Declinare le differenze. Intervista a Lea Meandri

Stefania Voli

 

L’intervista a Lea Melandri qui pubblicata è stata raccolta nel settembre 2009, nell’ambito della ricerca promossa dall’Associazione Orlando di Bologna tra gli anni 2006 e 2010, dal titolo Cultura e storia delle donne tra passato e futuro. Teorie politiche tra ambito locale e dimensione internazionale, e condotta da un gruppo di ricerca composto da cinque ricercatrici femministe – Luisa Passerini, Elda Guerra, Raffaella Lamberti, Paola Zappaterra e Stefania Voli – con differenti provenienze disciplinari, politiche e generazionali. Obiettivo della ricerca è stato quello di sviluppare una ricostruzione e una riflessione di lungo periodo sulla storia del pensiero e delle pratiche politiche delle donne nel passaggio tra Novecento e Duemila. In particolare, il gruppo di ricerca ha scelto di soffermarsi sugli ultimi vent’anni del Novecento, per indagare gli esiti e gli sviluppi del femminismo degli anni Settanta in Italia all’interno di una più vasta cornice internazionale e transnazionale.

Nel lavoro portato avanti, rivolgersi a Lea come protagonista dell’esperienza politica considerata, ha significato rivolgersi alle vicende dei femminismi nazionali e ai loro sviluppi complessi e in parte ancora inesplorati degli anni Ottanta e Novanta, fino ai primi anni Duemila. Tre (quasi quattro) decenni di elaborazioni e pratiche femministe, che nel loro insieme tratteggiano una storia, che non ha mai conosciuto un andamento continuo, ma che, al contrario, ha incluso anche momenti di rottura, contraddizioni che Lea Melandri riesce a restituire attraverso una narrazione nitida e priva di indugi. Ha significato, in altre parole, inoltrarsi nelle reti di relazioni instauratesi tra la molteplicità dei gruppi, dei collettivi, delle librerie, delle biblioteche, dei centri, degli archivi delle donne, nati e diffusi nella penisola, ma anche addentrarsi negli scambi e nei dibattiti teorici che in quel periodo posero confronti difficili, a volte laceranti, aprendo nuove dimensioni della politica tra donne, e rideclinando categorie fondanti dei saperi femministi, quali soggettività, pluralità,  differenza/differenze, sessualità, democrazia, partecipazione, potere, trasmissione.

Sono i soggetti stessi dei femminismi a cambiare pelle, nella metamorfosi verso una forma “diffusa” della politica e del fare tra donne (Calabrò, Grasso 2004). Tuttavia, il tratto di ricchezza nell’eterogeneità che caratterizza i movimenti femministi di questo periodo non è colto da tutte sincronicamente: le trasformazioni avvengono in direzioni molteplici, non lineari, e spesso creano fratture, allontanamenti, riflussi. Gli scambi si susseguono fitti, da un numero all’altro delle riviste che numerose fioriscono come luoghi di espressione di piccoli gruppi e nuove realtà, e da una città all’altra, nel corso di assemblee, manifestazioni e convegni (molti dei quali si tengono all’interno dei nuovi e più istituzionalizzati centri e luoghi delle donne).

Il vero fulcro di tutte le riflessioni è posto sullo scivoloso terreno delle differenze, e le molte declinazioni che esse assumono nelle esperienze di vita delle donne. Per rendersi conto di tale molteplicità ed eterogeneità, è sufficiente scorrere alcuni degli eventi principali del decennio Ottanta, alcuni dei quali ritroviamo narrati in chiare lettere nel percorso – sempre in bilico tra forme del ricordo individuali e collettive – tracciato da Lea Melandri.

Tra il 1979 e il 1980 nascono il centro culturale Virginia Woolf a Roma, il Centro studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia a Milano e il Centro delle donne di Bologna. Il movimento lesbico diventa visibile sulla scena pubblica: la prima partecipazione organizzata di un gruppo lesbico in un corteo femminista è datata 8 marzo 1979. Nel 1981 si tiene un convegno internazionale lesbico a Torino e uno nazionale, a Roma (nella sede  di via del Governo Vecchio), e si dà vita al Cli (Collegamento lesbiche italiane). In quello stesso anno inizia le sue pubblicazioni Memoria. Rivista di storia delle donne e il diritto di abortire viene confermato attraverso referendum. Nel 1982 nasce il Coordinamento Nazionale delle donne per i Consultori e concludono le pubblicazioni tre tra i maggiori periodici femministi: Effe, Quotidiano donna e Differenze. Le inizia invece, nel 1983, Via Dogana, che insieme alla coeva comunità filosofica Diotima (sorta presso l’università di Verona) si lega alla Libreria delle donne di Milano, costituendo riferimento fondamentale per il femminismo della differenza. Proprio una pubblicazione della Libreria, in quell’anno, avrà un valore periodizzante: si tratta del Sottosopra Verde, dal titolo Più donne che uomini. Ancora nel 1983 il movimento pacifista ed ecologista di Comiso (iniziato nel 1979) organizza un campo di donne per la pace, rendendo così visibile il nuovo fronte di lotta apertosi per una parte del femminismo. Ancora, nel 1983 a Roma ha luogo il primo incontro nazionale delle biblioteche, centri culturali e documentazione delle donne, a cura del Centro DWF di Roma. Il 1984 è un anno di importanti manifestazioni di donne contro il nucleare e per la pace, mentre le militanti del Pci, riunite per la VII Conferenza Nazionale delle Donne, esprimono l’esigenza di un rinnovamento interno rispetto alle questioni femminili. Dalla metà del decennio è un susseguirsi intenso di iniziative sulla violenza sessuale e la sessualità (nel 1985 con la “circolare Degan” si vieta la fecondazione eterologa nelle strutture pubbliche), il pacifismo e il nucleare (soprattutto dopo il disastro di Cernobyl, nel 1986), di respiro fortemente internazionale: periodizzante è in questo senso la conferenza mondiale sulle donne di Nairobi del 1985. Nel 1987 si tengono due importanti convegni: uno a Modena, sugli studi femministi in Italia, e uno a Roma, sul separatismo; nello stesso anno esce il testo della Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti e inizierà le sue pubblicazioni Lapis, che sotto la direzione di Lea Melandri, proseguirà fino al 1996. Numerosi i nuovi spazi di riflessione, incontro e formazione creati ed abitati dalle donne: corsi sindacali e delle 150 ore, cooperative sociali, associazioni, università…

A proposito di differenze, è necessario in conclusione nominare anche la progressione in senso armato della violenza politica, in atto tra la fine degli anni Settanta e buona parte del decennio successivo: un’esperienza questa che vede protagoniste in prima persona un numero importate di donne e che pone alle realtà femministe del periodo ulteriori e complessi interrogativi sul rapporto tra donne-violenza-politica.

I pochi ma certamente rappresentativi eventi nominati restituiscono immediatamente la densità e la capillarità (rispetto alle tematiche e ai luoghi) dell’agire dei femminismi italiani, i quali invece di rifluire carsicamente verso dimensioni altre rispetto alla politica – interpretazione cui troppo spesso e troppo superficialmente la storiografia è stata incline nel rivolgersi agli anni Ottanta e ai movimenti delle donne in generale – sembrano accogliere la sfida lanciata dalla complessità dell’esistente in rapido mutamento sotto i loro stessi occhi (e in parte per loro stessa spinta). E’ proprio il percorso tracciato da Lea, in una riflessione che arriva fino all’oggi, a ricordarci che quella delle donne, più che una presenza è piuttosto una persistenza all’interno della storia culturale e politica del Novecento, e oltre.

Sugli esiti e le trasformazioni prodotte da tali avvicendamenti in termini politici e culturali restano ancora – e soltanto – ricostruzioni locali, narrazioni isolate, e riflessioni frammentate, che per quanto fondamentali, non sono ancora sufficienti a colmare i vuoti storiografici che caratterizzano tanto l’argomento quanto il periodo.

In questo lavoro, i percorsi e le parole delle protagoniste si rivelano ricchezza imprescindibile, soprattutto quando, come nel caso di Lea, non c’è indugio o cedimento alla rielaborazione di una memoria in senso a-conflittuale, neanche dove i passaggi attraverso le differenze – incarnate nelle esperienze di vita vissute e intrecciate attraverso gli anni – hanno rivelato i loro aspetti più faticosi (ma anche più fecondi).

Complice, probabilmente, la capacità della narratrice di non sottrarsi mai alla riflessione, allo scambio, al riconoscimento reciproco e, a partire da un’esperienza fortemente situata in senso femminista, di riuscire a porsi «lungo la frontiera difficile tra modernità e post modernità» (Guerra 2008, p. 77).

 

 

L. Il mio percorso l’ho raccontato tante volte, ormai è un percorso d’archivio! Dopo oltre quarant’anni anni, il femminismo è storia. Parto da una considerazione più generale: tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, come hanno scritto alcune storiche, è avvenuto il passaggio dal movimento femminista al femminismo “diffuso”. “Diffuso” voleva dire che era entrato anche nei luoghi istituzionali del sapere, della politica. E’ stato il periodo in cui effettivamente c’è stato un allargamento delle tematiche del femminismo, tenuto conto anche del fatto che alcune donne che avevano partecipato attivamente al movimento degli anni Settanta erano già presenti in altri luoghi della vita sociale, legate professionalmente alle istituzioni. Inevitabilmente, questo ha anche voluto dire che il rischio che andassero persi alcuni dei tratti più radicali, più originali delle pratiche del femminismo e in particolare quello che lo aveva caratterizzato in modo più incisivo, cioè l’autocoscienza: il partire dall’esperienza personale, dalle tematiche del corpo, dalla sessualità.

Attorno, in quegli anni, c’era un movimento rivoluzionario, a cui una parte del femminismo partecipa con una specificità propria, portando l’attenzione sul rapporto uomo-donna e su tutto ciò che non era stato fino ad allora considerato “politica”. Per la sua pratica anomala – autocoscienza, separatismo, relazione tra donne, analisi della sessualità, ecc. –  il movimento delle donne si pone presto al centro dell’attenzione, non solo della sinistra, con cui era imparentato, ma anche dell’opinione pubblica. Diventa subito molto visibile. Alla fine degli anni Settanta nascono già i primi Centri di Documentazione a cui – devo dire con sincerità – io ho guardato in un primo tempo con  sospetto.

A Milano, per iniziativa e impegno soprattutto di Elvira Badaracco e di altre donne del femminismo, nel 1979 nasce il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia (da cui nel 1994 è nata la Fondazione Badaracco, di cui faccio parte), che penso abbia avuto una funzione molto importante: quella di cominciare da subito a raccogliere i materiali, i documenti, gli scritti prodotti dal movimento femminista. Fu lo stesso Centro a promuovere la ricerca e a presentare il libro Dal movimento femminista al femminismo diffuso, a cura di Anna Rita Calabrò e Laura Grasso, poi ristampato nella collana “Letture d’archivio” (Calabrò, Grasso 2004, ed. or. 1985). Io allora ero molto critica e diffidente rispetto alla nascita dei centri di documentazione: mi sembrava che raccogliere i documenti fosse un’operazione che rischiava di rendere lettera morta consapevolezze e saperi nati nel vivo delle relazioni tra donne e delle pratiche del femminismo, una corsa rapida a chiudere, museificare tutto il nostro lavoro. Associavo quindi gli archivi a un’idea tombale, al desiderio di voler raccogliere per liquidare.

 

S. Quindi non ti ponevi allora il problema della trasmissione delle pratiche e dei saperi dei femminismi?

L. No, non me lo ponevo e sinceramente forse non me lo sono mai posto in chiave di: cosa lasciamo alle altre generazioni?; oppure nei termini di raccolta di quanto avevamo prodotto, con lo scopo di trovare una modalità di trasmissione, di passaggio del testimone. Devo ammettere che non me lo sono mai posto in questi termini. E’ stato solo molti anni dopo che ho capito quanto sia stata importante la scelta fatta con tanta rapidità dai centri di documentazione. L’ho capito tardi e con gratitudine, perché mi sono resa conto che se quel materiale – che gli archivisti chiamano materiale “grigio”, perché c’erano volantini, documenti, registrazioni di convegni – non fosse stato conservato grazie agli archivi personali e poi raccolto, si sarebbe disperso facilmente. Per quanto mi riguarda, dalla fine anni Sessanta in avanti, avevo conservato praticamente tutto: dagli articoli di giornale, alla brutta copia dei volantini! Fino a pochi anni fa avevo in casa quaranta scatoloni che, essendo la mia casa molto piccola, erano diventati ingombranti: per cui, sia pure con grande dispiacere, li ho dati alla Fondazione Badaracco, dove hanno potuto essere riordinati e resi consultabili. Il che mi ha fatto ovviamente molto piacere.

 

S. Questo passaggio è di fondamentale importanza, soprattutto per le storiche che scontano nell’oralità che ha contraddistinto il neofemminismo uno dei più grandi problemi di ricostruzione ed elaborazione di quell’esperienza.

L. Per le storiche è stato ed è tutt’ora un compito difficilissimo, perché era una parola legata alla vita, alle relazioni personali, alla presenza dei corpi, quindi una parola essenzialmente parlata. In più, noi mettevamo al centro la vita, la storia personale: un aspetto che modifica profondamente il rapporto tra memoria e storia. Quello che la grande storia – con la “S” maiuscola – considera uno scarto, un residuo poco importante, per noi era il centro, il punto da cui tornavamo a parlare non solo a noi stesse, ma al mondo, alla società, con le sue istituzioni, i suoi poteri.

Questo scandaloso rovesciamento tra vita e politica – il corpo e la storia personale posti al centro della polis – scardinava anche la contrapposizione tradizionale tra la memoria, il racconto che può fare il singolo del suo vissuto e la storia sociale, culturale, politica. Un compito quindi senza dubbio difficilissimo per le storiche. Oggi dico grazie ai centri che hanno raccolto questi materiali fin dall’inizio del movimento delle donne. Allora invece mi sembrò un’operazione su cui era necessario tenere uno sguardo attento e critico, perché non diventasse la messa in ombra di quel racconto vivo, di quei corpi, di quel lavoro che andavamo facendo così in profondità. Temetti che volesse dire entrare in un ordine di discorso legato alla storia tradizionalmente intesa, lontana dalla lingua nuova con cui avevamo iniziato a parlarci, lontano dal cambiamento profondo che stava avvenendo in noi stesse. Ma, soprattutto, la mia resistenza era rispetto all’idea di passare da un movimento vivo, in cui c’erano le donne, in cui ci si incontrava fisicamente, da una parola nata da quella presenza, a una raccolta di carte.

Nel 1987 fui invitata al convegno di Modena sugli studi femministi in Italia (Marcuzzo, Rossi-Doria 1987), ma non volli andare, ferma nell’idea che io ero una “di movimento”, mentre le donne che l’avevano promosso – quasi tutte docenti universitarie – rappresentassero un ceto intellettuale, legato alle istituzioni tradizionali del sapere. La mia diffidenza nasceva dal timore che quella che era stata una parola viva, entrando nell’ambito accademico, potesse perdere la sua innovazione. Ero convinta che un movimento e un pensiero come quello femminista, che partiva dall’idea della vita personale come luogo essenziale per ricostruire gli sviluppi di una civiltà, non potesse che entrare in conflitto con la ricerca e il rigore scientifico, basati sull’oggettivazione. Sapevo che tutto ciò che attiene alla vita personale, in quel luogo, era considerato solo un fattore molesto.

Il femminismo ha comportato uno spaesamento rispetto a consuetudini e norme acquisite proprio perché non si riusciva ad oggettivare subito quello che si faceva, non era inquadrabile, fuoriusciva! Ci muovevamo come in una terra di nessuno, dove tutto era da scoprire e da creare. Non ebbi allora, e non l’ho avuta molto neanche in seguito, l’idea che noi fossimo una generazione che aveva accumulato un sapere e che doveva trasmetterlo.

Nel 1976 ho cominciato a insegnare agli adulti dei corsi 150, il primo corso fatto aprire, nonostante le resistenze del sindacato, da un gruppo di donne casalinghe: si è trattato di un’esperienza straordinaria, esemplare per la sua originalità, durata dieci anni con corsi monografici, bienni sperimentali e una cooperativa (che si chiamava Gervasia Broxon). Ma neanche in quel caso si è posta l’idea della trasmissione. Quando mi sono trovata con donne che tornavano a scuola dopo tanti anni di vita trascorsa nelle case, come mogli e madri, tutto il sapere teorico accumulato nei gruppi femministi è stato rimesso in discussione: ho dovuto fare i conti nuovamente con le vite reali che mi interrogavano come donna ma anche come intellettuale, mi costringevano a tornare sul mio percorso scolastico, su che cosa aveva significato per me – femmina, figlia di contadini – studiare. Mi interrogavano su cosa erano stati dieci anni di femminismo. Quell’esperienza mi ha fatto vedere il rischio di avere accumulato un sapere che poteva di nuovo allontanarsi dalla vita, per cui mi son trovata nella situazione opposta di chi ha pensato che fosse venuto il momento di trasmettere. Nei corsi delle donne ho avuto la possibilità di incontrare di nuovo – pur all’interno di una relazione pedagogica – un tessuto vivo di storie e di esperienze, che mi scombinava. Tanto è vero che nel 1980 sono entrata in analisi: dopo dieci anni di femminismo mi sono messa sul lettino e ho riattraversato vicende remote della mia vita, lasciandomi interrogare da me stessa nel profondo. Le donne che ho incontrato nei corsi assomigliavano alle mie zie, alle mie nonne, a quelle del paese in cui ero cresciuta, e in qualche modo di nuovo mi portavano a rovistare in quel passato.

Come si può capire, in quegli anni non ero nelle condizioni né di pensare che eravamo ormai un ceto intellettuale formato, che doveva trasmettere il suo sapere, né nell’idea che fosse venuto il momento di raccogliere le carte, di impacchettarle.

Ricordo bene il momento delicatissimo in cui dentro ai gruppi femministi degli anni Settanta, soprattutto a Milano, sono avvenute delle divaricazioni molto marcate (almeno per me sono state divisioni profonde, destinate a segnare tutto il mio percorso successivo). Mi riferisco alla posizione di egemonia che ha preso nel femminismo la Libreria delle donne di Milano, il pensiero della differenza. Nel 1983, leggere il numero di Sottosopra, Più donne che uomini, fu per me uno sconvolgimento. Ricordo ancora che ero in treno, ferma alla stazione di Modena quando ho visto con stupore sul “Manifesto” uno specie di “proclama” in cui si parlava di affidamento, disparità, autorità, genealogia femminile: posizioni lontanissime da quello che avevamo condiviso negli anni Settanta con Lia Cigarini, Luisa Muraro e altre femministe. Dopo aver letto l’articolo, a cura di Ida Dominijanni, senza una nota di commento, mi sono detta: qui è finito davvero qualcosa.

Perciò, in quegli anni, a parte le mie vicende personali e politiche (l’analisi, la cooperativa con le donne dei corsi, che mi portava a vivere dalla mattina alla sera in un quartiere di Milano presa da situazioni che mi allontanavano dal dibattito pubblico più generale), c’è stato un cambiamento nella storia e nel percorso del femminismo che mi ha occupato – e preoccupato – moltissimo.

Avevamo vissuto dieci anni ricchi di scoperte, originalità di pensiero e di pratiche,  ma che avevano fatto crescere anche una grande stanchezza dovuta allo sforzo di scavare in profondità nelle vite, e persino nell’inconscio. La tematica della sessualità (che aveva voluto dire anche la scoperta del desiderio sessuale nel rapporto madre-figlia) era molto difficile da affrontare a livello collettivo, all’interno di un movimento che si andava estendendo. Tutte avevamo registrato la lentezza di un processo di presa di coscienza e di liberazione da modelli interiorizzati che si inoltrava in zone molto lontane dalla vita pubblica con l’ambizione di partire da lì per rinominare e ridefinire quello che era stato storicamente lo spazio pubblico. Eravamo effettivamente in un momento difficile, soprattutto per l’ambiguità della relazione madre-figlia, che si era andata riattualizzando in modo problematico nei nostri collettivi. La posizione della Libreria – che si ritrova nel numero di Sottosopra, Più donne che uomini, e altri che vi hanno fatto seguito – offriva una via d’uscita a mio avviso consolatoria, facile e molto semplificata rispetto alle pratiche precedenti. Ho avuto l’impressione che molte delle associazioni e dei centri di documentazione – che in alcuni casi nascevano in un rapporto diretto con le istituzioni, politiche e amministrative – si trovassero in consonanza col pensiero della differenza. Ricordo in particolare, quasi visivamente, un incontro: sedute nelle prime file c’erano donne che conoscevo e a cui volevo molto bene, per gli affetti e le amicizie cresciute negli anni. Una di loro, di fronte a questa mia appassionata difesa delle pratiche iniziali del femminismo, con dolore mi disse: “Ma perché non ci dai un aiuto a uscire dalle difficoltà? Perché poni sempre interrogativi, dubbi? Perché non ci aiuti a trovare una posizione più rassicurante, che ci dia forza?”. Me lo ricordo bene, perché me lo disse con dolore! Devo riconoscere che ero amata e quindi il fatto che in quel momento mi opponessi con tanto vigore alla posizione della Libreria, era visto con dispiacere.

Nel 1987 è nata la rivista Lapis. Percorsi della riflessione femminile: l’idea era quella di dare continuità e approfondimento a quelle che erano state le intuizioni più originali degli anni Settanta, affrontare come primo passaggio il ripensamento della vita pubblica, delle sue istituzioni, dei saperi e dei poteri che vi erano connessi. C’erano rubriche che riguardavano esplicitamente i saperi disciplinari – come “Il sapere e le origini” – altre – come “Testi e pretesti” – che riguardavano più la letteratura, e altre ancora che si riferivano al mondo del lavoro e dell’arte; c’erano poi i “Racconti di nascita”, che riportavano esperienze della maternità, della gravidanza e del parto, su cui ritenevamo ci fosse ancora molto da indagare. Quest’ultima era un rubrica che avevo voluto soprattutto io, perché era quella che mi teneva più legata alle pratiche degli anni Settanta.

Come si colloca Lapis rispetto ai centri di documentazione? Direi che nasce dal desiderio di mantenere viva la pratica del “partire da sé”,  dei cambiamenti avvenuti nella nostra vita personale, interrogare le lingue e i “cento ordini del discorso” di cui facevamo spesso inconsapevolmente uso, senza perdere l’attenzione alla lingua che viene dalla memoria del corpo, dalla vita personale. Laura Kreyder, una delle redattrici di Lapis, lo definì “un salvifico bilinguismo”: ragionare con la lingua dell’infanzia, delle nostre preistorie, insieme ai linguaggi che vengono dal mondo del lavoro, della vita pubblica. Lapis nasce anche in conflitto col pensiero della differenza che dava già come acquisite una lingua, una tradizione, una storia delle donne. Noi pensavamo invece che molto ci fosse ancora da fare per un’autonomia di pensiero delle donne.

Anche rispetto ai centri c’è stato uno scarto, frutto forse di un giudizio un po’ affrettato mio e di altre, convinte che una relazione stretta con le istituzioni, sia dal punto di vista economico che culturale – amministrazioni, università, ecc. – comportasse prezzi da pagare. Dalla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta, ho avuto l’impressione che la componente accademica nel movimento delle donne fosse preponderante. Ricordo che fui molto colpita (e infatti me ne andai) da un convegno sulla psicoanalisi, promosso dal Centro di documentazione di Bologna, in cui, nonostante ci fossero pochissime straniere, venne imposto l’inglese. A un certo punto mi alzai e me ne andai, e qualcuna dal palco (forse Adriana Cavarero) disse: “L’inconscio se ne va”, e io dissi: “Sì, perché non sa l’inglese!”. Insomma, battute…! Non riuscivo ad accettare che si parlasse della pratica dell’inconscio in modo accademico, dal momento che era stata un’esperienza tra le più originali del femminismo italiano. Mi indignava soprattutto il fatto che le persone che come me vi avevano dato vita, non fossero neanche invitate a fare una relazione, ma solo a fare interventi dal pubblico. A parte questo, gli incontri e soprattutto le amicizie, personali e politiche, con le donne dell’Associazione Orlando e del Centro di Documentazione di Bologna hanno continuato ad esserci e intensificarsi. E durano tutt’ora.

La rivista Lapis non era la consacrazione dei saperi femminili e femministi, ma di nuovo un lavoro critico, in profondità: partiva dall’idea che le istituzioni del sapere, così come i poteri, si sono costruiti in assenza delle donne e perciò dentro una visione del mondo maschile. Pensavamo fosse importante l’ingresso delle donne nella vita pubblica, ma che altrettanto necessario fosse prendere coscienza che si era costruita su una rappresentazione del mondo di altri, interiorizzata loro malgrado dalle donne stesse e per questo da riattraversare criticamente. E la critica doveva partire sempre dalla vita personale, perché era lì che si poteva scoprire quanto quelle categorie del pensiero avessero messo radice.

Riconosco che i centri di documentazione e gli archivi hanno fatto un lavoro straordinario di raccolta, funzionale alla trasmissione di un sapere e di una storia di grande importanza. Io sono sempre stata legata all’idea che la nostra pratica si trasmetteva facendola, senza creare separazione tra docente e discente, tra chi sa e chi apprende. Ciò che rimproveravo a queste realtà era di aver creato uno stacco rispetto al movimento, ai collettivi che nascevano: vedevo un’élite intellettuale isolata dai percorsi reali del movimento delle donne.

Alla fine degli anni Novanta, inizio Duemila, ho iniziato a chiedermi dov’era finita la nostra radicalità iniziale. La domanda che ponevo era: il femminismo è ancora una pratica di modificazione di sé e del mondo oppure non lo è più? E’ diventato solo un fatto culturale? Che cosa ha da dire il femminismo rispetto agli interrogativi del presente? Dal 2000 in avanti, in particolare sulla questione della violenza in ambito domestico, c’è stata una ripresa di contatti tra associazioni, gruppi di città diverse. Insomma, è cominciato qualcosa che ha riavvicinato molte. […] L’impressione che ho, le poche volte che sono invitata a tenere una lezione nelle università, è di essere un oggetto d’archivio. Vado volentieri, si intende, ma sono stupita ogni volta quando sento donne di età diverse dire che non sanno niente del femminismo, di non aver mai preso in mano un documento, un volantino, una rivista di quegli anni. Ma come si fa! Ci sono centinaia di centri e archivi, ma cosa esce da lì per entrare nei luoghi dove si costruisce il sapere?

Il femminismo è nato con l’idea che si dovesse costruire un’individualità femminile autonoma, e a me sembra di essere ancora agli inizi di questo percorso. Forse è per questo che non ho propensione a farmi madre e maestra. Molte delle ragazze più giovani – alcune sono quelle che hanno poi dato vita allo Sconvegno – le ho incontrate durante il riordino delle carte agli archivi della Fondazione Badaracco, a Milano. Lì, naturalmente, c’era bisogno che raccontassi, per cui è cominciato l’andirivieni tra carta e racconto, l’esperienza più bella di scambio che mi potesse capitare. Anche in quel contesto, non ho mai avuto l’idea di aprire una “scuola” di femminismo: andavo in giro per l’Italia,  incontravo donne di venti, trent’anni, e dicevo: “Mettetevi in contatto con quelle di Milano”. E infatti da quei contatti si arrivò, nel 2002, allo Sconvegno, una bella assemblea di duecento ragazze. E’ stato però un momento, come tanti: sono delle esplosioni, delle ondate, e poi dopo non si sa dove finiscono i rivoli.

 

S. Qual è la tua autorappresentazione all’interno dei femminismi, in un arco temporale che arriva fino all’oggi? 

L. A me sembra di non essere cambiata, nonostante il passare degli anni non sia insignificante per la vita di una persona, ma sono cambiate molte cose intorno, nella nostra società e nel mondo. Ma fondamentalmente ho dato seguito, con fedeltà agli assunti iniziali, a quello che io continuo a chiamare “movimento delle donne”, anche se tutte mi dicono che oggi si dice “rete”. E va bene, se significa la stessa cosa, allora vuol dire che “faccio rete” (maneggio anche abbastanza bene il computer, e da poco anche i social network). Negli anni Settanta ho conosciuto una trasformazione profonda nel modo di pensare me stessa, il mondo, la relazione con le donne, con l’uomo: posso dire di aver attraversato il terremotamento di una visione del mondo acquisita come “naturale” e non interrogata. Ho pensato che quel cambiamento avrebbe segnato per sempre la mia vita personale e intellettuale. Mi era chiaro che la messa a tema del corpo e della sessualità non avrebbe rappresentato solo una fase di passaggio del femminismo. Tra l’altro, devo dire che sono molto contenta di aver portato avanti per dieci anni la rivista Lapis, nonostante la solitudine dal punto di vista dell’informazione e del dibattito: un lavoro a tempo pieno non remunerato, un lusso che per le mie condizioni economiche non avrei potuto assolutamente permettermi. Sono contenta perché la rivista Lapis in qualche modo è stata il ponte tra gli anni Settanta e lo sviluppo successivo del femminismo, la possibilità di dare continuità all’idea che un pensiero autonomo delle donne  andava costruito a partire dalla messa in discussione dei saperi che abbiamo ereditato e incorporato spesso inconsapevolmente.

La rivista ha avuto quattrocento collaboratrici da tutta Italia e dall’estero, e un buon riscontro di abbonamenti e di vendite. E’ finita dopo un decennio (1987-1997) perché a quel punto c’era anche una stanchezza nella redazione, per la marginalità di cui avevamo sofferto rispetto a un dibattito e a una informazione (anche nei giornali di sinistra, come il manifesto e L’Unità), attenti quasi unicamente al pensiero della differenza in quegli anni dominante. La rivista ha dato continuità a temi e pratiche che ritengo possano parlare a momenti diversi del contesto sociale. Nell’ultimo decennio, io mi sono resa conto che tutte le tematiche su cui si è mosso il primo femminismo sono al centro della politica, per cui il patrimonio di idee e pratiche a cui abbiamo dato vita, oggi ha molto da dire. Io che vedevo con tanta diffidenza gli archivi, mi sono trovata, non a caso, da  circa quindici anni a curare per la Fondazione Badaracco una collana di libri – “Letture d’archivio” –  raccolte e riletture di tutti i documenti del femminismo degli anni Settanta. Anche questa collana risponde all’idea di un sapere nuovo, non irreggimentato dentro un sapere disciplinare.

Io resto dunque tenacemente, pervicacemente legata al movimento delle donne, qualunque siano oggi le forme diverse che ha preso. Anche quando ho avuto occasioni di entrare nelle istituzioni – una candidatura certa per il Senato – ho rinunciato, convinta che solo fuori avrei potuto mantenere la mia libertà, continuare a intervenire criticamente là dove noto una conformità a  modelli già dati e il rischio dell’assimilazione.

Le donne oggi non mancano nella vita pubblica, tanto che si può parlare di una femminilizzazione nel lavoro, nell’economia, nella politica. Per certi versi c’è una valorizzazione del femminile, ma se guardiamo attentamente, si tratta ancora una volta di un uso delle “doti femminili” tradizionali a beneficio di una società costruita dall’uomo: il femminile della cura, della pazienza, della capacità di sacrificio e di mediazione, tutte doti che consociamo bene e che oggi tornano utili al mercato, all’economia, alla politica. Sono contenta di aver conservato – anche mettendo a repentaglio le mie possibilità minime di sopravvivenza – l’idea che il femminismo è l’unica rivoluzione duratura, forse perché è andata a scavare in un dominio particolare, come quello di un sesso sull’altro, radicato nella memoria più remota della specie, legata la corpo e alle formazioni inconsce. C’è un aspetto di inattualità del femminismo, che è anche la sua forza e, paradossalmente anche la ragione del suo continuo riattualizzarsi. Oggi alcune delle sue tematiche, per il venir meno dei confini tra privato e pubblico, sessualità e politica, sono venute allo scoperto. Caso mai dovremmo chiederci: perché la cultura femminista, che ha tanto prodotto di pensiero nel merito non viene interpellata? Come mai non entra nel dibattito pubblico? Fino a qualche anno fa la parola “femminismo” sui giornali non si poteva dire! Quando mi chiedevano: “Lei come vuol essere presentata?”, io dicevo: “Sono scrittrice, saggista, però preferirei che dicesse femminista storica”, mi rispondevano: “Ah, ma questo non si può dire”, una parolaccia! Adesso si può dire! Adesso la trovi sul Corriere, su Repubblica. Adesso da lì, da dove non abbiamo mai potuto parlare, ci dicono che cosa dobbiamo fare. Allora mi chiedo: i centri di documentazione, come mai restano così in ombra? Ci sarà una ragione, se si può ancora far finta che non esista una cultura femminista, ma solo delle scalmanate che ogni tanto vanno in piazza. Come mai i centri, gli archivi restano così sotterranei, visitati solo per fare una tesi di laurea o una ricerca? Come mai contano così poco nel panorama culturale, politico italiano? Mi chiedo se anche da parte nostra ci sia stato un adattamento, per cercare di tenere in piedi quello che si poteva, senza confliggere: per far entrare nel vivo del discorso pubblico un sapere nuovo, un linguaggio nuovo devi essere combattiva, sopportare di aver momenti di perdita.

Io penso che il femminismo abbia perso di conflittualità, nel senso che anche chi ne era profondamente convinta si è in qualche modo accontentata. Accontentata. Anche nei luoghi di lavoro, con tutto il problema della precarietà, ancora si parla di conciliazione tra casa e lavoro extradomestico. Ma come si fa? Non esiste la possibilità di conciliare e, quando lo si fa, è solo un enorme dispendio di energia delle donne. Sono tanti gli interrogativi che oggi vengono posti al sessismo, al maschilismo dominante, ma dovremmo anche avere il coraggio di nominare e mettere in discussione  la complicità femminile, gli adattamenti più o meno forzati, che le donne mettono in atto nel privato come nel pubblico.

 

 

Indicazioni bibliografiche 

 

Calabrò A. R., Grasso L. (2004), Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni ’60 agli anni ’80, Milano, Franco Angeli (ed. or. a cura del Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia, Milano 1985).

 

Cirant E., Lasala, C., Magaraggia, S., Martucci C., Onori, E., Pozzi, F. (2003) (a cura di), Generazioni di donne a Sconvegno, Milano, Stripes.

 

Guerra E. (2008), Storia e cultura politica delle donne, Bologna, Archetipo.

 

Marcuzzo M. C., Rossi-Doria A. (1987) (a cura di), La ricerca delle donne: studi femministi in Italia, Torino, Rosenberg & Sellier.

 

Libreria delle donne di Milano (1983), Sottosopra Verde, Più donne che uomini.

 

Lapis. Sezione aurea di una rivista (1998), Roma, Manifestolibri.

 

Poli F. (2010), Fantastiche: periodici del femminismo romano nei primi anni Ottanta, Zapruder, n. 21, gennaio-aprile.

 

 

Alcuni testi di Lea Melandri:

 

Melandri L. (1977), L’infamia originaria, L’erba voglio, (seconda ed. 1997, Roma, Manifesto):

  • (1988) Come nasce il sogno d’amore, Milano, Rizzoli (seconda ed. 2002, Torino, Bollati Boringhieri);
  • (1991), Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni;
  • (1998) L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Milano, Baldini&Castoldi;
  • (2000) Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Milano, Franco Angeli;
  • (2001) Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Torino, Bollati Boringhieri;
  • (2002), Come nasce il sogno d’amore, Torino, Bollati Boringhieri;
  • (2011) Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Torino, Bollati Boringhieri;
  • (2014) L’attualità inattuale di Elvio Fachinelli, a cura di Lea Melandri, Milano, IPOC.