Alle mie amate sorelle di Nakajima Shoen, Aracne, 2012

sorelle“Buona moglie e madre saggia” (ryōsai kenbo): questo l’ideale muliebre propugnato nel corso dell’era di rinnovamento Meiji (1868-1912) che si affermò in un Giappone tutto proteso a trasformarsi in uno stato moderno, industriale e conforme ai modelli occidentali, nel quale le donne avrebbero dovuto contribuire allo sviluppo della nazione senza però rinunciare ai tradizionali valori di modestia, devozione familiare e purezza.
In siffatto quadro si colloca l’opera dell’attivista e divulgatrice Nakajima Shōen (1863-1901), presentata per la prima volta nel nostro paese grazie al volume Alle mie amate sorelle, a cura di Chiara Candeloro (con una prefazione di Giuliana Carli). Enfante prodige, malgrado la sua estrazione certo non elevata (era figlia di un venditore di tessuti), la scrittrice divenne a soli sedici anni istitutrice dell’imperatrice Shōken, ma abbandonò ben presto la corte per consacrarsi ai movimenti per i diritti umani. I dieci brevi articoli riuniti nel libro apparvero quando Nakajima Shōen era poco più che ventenne, nel 1884, tra le pagine del giornale Jiyū no tomoshibi (Il faro delle libertà), organo del Partito liberale, e costituiscono un contributo senz’altro valido in un panorama editoriale come quello italiano in cui l’analisi storica e storiografica della condizione femminile giapponese trova esigui spazi; parimenti, nel nostro paese, scarsissime sono le considerazioni e le testimonianze dirette e/o indirette delle donne nipponiche medesime dedicate al loro status, ai loro diritti (negati, concessi, fortemente desiderati) e alle loro aspirazioni (civili, politiche, individuali).

Nel testo esaminato in questa sede i saggi sono accompagnati da un nutrito apparato di note (stilate dalla curatrice) che delineano o indagano sinteticamente personaggi, temi e riferimenti legati all’orizzonte giapponese, nonché peculiarità lessicali o stilistiche di rilievo. Corredano la raccolta alcune sezioni di approfondimento, volte in primo luogo a tratteggiare il contesto, il profilo biografico dell’autrice e le sue strategie retoriche.
Destinati a un vasto e eterogeneo pubblico, gli scritti qui commentati consolidarono la fama di Nakajima Shōen quale acuta e fiera militante per la causa femminile in un’epoca in cui vigeva per le donne il divieto di assistere a riunioni e prender parte a organizzazioni politiche. Fecondati dalle teorie del filosofo Herbert Spencer e dell’inglese Millicent Garrett Fawcett — presidentessa di lungo corso della National Union of Women’s Suffrage Societies —, nonché da riflessioni ispirate al confucianesimo e al cristianesimo (allora in via di diffusione nell’arcipelago estremo-orientale), i lavori affrontano in modo aperto e, non di rado, con garbo pungente le più comuni obiezioni sollevate contro l’uguaglianza dei diritti tra i due sessi e l’emancipazione muliebre — sostenute da atavici pregiudizi maschili nipponici —, affinché le donne non siano più “disprezzate e trattate come se fossero serve”.

Le lacune culturali, la debolezza fisica, la scarsità di sostanze, il presunto incerto vigore spirituale da esse esibiti non motiverebbero né giustificherebbero a priori la penuria di figure femminili di rilievo nei secoli, bensì sarebbero piuttosto sintomo di svantaggiate condizioni esistenziali, storiche e socio-antropologiche (quali la frequente segregazione tra le mura domestiche, le numerose difficoltà di accesso all’istruzione, una giurisprudenza diffidente e retriva) che avrebbero significativamente inficiato il pieno dispiegarsi delle capacità personali e la possibilità di condurre una vita soddisfacente.
Talvolta le donne stesse costituiscono il bersaglio della polemista, la quale non lesina giudizi taglienti sulle manchevolezze delle «amate sorelle», accusate di esser troppo tolleranti dinanzi agli abusi, prede di facili timori e prigioniere di abitudini dure a morire. Eppure, la parità con l’uomo sul piano dei diritti condurrebbe finalmente a una società pacificata e equa, superiore persino — si intuisce fra le righe — a quella del venerato Occidente (qui, in realtà, contestato a più riprese per la sua misoginia): una società attuabile solo a patto di una concreta e sentita mobilitazione femminile, capace di “scacciare [il] demone [del potere maschile] utilizzando la forza dell’intelligenza”.

Anna Lisa Somma in DWF (101) Fuori di noi. Le parole del femminismo, 2014, 1