con tratti intersex; b) la questione del diritto all’autodeterminazione delle persone, in relazione alla loro identità di genere ed espressione di genere, e le correlazioni con l’ideologia che giustifica e alimenta la struttura di potere e di sopraffazione degli essere umani sugli animali altro da umani.

I diritti umani al di là del binarismo di sesso/genere

Proprio mentre stavamo scrivendo questo paper, su Nature on line usciva un articolo di divulgazione scientifica dal significativo titolo Sex redefined. The idea of two sexes is simplistic. Biologists now think there is a wider spectrum than that (Ainsworth 2015). L’autrice, citando biologi, endocrinologi, genetisti, urologi pediatri e la loro più recente produzione medico-scientifica, spiega come la questione della definizione del sesso cromosomico, gonadico e anatomico sia molto più complessa rispetto alla riduzione ad una categoria discreta e binaria che distingue e divide gli esseri umani in femmine e maschi. Non solo i cromosomi cosiddetti “sessuali” non si esauriscono nella dicotomia XX e XY[8], con le conseguenze che questo comporta nelle caratteristiche fenotipiche sessuali primarie e secondarie, ma quegli stessi cromosomi tipici possono non trovare corrispondenza nell’anatomia sessuale della persona[9]. Così il biologo e fisiologo Arthur Arnold, intervistato, afferma: «I actually think that there are more sex differences than we know of» (Ainsworth 2015).

Ma che il sesso nei suoi aspetti cromosomici, ormonali e anatomici possa essere meglio compreso se letto come un continuum o come uno spettro potenzialmente infinito di varianti e gradi, piuttosto che racchiuso nelle due illusorie categorie discrete cui siamo abituati, lo aveva già ampiamente e sapientemente scritto nei primi anni Novanta del secolo scorso la biologa, storica della scienza ed esperta di questioni di genere, Anne Fausto Sterling[10]. Fausto Sterling sollevava anche il problema di una biologia “sessuata” che produce la naturalizzazione della presunta dicotomia di sesso, rendendo così difficile comprendere ciò che non rientra in quella rigida divisione.

Il fatto che la biologia umana[11] si presenti con un’ampia varietà di differenze di sesso è invece inscritto nei corpi delle persone, in particolare di quelle persone che la medicina diagnostica categorizza come affette da «disturbi nello sviluppo sessuale»[12]. Ad oggi non ci sono statistiche certe sulle diverse variazioni intersex nel mondo, e le percentuali indicate dipendono anche da quali variazioni si considerano e da quali definizioni si usano: secondo gli studi di Fausto Sterling l’1,7% dei neonati presenta un certo grado di intersessualità; secondo l’Intersex Society of North America si tratta dell’1%, la stessa percentuale indicata da Ainsworth su Nature; Blackless parla del 2% dei neonati (Fausto-Sterling 2000). In ogni caso, il punto fondamentale rimane il fatto che la specie umana si presenta in molteplici forme che non rientrano nel rigido dimorfismo sessuale di cui è imbevuta la cultura occidentale. Come scrive Connell: «la nostra rappresentazione del genere è spesso dicotomica, ma la realtà non lo è» (Connell 2006).

Paradossalmente, ciò a cui assistiamo oggi è che maggiori sono le conoscenze biomediche e scientifiche sulla diversità e complessità biologica umana e animale, maggiori sono le pratiche attuate per l’eliminazione e la cancellazione di queste diversità[13]. A partire dalla seconda metà del Novecento in ambito medico negli Stati Uniti e da lì nel resto del mondo è andato ad affermarsi il filone di pensiero secondo cui lasciare che un* bambin* cresca con genitali atipici provocherà danni irreversibili sulla sua psiche e disagi di carattere sociale (Kessler 1996). I protocolli medici di gestione dei casi di intersessualità prevedono: interventi di chirurgia estetica “normalizzanti” anche nel caso di assenza di problemi di salute; asportazioni delle gonadi invece del loro monitoraggio (e questo nonostante l’asportazione delle gonadi renda la persona farmaco-dipendente a vita)[14]; trattamenti farmacologici corrispondenti all’assegnazione precoce di sesso/genere per indirizzare verso il femminile o verso il maschile ancora prima che il bambino abbia potuto dare riconoscibili segnali della propria identità di genere[15]. La frequenza con cui vengono effettuati interventi di chirurgia genitale cosiddetta “correttiva” pare sia da uno e due bambin* su 1.000 nati vivi (0.1-0.2%).. Drammaticamente alta anche la percentuale dei feti abortiti quando identificati come portatori di una variazione intersex riconoscibile tramite amniocentesi: nei casi di iperpalsia surrenale congenita (CAH, 45,X e 47,XXY) la percentuale di interruzioni di gravidanza arriva all’88% per la variazione 47,XXY (Astorino 2015, Costello 2014). Come dice Morgan Carpenter, presidente dell’Organisation Intersex International Australia (OII AU): «Terminations happen because many intersex diagnoses are defined as genetic disorders, even though the problems with intersex bodies commonly lie in the minds of non-intersex adults»[16].

La voce delle persone intersex medicalizzate inizia a farsi sentire proprio a seguito della pubblicazione del pionieristico articolo di Fausto Sterling e dalla risposta di Cheryl Chase (oggi Bo Laurent) a quell’articolo (Chase 1993): dalla prima metà degli anni Novanta diventano sempre più numerose le testimonianze degli umilianti e dolorosi effetti di lungo termine derivanti dalla chirurgia precoce non necessaria, e, contestualmente, la richiesta per modificare i protocolli medici, orientarli al pieno rispetto della persona e interrompere gli interventi non consensuali. Il movimento intersessuale che ne è nato e si è sviluppato negli ultimi venti anni è composto da diverse anime e, come sottolinea Busi, parla diversi linguaggi: quello femminista del diritto all’autodeterminazione e della denuncia del sessismo e del genderismo sottostanti al protocollo medico dominante; quello dei movimenti gay, lesbici e trans, che riconosce l’eterosessismo e l’omofobia presente nei principi che ispirano le pratiche mediche; e quello dei movimenti per i diritti dei pazienti che rivendicano autonomia di scelta e consenso informato (Busi 2015).

L’attivismo intersex ha portato l’intersessualità e la sua medicalizzazione da esperienza personale da nascondere e di cui vergognarsi a categoria pubblica e a discorso politico di smascheramento delle menzogne del binarismo di sesso e di genere, di rivendicazione delle differenze e del diritto umano all’autodeterminazione, all’integrità corporea, alla felicità. Le alleanze strette dagli anni Novanta in poi sono state quelle con una parte del femminismo (accademico e non), con parte della comunità LGBTQ*, così come con alcuni esponenti della comunità biomedica che hanno messo in dubbio la validità scientifica dei protocolli tradizionali e la loro efficacia, proponendo alternative significative sia sul piano della pratica medica, sia su quello socioculturale e politico[17]. Lo stesso è avvenuto in Italia a partire dal 2008, e intersexioni è un esempio concreto di questo tipo di alleanza[18]. Va detto però che, a venti anni di distanza da quella prima presa di parola delle persone direttamente investite dalla patologizzazione e dalla medicalizzazione, la strada da percorrere per assicurare che ogni neonat* e ogni bambin* sia rispettat* nel diritto primario alla propria incolumità fisica e all’integrità del proprio corpo sembra ancora tutt’altro che breve.

Le connessioni contro i destini obbligati

pattrice jones[19], attivista ecovegfemminista, impegnata sin dagli anni Settanta nella lotta per i diritti delle minoranze sessuali e contro il razzismo, nel 2000 ha cofondato il VINE, un santuario per animali altro da umani, nel Maryland. La sua attività e i suoi studi sono un esempio incarnato di ponti tra movimenti di emancipazione e fonte di ispirazione per tutte le persone che si trovano a lottare su diversi fronti per la liberazione degli esseri viventi. Così scrive in proposito: «tutti parlano di costruire ponti tra movimenti, ma penso che dobbiamo andare oltre. Quelli di noi che vogliono coprire il divario tra il movimento di liberazione animale e i movimenti per la pace, la giustizia e la liberazione, devono essere i ponti che immaginiamo. Così come i ponti devono estendersi e sopportare pesi, anche noi dobbiamo allungarci e sopportare i disagi» (jones 2005).

Il collettivo intersexioni ha invitato pattrice jones a Firenze nel marzo del 2014 per l’unica tappa toscana del suo tour europeo. Uno dei passaggi dell’intervento che fece allora definisce molto bene anche l’importanza pratica di gettare luce sulle connessioni tra le varie oppressioni e sulle collaborazioni che si possono creare tra i movimenti: «I desideri sono messi al servizio di un sistema che vuole negare i nostri istinti animali: essendo sopraffatti dalla logica del dominio, dimentichiamo il corpo, separiamo i diversi elementi, le diverse condizioni e così noi non riusciamo a smontare la casa, a scardinare il sistema. Al contrario, favorendo le connessioni, saremo maggiormente in grado di smontare la struttura e lavorando insieme su questi progetti, edificheremo ponti tra i movimenti, così che tutti avremo più partecipanti, e i progetti comuni ci permetteranno di ottenere due o tre obiettivi in una volta, e anche se non troviamo quei progetti bisogna tenere a mente le connessioni, qualsiasi cosa stiamo facendo»[20].

In Italia, come intersexioni, stiamo lavorando per edificare questi ponti tra movimenti, sopportandone talora quel disagio presagito da jones.

Tre anni fa, nel corso della decima edizione di Liberazione Animale[21], si è inserito per la prima volta all’interno delle riflessioni del movimento liberazionista italiano il tema della questione trans e delle similitudini tra questa e lo status degli animali da reddito, mettendo a confronto la terribile somiglianza tra le norme che regolano la vita delle persone che affrontano la riassegnazione del sesso e le norme che regolano la vita degli animali da reddito nel nostro paese[22]. Ciò che si voleva far emergere era proprio il tentativo, da parte della “legge”, di sorvegliare i confini che devono essere rispettati per salvaguardare i privilegi di un essere sull’altro, di pattugliare affinché non ci siano corpi che osino passare da uno status all’altro, da un categoria all’altra. Si notava allora come alle persone trans venga richiesto un “obolo” di sangue per passare i limiti del genere in cui sono nate, mentre gli animali non umani che si trovano a nascere nelle specie che vengono definite “da reddito” pagano con il prezzo della loro stessa vita il tentativo di uscire dalla condizione di “animali da reddito”, completamente assoggettati all’utilizzo umano. Solo la morte li libera dalla schiavitù.

Secondo la nostra burocrazia, ogni persona che nasce in una determinata specie animale (bovini, caprini, ovini, etc, etc) viene classificata come animale da reddito e deve essere identificata con un numero di riconoscimento, che l’accompagnerà fino alla morte in macello. Un* bovin*, ad esempio, non può assolutamente circolare sul suolo italiano senza questa etichetta di riconoscimento e, se viene scoperto senza, deve essere abbattut*. Un* qualsias* cittadin* non può quindi prendersi a casa un* bovin* e dichiarare che è il “suo” animale “d’affezione” (come lo sono can* e gatt*), ma se vuole ospitare un bovin*, che non può assolutamente uscire dallo status di animale da reddito, deve diventare un* allevator* e cioè aprire un codice stalla con cui verrà identificato il posto dove tiene il bovino e avere un registro di carico e scarico degli animali. Il tutto sotto il controllo de* veterinar* della ASL di competenza.

Nello stesso modo ad una persona viene assegnato un sesso, o maschio o femmina, alla nascita e chi non si riconosce in questa assegnazione, può sfuggire alla categoria a cui è stat* assegnat* solo a patto di seguire un rigido protocollo, sotto il controllo medico-giuridico, in cui lasciare parte di sé in cambio di una nuova assegnazione. La legge di cui l’Italia si è dotata, poco più di trent’anni fa, per regolamentare il cambio di sesso, rendendolo legale, è stata finora interpretata dalla maggior parte dei giudici secondo un iter che prevede la sterilizzazione dell’individuo come conditio sine qua non per rilasciare i nuovi documenti. Da un anno è stata richiesta la calendarizzazione del disegno di legge 405 “Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso” sostenuto da parte della comunità trans, per modificare l’attuale legge in modo che sia rispettosa dell’autodeterminazione delle persone trans. Nella proposta, all’art.13, si chiede anche di non intervenire sui neonati e bambini intersex con interventi non necessari alla salute[23]. In sostegno del ddl, Michela Angelini, attivista per i diritti LGBTIQ* e antispecista, ha creato una petizione e un blog[24]. Ci sono alcune sentenze che hanno autorizzato la rettifica dei documenti senza la rimozione chirurgica delle gonadi (dove però si sottolinea l’avvenuta sterilizzazione chimica), ma si contano sulle dita delle mani. Al momento siamo in attesa che la consulta si pronunci sulla incostituzionalità di questa pratica di sterilizzazione coatta (Winkler 2015).

Il mettere a confronto le norme giuridico-sanitarie che regolano la vita delle persone trans e gli animali da reddito, è stato il frutto anche della riflessione sulla natura culturale di questi tipi di classificazioni: diverse sono le declinazioni di “donna” e “uomo” a seconda delle civiltà, come anche il trattamento assegnato alle persone trans, così come diversi sono i raggruppamenti delle razze di animali da reddito e quelle di affezione o protette (quello che da noi è un animale da reddito, e quindi destinato ad essere trucidato in un macello, in un altro paese può essere un “amato” animale da compagnia, se non addirittura un animale considerato sacro, e viceversa). Culturali, e quindi molto diverse tra loro, sono risultate le norme che nei vari paesi regolano la vita di queste persone, dove ci può essere una assai maggiore elasticità nel cambiare lo status di genere alle persone (con il riconoscimento all’autodeterminazione) e di passaggio degli animali “da reddito” ad “animali da vita”, fino alla negazione più totale e alla pena di morte.

La domanda è se queste norme coercitive per alcuni esseri viventi abbiano una radice comune. L’Italia si distingue per una certa rigidità: gli animali da reddito devono rimanere tali fino alla morte e le persone vengono suddivise in femmine e maschi e chi non si riconosce in questo stato di cose è trattato in maniera punitiva. Nel caso degli animali sono i/le veterinar* che hanno il compito di vigilare sullo status quo, mentre per le persone transessuali è la classe medica che dirige il loro percorso. Entrambi sembrano posti a guardia di grandi interessi, che si stagliano, abbastanza chiaramente, sullo sfondo.

Dall’analisi di questa mania classificatoria binaria, tra natura e cultura, donna e uomo, normale e anormale, che ingabbia i corpi in categorie fisse e immutabili, è scaturita l’idea di organizzare alcune iniziative che cercassero di decostruirla e che dessero concretezza a quel lavoro di “costruzioni di ponti” e di relazioni tra i vari movimenti di liberazione. E’ nato così, nel 2013, anche grazie ad alcune di noi che poi sarebbero andate a formare il collettivo intersexioni, il progetto di Liberazione Generale, ovvero giornate di riflessione sociale e politica e di proposte di prassi itineranti in varie città italiane con la speranza che potesse e possa fungere da catalizzatore per far emergere le connessioni tra le lotte di liberazione e che porti una chiara critica alla cultura genderista e sessista che soggioga e opprime fin dalla nascita: l’idea è che liberarsi dal genderismo possa voler significare e comportare anche liberarsi da tutte le oppressioni che implicano un essere ‘altro’, dando il via, appunto, ad una ‘liberazione generale’.

In questo ambito la riflessione si è focalizzata anche sugli attacchi transfobici che varie persone trans hanno subito all’interno del movimento antispecista, movimento che invece, da chi ne fa parte, viene definito e vissuto come massima espressione del rispetto e della libertà, e facendo emergere  anche la noncuranza con cui viene liquidato e non riconosciuto il problema del sessismo all’interno del movimento stesso. Va ricordato che il pensiero antispecista nasce nell’ambiente bianco occidentale e quindi ha un suo specifico “posizionamento”. Se i maschi bianchi occidentali antispecisti non si rendono conto della loro posizione di privilegio quando parlano, soprattutto quando si rivolgono a esseri che non condividono tale posizione privilegiata, e non si mettono in una volontà di ascolto riguardo agli oppressi, la loro forza politica ed etica sarà una farsa di cui solo loro potranno continuare ad essere convinti[25].

La prima di queste giornate, svoltasi in provincia di Firenze, nasceva proprio come tentativo di far dialogare attivist* e studios* della liberazione animale con attivist* e studios* delle questioni LGBTQI*, e in quell’occasione, gli/le attiviste antispecisti/e hanno potuto sentir parlare per la prima volta della questione intersex. Quella prima edizione è stata un successo anche nel creare relazioni tra diverse realtà, tanto che la seconda edizione, svoltasi a Verona, ha visto nell’organizzazione una collaborazione di realtà antispeciste con un circolo storico di cultura LGBTQ* come il Pink di Verona[26]. In quell’occasione si è parlato di come il sessismo e il complesso patriarcale agiscono sulle donne, sulle persone LGBTQI* e sugli altr* da uman*. In particolare ne è scaturita una discussione assai partecipata sulle possibili analogie tra la vegefobia[27] e l’omotransfobia e su come i maschi vegani possano contribuire fattivamente alla lotta all’eterosessismo. A molti uomini vegani che sono e vengono percepiti come eterosessuali, è infatti capitato, in seguito al loro dichiararsi vegan nella cerchia di amici, di essere vittime di battute riguardo alla loro virilità e alla loro sessualità, e di essere quindi vittime di una sorta di omo-negatività verbale e di trovarsi così nella condizione di dover difendere il loro orientamento eterosessuale. Se il maschio vegano, invece, ribattese in modo diverso, per esempio esternando orgogliosamente e consapevolmente di essere perturbante rispetto al buon ordine eteronormato, all’interno del quale gli uomini e le donne devono esibire dei comportamenti che sarebbero loro naturalmente propri, potrebbe lottare contro l’eterosessualità obbligatoria al fianco delle persone LGBTQIA* e creare davvero quei famosi ponti di cui si diceva[28]: «il motto di un veganesimo queer potrebbe suonare così: condividete il negativo! Unitevi alla causa comune di quelli che provocano l’infelicità all’interno del sistema dello sfruttamento animale. La devianza… è il fulcro manifesto di questo testo, ciò che assicura l’interconnessione tra queer e veganesimo» (Simonsen 2013).

Indicazioni bibliografiche

Balocchi M., (2014), The medicalization of intersexuality and the sex/gender binary system: a look on the Italian case, in LES Online, Vol. 6, N. 1

Busi B., (2015), Dall’ermafroditismo ai disordini dello sviluppo sessuale: note sulla negoziazione tra movimento intersessuale e comunità scientifica e l’evoluzione dei protocolli medici, in Atti del Convegno l’Intersessualità nella Società Italiana (ed. Balocchi), in corso di stampa

Chase C., (1993), Letter to the Editor, in The Science, July-August, 3

Connell R., (2006), Questioni di genere, in il Mulino, 38

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Martino G., (2014), In crisi didentità.Contro natura o contro la natura?, Milano, Mondadori

Rodotà S., (2013), Il diritto di avere diritti, Bari, Laterza

Rodotà S., (2011), Foucault e le nuove forme del potere, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso

Winkler M., (2015), Di nuovo sul rapporto tra rettificazione anagrafica di sesso e necessità dell’intervento chirurgico, in Quotidiano Giuridico Pluris, 7 gennaio



[1]Con questo si intende – e dati i temi di cui trattiamo, può essere di un qualche interesse esplicitare – che copriamo un ampio spettro in relazione alle identità di genere (cisgender, gender-non-conform, transgender), agli orientamenti sessuali (bisessuali, eterosessuali, omosessuali, pansessuali), e al sesso biologico (femmina, intersex, maschio).

[2]In questo lavoro, nel parlare dei e delle componenti di intersexioni, useremo il femminile al posto del maschile plurale consuetudinariamente usato, nella lingua italiana, come fosse neutro universale. Negli altri casi cercheremo per lo più di alternare l’uso della doppia declinazione femminile e maschile per sostantivi e aggettivi, e l’uso dell’asterisco. Con quest’ultimo vogliamo indicare che anche la declinazione al femminile e al maschile non è esaustiva della varietà umana, poichè questa si presenta più ricca sia dal punto di vista biologico sia dal punto di vista dell’identità di genere, e che dunque lo stretto binarismo femmina-maschio cui siamo abituati non riesce ad esprimere l’intero spettro di sesso/genere e di identità di genere.

[3]Come dice bell hooks in una intervista dello scorso anno «I’m not centered in the academy because I choose to occupy a liminal zone. The intellectual work comes out of isolation, meditation, shifting location…spiritual practice is similar: it requires focus, clarity, ideas…and denying ego» trad. di Andrea Morgione: «Non sono al centro dell’accademia perché io scelgo di occupare una zona di confine. Il lavoro intellettuale arriva dall’isolamento, dalla meditazione, dal cambio di scenario… la pratica spirituale è similare: richiede concentrazione, chiarezza, idee…e la negazione dell’ego» (Troutman S., “Feminists We Love: Dr. bell hooks”, 14 Marzo 2014, http://thefeministwire.com/2014/03/feminists-love-dr-bell-hooks/, trad.: https://suddegenere.wordpress.com/2014/03/31/noi-che-amiamo-bell-hooks/, ultimo accesso 14 marzo 2015); hooks b. (1998), Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Feltrinelli, Milano.

[4]Usiamo intersex come termine ombrello che comprende tutte le variazioni in termini di sesso che dal 2006 ricadono sotto l’acronimo DSD (Disturbs of Sex Development, tradotto in italiano come disturbi dello sviluppo sessuale o della differenziazione sessuale). In alternativa usiamo anche l’acronomo dsd, ma in lettere minuscole per differenziarlo dalla terminologia medica intrinsecamente patologizzante; con dsd intendendiamo differenze o viariazioni nello sviluppo del sesso (cromosomico, gonadico, anatomico); Balocchi M. (2014), “The medicalization of intersexuality and the sex/gender binary system: a look on the Italian case”, in LES Online, Vol. 6, N. 1.

[5]L’acronimo sta per lesbiche, gay, bisessuli, transgender, queer, intersex, asessuali e ‘altro’.

[6]Cosa che a sua volta ci ha incentivato a tradurre i nostri scritti in altre lingue (per adesso inglese e  spagnolo), grazie alla collaborazione di volontari/e di cui alcun* sono anche traduttrici e traduttori di professione (Carlo Daniel Cargnel, Clark C. Pignedoli, Elena Gallina, Eleonora d’Alessandri, Eleonora Garosi, Lea Vittoria Uva, Maximiliano Lorenzi, Roberta Granelli).

[7]Il primo sportello per l’accoglienza intersex/dsd l’avevamo aperto insieme ad Alessandro Comeni presso l’associazione Ireos – Centro Autogestito Comunità Queer di Firenze (M. Balocchi 2009, ‘‘Aperto a Firenze il primo punto di accoglienza intersex italiano’’, in http://www.ireos.org/apre-il-primo-sportello-intersex-italiano/). Oltre al primo contatto via web o telefonico, avevamo allora anche un orario di apertura fisso una volta alla settimana presso la sede dell’associazione.

[8]Come nel caso dei mosaicismi cromosomici, o in 47,XXY o varianti meno comuni (48,XXXY o 49,XXXXY; o ancora 48,XXYY).

[9]Come nel caso delle persone con Completa Insensibilità agli Androgeni (CAIS), che hanno cromosomi XY ma, non avendo recettori per gli androgeni, sviluppano un’anatomia sessuale femminile e generalmente un’identità di genere femminile.

[10]Fausto Sterling A. (1993), The Five Sexes: Why Male and Female Are Not Enough, The Sciences, 20-24; Ead. (2000), Sexing the Body, Basic Books, New York. La biologa, in relazione al menzionato articolo su nature.com, fa notare, tra l’altro, come in esso sia stato totalmente oscurato il fatto che le scoperte della genetica e della biologia sulle differenti forme e possibilità dello sviluppo sessuale non siano una nuova e recente scoperta di questi mesi, ma si trovino già e poggino su ricerche pionieristiche che risalgono ormai a decenni fa. Allo stesso modo risulta invisibilizzato il lavoro di informazione, testimonianza e divulgazione scientifica portato avanti dalle stesse persone intersex/dsd, esperte e attiviste: «Giving credit and showing chains of knowledge are part of doing science journalism in an ethical and professional manner. It does a disservice to science to pretend that all the ideas come from scientists in the current moment. The ideas in this article come from intersex activists (many of whom some of the scientists you do cite knew and worked with) as well as historians of science and biologists such as myself. Feminist theory also contributed to the growth of these ideas. Biology is not an island divorced from the rest of academia or society. It is not great journalism to pretend otherwise» (in C. Ainsworth, op. cit.); Blackless M. et al. (2000), How Sexually Dimorphic Are We? in American Journal of Human Biology, 12, 151-166.

[11]Ancor più diffuse, evidenti e connaturate alla specie le forme di intersesso e di ermafroditismo nel mondo animale, che viene distinto in ‘simultaneo’ (tra gli invertebrati come le lumache marine e terrestri, le spugne, le madrepore, i coralli), e ‘sequenziale’ (come in alcuni pesci e volatili); Martino G. (2014), In crisi didentità. Contro natura o contro la natura?, Mondadori Università, Milano.

[12]Come indica in modo molto efficace un poster creato da un’attivista intersex di Organisation Intersex International Australia: “The fact that the binary sex system is a fiction is written in the bodies of intersex people”, https://oii.org.au/3166/binary-sex-system/, ultimo accesso 22 Febbraio 2015.

[13]Per le pratiche di eliminazione della diversità di sesso tra gli animali cosiddetti ‘domestici’ e quelli ‘da reddito’ e le persone con tratti intersex rimando a G. Davis (2013), “Standing with Susie the Dachshund”, in http://msmagazine.com/blog/2013/05/09/standing-with-susie-the-dachshund/, 9 Maggio, e a M. Angelini (2012) “Dal puledro al bambino: intersessuali al margine del sistema”, http://anguane.noblogs.org/?p=791, 30 Novembre.

[14]Come evidenziato dalle organizzazioni intersex internazionali la percentuale di probabilità di formazione di tessuto tumorale nelle gonadi di persone con tratti intersex è variabile a seconda del tipo di variazione, ma la pratica delle asportazioni routinarie avviene nonostante l’incidenza tumorale sia inferiore a quella del tumore al seno per la popolazione femminile, che però, come ben sappiamo, non viene sottoposta ad asportazione preventiva dei seni.

[15]Tali protocolli si son affermati e diffusi sotto l’influenza delle sperimentazioni dello psicosessuologo John Money e della sua équipe che teorizzava la neutralità psicosessuale dell’infante e riteneva che il suo “sano” sviluppo dipendesse primariamente dall’aspetto dei genitali e da una chiara educazione al genere assegnato entro il secondo anno di età.

[16]Relazione per la Conferenza Healthcare Pathways for intersex, trans and gender diverse young people, Geelong Victoria, October 2013, https://www.youtube.com/watch?v=2Q8hbmtiomc.

[17]Molto significativa la recente intervista ad un chirurgo pediatra finlandese, Mika Venhola che afferma: «If you give a surgeon a hammer, every problem is a nail. And I’m trying to see the screws also». E ancora: «Why operate on the child’s body if the problem is in the minds of the adults?», https://www.youtube.com/watch?v=riNtxjntqZE&spfreload=10, 14 marzo 2015.

[18]Nel Giugno 2008, alla vigilia del Pride nazionale a Bologna, Antagonismo Gay e il Laboratorio Smaschieramenti organizzarono il primo Intersex Pride in Italia (http://www.facciamobreccia.org/component/option,com_events/task,view_detail/agid,34/year,2008/month,6/day,27/Itemid,73/, ulimo accesso 14 marzo 2015).

[19]Minuscolo per volontà della stessa pattrice jones.

[21]Si tratta di incontri annuali di riflessione sulle teorie e le pratiche antispeciste e di liberazione animale.

[23]Proprio su invito e sollecitazione di Michela Angelini alcune di noi hanno contribuito a modificare ed integrare quella proposta di legge (scritta da Avvocatura per i diritti LGBTI Rete Lenford) agli inizi dell’inverno 2013, lavoro collettivo che ha preceduto e contribuito alla formazione del collettivo intersexioni.

[25]http://www.intersexioni.it/wp-content/uploads/2014/04/liberazione_generale.pdf

[26]Purtroppo però non sembra che si sia ancora riuscite ad ottenere che la lotta per i diritti umani delle persone intersex entri nell’agenda del movimento per la liberazione animale italiano.

[27]http://it.vegephobia.info/ , ultimo accesso 14 marzo 2015.